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A
partire dalla seconda guerra mondiale, si determina, in America Latina,
un consistente recedere degli interessi europei a vantaggio di uno schiacciante
aumento degli investimenti nordamericani. E si verifica, da quel momento, un
cambiamento importante nella destinazione degli investimenti. A poco a poco,
anno dopo anno, perdono relativamente importanza i capitali impiegati nei
servizi pubblici e nel settore minerario mentre aumenta la proporzione degli
investimenti nel settore del petrolio e soprattutto nell’industria
manifatturiera. Oggi, 1 dollaro ogni 3 dollari investiti in America Latina
finisce nel settore industriale.
Con
investimenti quantitativamente insignificanti, le filiali delle grandi imprese
superano d’un solo salto le barriere doganali latinoamericane, elevate
paradossalmente contro la concorrenza straniera, e si impadroniscono dei
processi interni di industrializzazione. Esportano fabbriche o, spesso,
stringono d’assedio e poi inghiottono le fabbriche nazionali esistenti. A
questo fine contano sull’entusiastico aiuto della maggioranza dei governi
locali e sulla capacità di ricatto messa al loro servizio dagli organismi
internazionali di credito.
Il capitale imperialista cattura i mercati ‘dal di dentro’, impadronendosi dei settori chiave dell’industria locale: conquista o costruisce le fortezze decisive dalle quali controllare tutto il resto. L’OSA descrive il processo in questo modo: ‘Le imprese latinoamericane hanno il predominio sulle industrie e sulle tecnologie meno avanzate, mentre gli investimenti privati nordamericani, e probabilmente anche quelli provenienti da altri paesi industrializzati, aumentano rapidamente la loro partecipazione in alcune industrie dinamiche, che richiedono un grado di progresso tecnologico relativamente alto e che sono le più importanti per la determinazione del corso dello sviluppo economico’.
Così,
il dinamismo delle fabbriche nordamericane a sud del Rio Bravo supera di molto
quello dell’industria latinoamericana nel suo complesso. Eloquenti, in
proposito, i ritmi di sviluppo dei tre paesi più grandi: considerato il 1961
uguale a 100, il prodotto industriale dell’Argentina è stato, nel 1965, pari a
112,5 mentre, nello stesso periodo, le vendite delle imprese statunitensi sono
passate a 166,3; per quanto riguarda il Brasile, i rispettivi indici sono di
109,2 contro 120; per il Messico, di 142,2 contro 186,8.
L’interesse delle imprese imperialiste ad appropriarsi del surplus industriale latinoamericano e a capitalizzarlo a loro profitto non implica, comunque, un disinteresse per le altre tradizionali forme di sfruttamento. Certo, la ferrovia della United Fruit Co., in Guatemala, non era più redditizia, e la Eletric Bond e Share, come la International Telephone e Telegraph Corporation, hanno fatto splendidi affari quando il Brasile le ha nazionalizzate indennizzando con oro purissimo le loro installazioni ossidate e i macchinari da museo.
Ma l’abbandono del settore dei servizi pubblici per attività più lucrative
non ha nulla a che vedere con l'abbandono delle materie prime. Quale futuro
conoscerebbe l’impero senza il petrolio e senza i minerali dell’America Latina?
Indipendentemente
dal relativo calo degli investimenti nel settore minerario, l’economia
nordamericana non può prescindere, come abbiamo già visto in un altro capitolo,
dai rifornimenti vitali è succosi dai profitti che arrivano loro dal Sud.
Inoltre, gli investimenti che trasformano le fabbriche latinoamericane in
semplici rotelle dell’ingranaggio mondiale delle grandi multinazionali non
alterano affatto la divisione internazionale del lavoro. Il sistema di vasi
comunicanti attraverso i quali circolano capitali e merci tra paesi poveri e
paesi ricchi non subisce modificazioni di sorta.
L’America Latina continua a esportare la propria disoccupazione e la propria miseria: le materie prime di cui il mercato mondiale ha bisogno e dalla cui vendita dipende l’economia della regione. Lo scambio ineguale funziona come sempre: i salari di fame dell’America Latina contribuiscono a finanziare gli alti salari degli Stati Uniti e dell’Europa.
