CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

giovedì 1 febbraio 2018

SE MERDA SON LE NOSTRE, A DIRLO NETTO, NE' ANCHE LE SUE MI SANNO SUCCO D'APE (77)















































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Il Caos Primordiale (76)

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Qual'è oggi la funzione della Poesia? (78) 













….Momento solenne nella Storia della spiritualità occidentale quello in cui nascono le letterature nuove… ed ora al momento in cui le letterature nuove nascono, le lingue volgari hanno già una Storia ormai plurisecolare, anche come lingue scritte: ma è la Storia che non conta o poco conta nella Storia della cultura, in quanto riguarda unicamente o prevalentemente la vita pratica.
Da esigenze pratiche, cioè, e con fini puramente utilitari nasce l’uso del volgare nelle scritture, o comunque, come mezzo di comunicazione e di scambio fra le classi colte e le plebee (tra il clero e i fedeli, tra funzionari dello stato ed i sudditi ecc.) quando tra la lingua della cultura e le lingue dell’uso famigliare e corrente s’apre un solco che già ai tempi di S. Agostino è ampio; e sempre più approfondisce e s’allarga nei secoli successivi sì che il latino ‘classico’ diviene incomprensibile ai non iniziati alla scuola. Comunicare con il volgo, allora, non si può si può se non usando le lingue, appunto volgari: ed è dell’ 813 il capitolare carolingio che impone ai vescovi di usare il latino rustico nella predicazione: e con l’espressione generica ‘latino rustico’ si designavano le diverse parlate che, ormai, nel secolo IX hanno acquisito una loro autonomia.




Già nel IX secolo il latino del volgo è francese nelle Gallie del Nord, provenzale nell’Aquitania, ladino nell’arco della cerchia alpina; e via dicendo. E anche prima della disposizione del capitolare carolingio, il magistero dei vescovi non poteva esercitarsi efficacemente se non mediate l’uso delle parlate dei volghi: e abbiamo in questo senso qualche testimonianza abbastanza precisa, che non occorre qui riferire e discutere. Di appena un trentennio posteriore al capitolare è il primo documento del latino rustico di Gallia: che è, dunque, nella prima metà del nono secolo, ormai ‘francese’: il celebre ‘Giuramento di Strasburgo’ che Nitardo ha registrato nella sua ‘Storia dei figli di Ludovico il Pio’. Nitardo ci ha conservato le formule romanze e germaniche, dei giuramenti prestati da Luigi il Germanico e da Carlo il Calvo nella piana di Strasburgo il 14 febbraio 842, in cospetto degli eserciti: nel volgare romanzo di Gallia son preferiti il giuramento di Luigi il Germanico e le dichiarazioni dei soldati di Carlo il Calvo; in tedesco sono pronunciati il giuramento di Carlo il Calvo e la dichiarazione dei soldati di Luigi il Germanico. Per farsi intendere, dunque, dai soldati francesi e germanici, i due sovrani (che possiedono, ovviamente, sia il volgare francese che quello tedesco) usano, ciascuno, la parlata dei soldati dell’altro. E per lo scrupolo cancelleresco di Nitardo, che ha voluto registrare con precisione i giuramenti nella loro formula autentica, ci è, dunque, rivelata la struttura e la forma del latino volgare di Gallia, cioè del francese, nel nono secolo; così come lo scrupolo dei notari, che hanno registrato nella loro forma autentica le testimonianze rese davanti ai giudici di Teano e di Capua, ci è rivelata la struttura del latino volgare dell’Italia centro-meridionale del decimo secolo.




