giuliano

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IL TOMO

sabato 3 febbraio 2018

L'AVANZATA CONTINUA (79)
































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Qual oggi la funzione della Poesia? (78)

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Il Paradiso perduto (80)

Nel Parlamento de'gli animali (81)
















Questa notte ho fatto un sogno strano, a te Publio mio fidato amico confido! Qualcosa di travisato non molto chiaro come un’ammasso di spini ove caduto oppure precipitato per diabolica mano, un qualcosa di contorto avvinghiarsi come bestia viscicosa pretendere conquistare l’alma quanto lo Spirito, un vomito di parole e connessioni con la strana pretesa di emozioni, insetti entro una palude di letame reclamare il proprio Natale o Saturnale e suscitare, in verità e per il vero, futuro sottratto alla vera Natura donde la Poesia trasmutata in una nuova alchemica golemica scienza; come se all’improvviso in questa nostra fatica, in questa lunga marcia, in questa nobile Compagnia, altro in giustificazione della Terra avesse confuso il Grande Spirito avesse ingannato ogni strato dal nucleo alla crosta dalla volta alla cima di ugual medesimo albero, avesse cioè, vilipeso ed offeso la Grande Madre, una premessa aliena un futuro avvinghiato a qualcosa di artificioso acrobatico comporre il mosaico di una Natura aliena a sì tanto straziato e contorto ramo; come tanti Elementi racchiusi in un alveare di idee al cortocircuito da cui esse rinnegare la provenienza per una nuova e diversa premessa: un’ammasso di fili spinosi non più erbosi come tante corone entro un piccolo alveare accesso da una fosforescenza aliena, mi contorcevo e rimpiangevo la vera Grande Poesia…

Orsù Cesare il nostro banchetto in questo cielo  appena iniziato fondiamo Legioni decorose e ricoveri in nome del vasto Impero a cui Cesare ora ben albergato:




A me, o Zeus e Iddìi, in cotale città avvenne di nascere e in mezzo a così grandi uomini, che niuna ebbe mai eguale potere sulla terra, e tutte si appagherebbero di tenere, dopo di essa, il secondo posto. E, per vero, quale città, da un principio di tremila abitanti, in meno di seicento anni giunse con l’armi ai confini della terra? Qual popolo diede tanti uomini insigni, vuoi nella guerra, vuoi nella legislazione?  Quale onorò a tal segno gli Dei? Ordunque io, nato in una tale e così popolosa città, non solo i miei contemporanei, ma gli uomini di tutti i tempi sorpassai con la gloria dei fatti. E de’ miei concittadini ben sono sicuro che nessuno viene a disputarmi il primato. Ma, poiché c’è lì Teofilo che ne mostra l’ardire, oh, quale delle sue imprese — io domando — pretende egli paragonare alle mie. Forse alla spedizione contro il prode Rolando:


Di quanti scartafacci e scrittane
oggidì cantar odo in le botteghe,
credete a me, son tutte cagarie,
più false assai de le menzogne greghe ;
fatene, bei signori, forbarie,
ch’ognun il naso no, ma’l cul si freghe:
sol tre n’abbiamo vere in stil italiano;
Boiardo le trascrisse di sua mano.

Come l’ebbe non so, sassel Morgana;
che con le strige anch’egli ebbe amistade;
di che mi penso ch’entro quella tana
fusse portato e poi precipitato
scambiandola per cavalla
o cerva di seconda mano;
e mai l’estrasse,
onde mai togliesse quella più soprano spasmo
mentre la squassava tutta per propria vil mano
manco sazio sì tanto scempio
finì tradurle in nostra lingua,
per il sollazzo a cui ogni opra pia
truncar s’impungna obbligando la puerina
allo manico della panza
non ancor scodella!
Imponendo così lo piacere
di sì piacevole favella!

Saper vorrei,
per concludere tal Rima
o astrologhi e geomètri
e dicono anco Poeti
che’ l ciel non che la terra misurate,
di qual violenta stella cosi tetri,
cosi maligni influssi a le contrate
piovono di Maganza, o pur quai metri
di negromanti e d’ importune fate
moveno si cotesta gente ria,
che un sol non è che traditor non sia…