Certo,
non mancano politici e tecnocrati pronti a dimostrare che l’invasione del
capitale straniero ‘industrializzatore’ benefica le aree nelle quali
interviene. Secondo costoro, questo imperialismo di nuovo tipo compirebbe, a
differenza dell'imperialismo antico, un'azione davvero civilizzatrice, sarebbe
una vera benedizione per i paesi dominati: così che le dichiarazioni d’amore
della potenza dominante di turno coinciderebbero, per la prima volta, con le
sue reali intenzioni.
Insomma,
le coscienze colpevoli non avrebbero più bisogno di alibi per il semplice fatto
che non sarebbero più colpevoli: l’imperialismo dei giorni nostri irradierebbe
sviluppo tecnologico e progresso, al punto che diventerebbe addirittura di
cattivo gusto usare questo vecchio e odioso vocabolo per definirlo.
Ci si accorgerà che questo nuovo modello d’imperialismo non rende più prospere le nostre colonie, anche se arricchisce i loro poli di sviluppo; non allenta le tensioni sociali, ma le rende più acute; estende sempre più la povertà e concentra sempre più la ricchezza; paga salari venti volte inferiori a quelli pagati a Detroit e impone prezzi tre volte superiori a quelli in vigore a New York; si impadronisce del mercato interno e delle principali molle dell'apparato produttivo; controlla il progresso, ne decide l'orientamento e ne stabilisce i limiti; è arbitro del credito nazionale e orienta a proprio arbitrio tutto il commercio estero; denazionalizza l’industria e, con essa, anche il profitto che l’industria produce, indirizza verso l’estero la parte sostanziale dell’eccedente economico e, pertanto, spinge allo sperpero delle risorse; non apporta capitali allo sviluppo ma, al contrario, li sottrae.
Secondo
i dati della CEPAL, l’emorragia dei profitti degli investimenti diretti
statunitensi nell’America Latina è stata, in questi ultimi anni, cinque volte
superiore alla trasfusione di nuovi investimenti. Affinché le imprese possano
portarsi via i loro guadagni, i paesi si ipotecano indebitandosi con le banche
straniere e con gli organismi internazionali di credito e aumentando così il
grado del futuro dissanguamento. In questo senso, gli investimenti industriali
hanno le stesse conseguenze degli investimenti ‘tradizionali’.
La vecchia si chinò e agitò la mano per far vento al fuoco. Così, con le spalle incurvate e il collo teso e solcato da rughe contorte sembrava una vecchia tartaruga nera, ma quel povero vestito rotto non proteggeva certo come un guscio, e in fin dei conti lei era così lenta solo per colpa degli anni.
Alle
sue spalle, anch’essa incurvata, la capanna di legno e lamiera in cui viveva e
più in là altre capanne uguali dello stesso sobborgo di San Paolo. Di fronte a
lei, in un bricco color carbone, bolliva l’acqua per il caffè. Portò alle
labbra un bicchiere di latta e, prima di bere, scosse la testa, socchiuse gli
occhi:
‘O Brasil é nosso’ (il Brasile è nostro),
….disse.
Nel centro della stessa città, nello stesso momento, ma in un’altra lingua, pensò esattamente la stessa cosa il direttore esecutivo della Union Carbide, mentre alzava il calice di cristallo per brindare alla cattura di un’altra fabbrica brasiliana di materie plastiche da parte della sua impresa. Uno dei due, la vecchia o il direttore, si sbagliava.
Dal 1964, i vari dittatori militari che si susseguono al
potere nel Brasile festeggiano i compleanni delle imprese di stato
annunciandone la prossima denazionalizzazione, che essi però chiamano ‘recupero’.
‘La legge 56570, promulgata il 6 luglio 1965, riservava allo stato lo
sfruttamento della petrolchimica; ma quello stesso giorno, la legge 56571
riformava quella precedente e apriva lo sfruttamento del settore agli
investimenti privati’.