Invece per ciò che concerne al disciplinamento e all’affinamento delle parlate volgari validamente ha contribuito, senza dubbio, l’uso che, per il disposto del capitolare dell’813, han dovuto farne i vescovi nell’omiletica: senza dubbio i vescovi, abituati a scrivere secondo grammatica, traducendo, sia pure contemporaneamente, in volgare il latino delle loro omelie, dovevano sentire viva la suggestione dei modelli del discorso latino; e al volgare quei moduli, più o meno consapevolmente, trasferivano, ponendo ordine all’incomposta e sregolata loquela dell’uso popolare e corrente. D’altra parte non solo all’omiletica è limitato l’impiego clericale dei volgari: e la documentazione che possediamo è,  in questo senso, molto eloquente.
E’ del decimo secolo il primo documento autentico di versione volgare di un’omelia latina, quindi assai presto i chierici si son preoccupati non solo di predicare in volgare al popolo la parola di Dio, ma anche di allestire in volgare canti, inni, preghiere che servissero alla pratica religiosa del popolo; nonché di volgarizzare testi di pietà e di edificazione…




Nell’undicesimo secolo troviamo tutta una tradizione tecnica volgare francese da cui dipendono e a cui, qualche volta, esplicitamente si richiamano i verseggiatori provenzali e italiani; ed è una tradizione che appare distinta ormai – non indipendente – da quella strettamente  clericale; e della quale si sentono partecipi sia i chierici (il poeta provenzale di S. Fede), sia altri che chierici non sono, se pure col mondo della cultura clericale mostrano evidenti relazioni. Lo schema metrico del Gormont (un testo che è posteriore alla S. Fede) ci riporta, insomma, ad una tradizione tecnica assai arcaica, rispetto alla quale la formula della lassa di decasillabi monoassonanziati o monorimi, che è del Roland e delle canzoni di gesta composte a imitazione del Roland stesso, potrebbe apparire una innovazione. Si può a ragione pensare che la tradizione tecnica ‘francese’ documentata dal Gormont o dalla S. Fede muova da quel momento in cui, come affermava il D’Ovidio, la versificazione romanza elaborata in officine clericali poté ‘uscire dalle mani dei chierici’; che si tratti, cioè, di svolgimenti delle esperienze e dei tentativi dei chierici realizzati in ambiente non indipendente, ma diverso da quello clericale.




Senonché, le fonti imperiosamente ci impongono di riconoscere che non solo clericale è la tradizione dell’uso, in certa misura, letterario dei volgari anteriore all’avvento delle letterature romanze vere e proprie; che non solo ad opera di chierici si attua quel processo di regolamentazione e di affinamento del volgare, cui accennavamo; ma anche ad opera di uomini che esercitano, possiamo dire, la professione di divertire con la Poesia e con la musica, i popoli; e sono gli uomini che si designano col termine di ‘Giullari’.  Ma nelle fonti più antiche, gli ‘joculatores’ sono per lo più indicati coi termini ‘mimi’, ‘scurrae’, ‘histriones’, ‘thymelici’; e la considerazione attenta di questi termini ha consentito ad Edmond Faral di poter dimostrare in modo inoppugnabile che la giulleria medievale è l’erede e la continuatrice della mimica e dell’istrionismo romani. I giullari sono, essenzialmente, ‘attori’; che non recitano, naturalmente, commedie o drammi veri e propri, ma interpretano un’azione scenica con la danza figurata (pantomima), o realizzano semplici ed elementari bozzetti dialogati o anche monologhi che richiedono una recitazione declamata e, a un tempo, atteggiata.  




….La satira che quindi sarebbe stata arma terribile in mano a questi Poeti di piazza al quale il popolo prestava così volentieri orecchio, ai quali la stampa cominciava a dare parte della propria meravigliosa vitalità, la satira vera, mordace ed audace, non era per queste povere anime di rassegnati ai quali il regime pontificio e spagnolo aveva reciso ogni strumento di virilità. Si contentavano di parodie, specialmente dell’Orlando Furioso allora tanto in voga, e se tal volta l’istinto satirico fa capolino, morde chi non può far paura (e l’aguzzino presenzia la limitata vista giammai in nome e per conto del Regale [quanto del] Crocefisso solo e per soddisfar la materia per altro a lui sconosciuta, giacché sovente l’inquisitore vittima della propria limitata - atea-  natura). Il dialetto bolognese lodato da Dante ma da lui però stimato assai lontano da quell’ideale di volgare illustre che egli vagheggiava, è ascritto dal Biondelli alla categoria dei dialetti Gallo Italici da lui studiati…














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