O Cesari qui tutti riuniti e rovinati preferite al mio ardire il Teofilo appen reclamato? Non pensando alle tante vittorie da me riportate su Pompilia! E poi, quale era più valente stratega, Morgana o Pompilia! E quale dei due era scortato da più poderoso esercito? I più bellicosi fra i popoli che avevano servito Dario, li traeva anche Pompeo al proprio sèguito, ma come il rifiuto dell’esercito; perché egli guidava, inoltre, i soldati d’Europa, quelli che spesse volte rintuzzarono gli attacchi dell’Asia, e, fra essi, i più prodi: gli Italiani, gli Illirii, i Galli. E poiché ho fatto menzione di questi ultimi, dovremo dunque alla guerra Getica di Alessandro paragonare la nostra conquista della Gallia? Egli una volta passò il Danubio per raffreddare gli spasmi strani, io due volte il Reno e mai uno ne ò affogato lungo lo torrente tanto i beghini a convincermi dello contraro, bensì quattordici manco uno, ho sempre sfamato talvolta rinnegando l’onor per ogni vil palazzo straniero al proprio vero bardo giacché tutti iti a troiare con il nuovo barbaro da strapazzo. E di qui le mie guerre Germaniche lagnanze e depressioni lungo valli scoscese: “Tribbiano da strapazzo manco Dionisio t’è amico”. A lui neppur uno andò contro: io ebbi a 321 giostrare con Ariovisto e molti altri ancora talché dedussi che li nostri non son da men de li loro Scespirati o ben sospirati… tutti vichinghi avvinghiati…






Molte historie ridutte
Ho ne la mente, e ve le voglio dire,
Prìa che da me v’habbiate da partire.

E le vo’ compartire
In tanti quadri: il primo sia Nerone,
Quando di Roma abbrucia ogni cantone,

Anchor del crapolone
Sardanapal la vita ci vo’ drento,
E di Bruto, e di Cassio il tradimento.

Del tiran d’Agrigento
Le crudeltadi, anchor l’impudicitia
Di Biblis, e di Mida l’avaritia.

La frode e la malitia
Del rio Sinon, l’infidiltà di Sesto,
D’Elena il ratto, e di Thereo l’incesto.

Il caso aspro e molesto
Di Polissena, e quel di Polidoro
Ch’ucciso fu per ingordigia d’oro.

E insieme con costoro,
D’Ero e Leandro l’infelice amore,
E di Pasife il bestial humore.

Col subito furore
De la crudele e dispietata Althea,
E l’empio fratricidio di Medea.

Di Circe iniqua e rea
Gl’inganni, anchor d’Erisiton la fame,
E di Scilla empia il parricida infame.

Qui anchora convien ch’io brame
Del crudel Licaon il caso reo,
Di Tantalo, di Titio e di Tiseo.

Ancor, di Campaneo
Superbo il caso dispietato ed empio,
E del miser Fetonte il crudo scempio,

Achille entrò nel tempio
D’Apollo, di saetta trapassato,
Creso sul rogo, Seneca svenato,

Ettore strascinato
Da’ fieri Greci, e la morte d’Aiace,
El fin di Sofonisba e di Siface.

Qui anchora mi compiace
Vedere il tristo fia di Mitridate,
E Foca strascinar per le contrate,

E l’empio Policrate
Tiran de Samij, in aere sospeso
E Decio, nel pantan morto e disteso.

Veder nel toro acceso
Perillo, anchor mi sarà molto grato,
Degna pena di lui che l’ha formato.

Pirro cader scannato
Per man d'Oreste, Erachlito da’ cani
Mangiato, e Servio ucciso da’ romani.

Qui tutti i casi strani
In somma voglio, e tutte le rovine
Del mondo, gli homicidi e le rapine

Ed il cattivo fine
Di re, duchi, e imperator passati,
Quai sian morti di ferro o strangolati,

Impesi o avvelenati,
Morti in cathena, in aria, in acqua e in foco:
Tutti li voglio pinti in questo loco.

Poi, per mio spasso e gioco,
De’ libri un studio voglio farmi anchora,
Per meglio dispensare il tempo e l’hora.

E quante fin ad hora
Tragedie uscite sono in stampa tutte,
Nella mia stanza voglio, e belle e brutte,

Pur ch’in esse ridutte
Sian guerre, distrutioni e tradimenti,
D’eroi famosi ed huomini potenti.

Doglie, affanni e tormenti,
Casi crudeli, dispietate morti
Successe negli imperij e ne le corti.

Sdegn’, ire, inside e torti
Effusion di sangue, e tutti i mali
Che fin qui son occorsi fra mortali.

Ma qui, da tali e quali
Potrei, e da voi ancho, esser richiesto
Che fantasia, che strano humore è questo

Che ad atto sì funesto
M’induce, poi che cosa qui non voglio
Che non sia mesta, e piena di cordoglio.

E che pur esser soglio
Allegro di natura, a cui rispondo
Ch’io vissi un tempo già lieto e giocondo,

Mentre regnava al mondo
La cortesia, ma poi ch’ell’è partita
E l’Avaritia in campo compartita….