In
questo modo, la Dow Chemical, la Union Carbide, la Phillips Petroleum e il
gruppo Rockefeller ottennero, direttamente o attraverso ‘società’ fatte con lo
stato, il piatto più ricco e ambito: l’industria dei derivati chimici del
petrolio, prevedibile boom degli anni ’70.
Che
cosa successe nelle ‘ore’ trascorse tra una legge e l’altra?
Tende che si smuovono, passi nei corridoi, colpi disperati alla porta, biglietti di grosso taglio che volano in aria, agitazione a palazzo: da Shakespeare a Brecht, molti avrebbero voluto immaginarlo. Un ministro del governo ammette: ‘Salvo onorate eccezioni, di forte, in Brasile c’è, oltre allo stato, soltanto il capitale straniero’.
E
il governo fa tutto il possibile per evitare questa scomoda concorrenza alle
imprese nordamericane ed europee.
L’ingresso
dei capitali stranieri in gran quantità nel settore della manifattura cominciò,
in Brasile, negli anni ’50 e si rafforzò considerevolmente con il ‘Programma
degli obiettivi’ (1957-60) attuato dal presidente Juscelino Kubitschek. Fu il
periodo dell’euforia della crescita. Brasilia nasceva, come per il tocco di una
bacchetta magica, in mezzo a un deserto nel quale gli indios non sapevano
neppure che esistesse la ruota: si costruivano strade e grandi centrali
idriche; dalle fabbriche di automobili usciva una macchina nuova ogni due
minuti.
L’industria
cresceva a pieno ritmo. Si aprivano le porte agli investimenti stranieri, si
plaudeva all’invasione dei dollari, si sentiva vibrare il dinamismo del
progresso. I biglietti di grosso taglio circolavano ancor freschi d’inchiostro;
il balzo in avanti veniva finanziato con l'inflazione e con un pesante debito
con l’estero da scaricarsi poi, come un’onerosa eredità, sui governi
successivi. Venne concesso, con la garanzia di Kubitschek, uno speciale cambio
per le rimesse dei profitti alle case-madri delle imprese straniere e per
l'ammortamento dei loro investimenti.
Lo stato si rendeva corresponsabile del pagamento dei debiti contratti dalle imprese all’estero e consentiva l’acquisto di dollari a basso prezzo per il loro ammortamento e la loro estinzione: secondo una relazione pubblicata dalla CEPAL, oltre l’80 per cento degli investimenti effettuati tra il 1955 e il 1962 proveniva da prestiti ottenuti con l’avallo dello stato. In altre parole, oltre quattro quinti degli investimenti provenivano da banche straniere e andavano a ingrossare l’immenso debito con l’estero dello stato brasiliano.
Si
concedevano, inoltre, particolari facilitazioni per l’importazione di
macchinari: è chiaro che le imprese nazionali non godevano affatto delle
condizioni di privilegio accordate alla General Motors o alla Volkswagen. Il
risultato di questa politica di denazionalizzazione e di favoreggiamento nei
confronti del capitale imperialista divenne evidente quando si pubblicarono i
dati della paziente inchiesta sui grandi gruppi economici del Brasile, condotta
dall’Istituto di Scienze Sociali dell’Università.
Tra i gruppi dotati di un capitale superiore ai 4000 milioni di cruzeiros, più della metà erano stranieri e nella maggior parte nordamericani; tra quelli in possesso di un capitale superiore ai 10000 milioni, sempre di cruzeiros, c’erano dodici gruppi stranieri e cinque nazionali. ‘Quanto più grande è il gruppo economico, tanto maggiore è la possibilità che esso sia straniero’, concludeva Mauricio Vinhas de Queiroz analizzando i dati dell’inchiesta. Ancora più eloquente appare il fatto che sui ventiquattro gruppi nazionali con un capitale superiore ai 4000 milioni, solo nove non fossero legati, attraverso le azioni, con i gruppi finanziari statunitensi o europei, anche se due di essi erano a direzione mista. L’inchiesta mise poi in luce l’esistenza di dieci gruppi economici che esercitavano un virtuale monopolio nei rispettivi settori: otto di essi erano filiali di grandi imprese nordamericane.