....Primo fra i Romani osai spiegare le vele fuori del mare Nostro: e se quella guerra, comecché ammirevole per l’ardimento, non ebbe in realtà nulla di straordinario, rivelò tuttavia, in me, un gran fatto : l’essere io balzato per primo giù dalla nave. Taccio degli Elvezii e degli Iberi; né m’indugio a raccontare ciò che feci in Gallia, dove soggiogai più di trecento città, uomini non meno di due milioni. Dirò invece che, dopo essere state tali e tante le mie gesta, quella che ancora seguì fu più grande e più audace: che, dovendo lottare coi miei proprii concittadini, li domai, questi indomiti e invitti Romani…


Quand’uno è di materia copioso,
Forz’è ch’ei trovi ogn’hor nuove inventive,
E mostri, mentre in carta le descrive,
Lo stile suo fecondo ed ingegnoso.

Tal parmi essere anch’io, che mai riposo
Non prendo, ma d’ogn’hor corro a le rive
Dove soggiornan le Castalie dive,
Come chi di servirle è desioso.

E strane fantasie, strani capricci
Trovo, per dilettare e questo e quello,
E far che ciascun m’ami e voglia bene.

Che chi segue virtù fra i più felici
Scrivere si può, se ben qualche flagello
Tal’hor patisce, al fine il premio viene.

Onde non si conviene
Mai l’huomo disperar d’empia stagione,
Che sempre il male non sta dove si pone.

Che, come al paragone
L’oro al fuoco s’affina ogn’hor più forte,
Così fa l’huom, ne la sua avversa sorte.

E a chi sta mal da morte
E da’ medici in tutto abbandonato,
Vedesi ritornar tal volta il fiato.

Ma perché il mio trattato
Nasce da sentimento di ragione,
Anzi, da un’opportuna occasione,

Dirò la conclusione
Di quanto vo’ inferire, e chiaramente
Spiegare il mio concetto a chi mi sente.

Mi vien detto sovente
Da molti, i quali qualche affettion m’hanno,
E che tal’hor servigio ancor mi fanno,

Che gli è vergogna e danno
A un mio pari a non correr via di trotto,
Che starmi qui a mangiar la paglia sotto,

E m’allegan di botto
Cinquanta virtuosi, che son fuora
E fan con duchi e prencipi dimora,

Ponendo insieme ogn’hora
Oro, argento, denar, veste e collane,
Vivendo senza impaccio a l’altrui pane.

E dicon: “Chi rimane
A casa è sempre mai un sciagurato,
Perché nissun ne la sua patria è grato”.

A tal, che stimolato
Tanto mi trovo da questo e da quello,
E tanto m’avviluppano il cervello,

Che quasi in un fastello
Ho messo i stracci miei per girmen via,
Più per l’altrui pregar, che voglia mia.

Ma ne la fantasia
M’è sovvenuto haverne visti assai
Partir da casa e non tornar più mai,

Altri, viver con guai
Dolenti e mesti, in questa e in quella corte,
E chiamar mille volte il dì la morte.

E se per buona sorte
Avvien tal volta ch’un venghi premiato,
Cento a stentar ne stan, da l’altro lato.

Ond’ho determinato
Lasciar’ attorno andar chi vuol’ andare,
E ne la patria mia voler restare,

Ch’io non vo’ praticare
Gente di varie lingue e professioni,
In strane parti e strane regioni,

E poi a i paragoni
Stare de’ più virtuosi al canto e al suono,
Io non lo voglio far, ch’io non son buono,

E tanto più ch’io sono
Un poetuccio fatto a’ tempi bui,
Che coglio i versi, che non vuole altrui.

E quel che sempre fui
Ancora sono, e nel futuro spero
Perder, più tosto che venire altiero.

Adunque il mio pensiero
E’ di starmene qua, con rape e pane,
Che mangiar tordi in region lontane.

E andrò d’hoggi in dimane
Col plettro mio, ancor che rozzo e basso
A dar’ a’ miei patron piacere e spasso….






…Sia dunque che vogliate giudicare dalla moltitudine delle battaglie, io tre volte più ne combattei di quante vanno per Alessandro boriando i magnificatori delle sue gesta; sia dalla moltitudine delle città soggiogate, io, non solo la maggior parte di quelle dell’Asia, ma altresì dell’Europa ho sottomesse. Alessandro l’Egitto lo attraversò da viaggiatore; io, mentre allestivo banchetti, lo debellai. O volete ancora esaminare chi dei due usò più clemenza dopo la vittoria? Io perdonai perfino ai nemici; e ne fui ripagato in quel modo di cui la Giustizia divina — sapete — ebbe a trarre vendetta. Egli, nonché ai nemici, non usò grazia neppure agli amici. — Dunque, ancora  sarai capace di disputarmi il primo posto? E non sgombrerai tu pure di qua, insieme con gli altri? E mi costringerai a ricordare come aspramente tu trattasti i Tebani, umanamente io gli Elvezii? Tu le città dei Tebani le desti alle fiamme; io le città, dai loro stessi abitatori incendiate, ricostrussi…..

(Giuliano, Il banchetto dei Cesari)















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