Sotto
il governo del maresciallo Castelo Branco s’era firmato un accordo che
garantiva gli investimenti stranieri concedendo loro un virtuale status di
extraterritorialità; si erano ridotte le imposte sui profitti; si erano
concessi agli investimenti straordinarie facilitazioni creditizie:
contemporaneamente, si erano annullate le misure prese dal precedente governo
Goulart per evitare la fuga dei profitti. La dittatura tentava i capitali
stranieri offrendo loro il paese come un prosseneta potrebbe offrire una donna,
e sapeva trovare gli accenti più persuasivi:
‘Il
Brasile riserva agli stranieri il trattamento più liberale del mondo... non ci
sono restrizioni di sorta per quanto concerne la nazionalità degli azionisti...
non ci sono limiti alla percentuale del capitale investito che può essere
rimessa come guadagno... non ci sono limiti al rimpatrio del capitale, e il
reinvestimento dei profitti viene considerato un incremento del capitale
originario...’
Due dei ministri chiamati dalla commissione parlamentare a riferire sulla denazionalizzazione industriale del Brasile riconobbero che le misure adottate sotto il governo di Castelo Branco per consentire il diretto flusso del credito esterno alle imprese avevano messo in condizioni di inferiorità le fabbriche a capitale nazionale.
Si
riferivano entrambi alla famosa Istruzione 289, degli inizi del 1965: le
imprese straniere ottenevano, all’estero, prestiti al 7 o all’8 per cento con
un cambio speciale garantito dal governo in caso di svalutazione del cruzeiro,
mentre le imprese nazionali dovevano pagare circa un 50 per cento di interesse
per crediti che riuscivano a ottenere con molta difficoltà in Brasile. L’inventore
di questa misura, Roberto Campos, l’aveva spiegata così:
‘Ovviamente,
il mondo è disuguale. C’è chi nasce intelligente e chi nasce stupido. C’è chi
nasce atleta e chi nasce paralitico. Il mondo è fatto anche di grandi e di
piccole imprese. C’è chi muore presto, agli inizi della vita; altri che si
trascinano, criminalmente, in una esistenza lunga e inutile. C’è una
disuguaglianza di base, fondamentale, nella natura umana, nella condizione
delle cose. Neppure il meccanismo del credito sfugge a questa legge. Sostenere
che le imprese nazionali debbano avere accesso al credito straniero nella
stessa misura delle imprese straniere significa soltanto disconoscere le realtà
basilari dell'economia...
Secondo i termini di questo breve ma significativo ‘Manifesto capitalista’, la legge della foresta è il codice che regge naturalmente la vita umana e l’ingiustizia non esiste, visto che ciò che noi definiamo ingiustizia è soltanto l’espressione della crudele armonia dell’universo. Pertanto, i paesi poveri sono poveri perché... sono poveri; il destino sta scritto nelle stelle e nasciamo soltanto perché esso si compia: gli uni condannati a obbedire, gli altri designati a comandare. Gli uni destinati a mettere il collo, e gli altri destinati a mettere la corda.
L’autore di siffatti ‘pensieri’ è stato l’artefice della politica
del Fondo Monetario Internazionale in Brasile.
L’economia
nordamericana ha bisogno dei minerali dell’America Latina come i polmoni hanno
bisogno dell’aria.
Gli
astronauti avevano impresso le prime orme dell’uomo sulla superficie lunare
quando, nel luglio del 1969, il padre di quelle gesta eroiche, Wernher von
Braun, annunciava alla stampa che gli Stati Uniti si proponevano d’installare
una stazione nel lontano spazio, ma per fini molto più terreni:
‘Da quella meravigliosa piattaforma d’osservazione’,
dichiarò,
‘potremo scrutare tutte le ricchezze della terra: i pozzi di
petrolio sconosciuti, le miniere di rame e di zinco...’
Il petrolio continua a essere la principale fonte d’energia del nostro tempo, e i nordamericani importano un settimo del petrolio che consumano. Per ammazzare i vietnamiti, hanno bisogno di pallottole, e le pallottole hanno bisogno del rame: gli Stati Uniti comperano fuori dalle loro frontiere un quinto del rame che consumano. La mancanza di zinco si fa sempre più preoccupante: circa la metà viene da fuori. Non si possono fabbricare aerei senza alluminio, e non si può fabbricare alluminio senza bauxite: gli Stati Uniti non hanno quasi bauxite. I loro grandi centri siderurgici di Pittsburgh, Cleveland, Detroit - non trovano ferro sufficiente nei giacimenti del Minnesota, già in via d'esaurimento, e il territorio nazionale non produce manganese: l’economia nordamericana importa un terzo del ferro e tutto il manganese di cui ha bisogno. Il sottosuolo USA non fornisce né il nichel né il cromo necessari per fabbricare i motori a reazione. E per costruire aerei speciali è indispensabile il tungsteno: gli Stati Uniti lo importano per un quarto.
Questa
crescente dipendenza dai rifornimenti stranieri determina un altrettanto
crescente identificazione degli interessi dei capitalisti nordamericani in
America Latina con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La stabilità
interna della prima potenza del mondo appare strettamente legata agli
investimenti nordamericani a sud del Rio Bravo. Circa la metà di questi
investimenti viene adoperata per l’estrazione del petrolio e per lo
sfruttamento delle ricchezze minerarie ‘indispensabili per l’economia degli
Stati Uniti, sia in pace sia in guerra’.
Il Presidente del Consiglio Internazionale della Camera di Commercio USA ha affermato:
Storicamente,
una delle principali ragioni per le quali gli Stati Uniti investono all’estero
risiede nella necessità di sviluppo delle risorse naturali, specie minerali e,
in particolare, del petrolio. È del tutto ovvio che gli incentivi per questo
genere di investimenti non facciano che aumentare. Le nostre necessità di
materie prime sono in costante aumento, nella misura in cui la popolazione si
espande e aumenta il livello di vita. Nello stesso tempo, le nostre risorse
nazionali si esauriscono...
I laboratori scientifici del governo, delle
università e delle grandi imprese superano i limiti della fantasia con il ritmo
febbrile delle loro invenzioni e delle loro scoperte, ma la nuova tecnologia
non ha ancora trovato il modo di prescindere dalle materie prime che la natura,
e solo la natura, offre.
E
intanto si stanno esaurendo le risposte che il sottosuolo nazionale è in grado
di dare alla sfida della crescita industriale degli Stati Uniti.
Nella selva amazzonica anche il sottosuolo produce colpi di stato, rivoluzioni, storie di spionaggio e di avventura.
Prima
di essere gentilmente ceduti alla Hanna Mining Co. dal maresciallo Castelo
Branco, che aveva preso d’assalto il potere nel 1964, gli splendidi giacimenti
brasiliani della valle del Paraopeba avevano rovesciato due presidenti: Jànio
Quadros e Joào Goulart. Anni prima, il presidente Enrico Dutra (194651), un
altro amico dell’ambasciatore degli Stati Uniti, aveva concesso alla Bethlehem
Steel i quaranta milioni di tonnellate di manganese dello stato dell’Amapà, uno
dei maggiori giacimenti del mondo, in cambio del 4 per cento in favore dello
stato.
Da
allora, la Bethlehem trasferisce le montagne dell’Amapà negli USA con un
entusiasmo tale da far temere che, nel giro di quindici anni, il Brasile
rimarrà senza il manganese necessario per la propria industria siderurgica.
Come non bastasse, su ogni 100 dollari investiti dalla Bethlehem nell’estrazione
di minerali, 88 costituiscono un gentile le omaggio del governo brasiliano: è
la quota esente da imposte in nome dello ‘sviluppo della regione’. Com’è
evidente, l’esperienza dell’oro perduto del Minas Gerais ‘oro bianco, oro nero,
oro corrotto’, scrisse il poeta Manuel Bandeira - non è servita a nulla: il
Brasile continua a privarsi gratuitamente delle proprie fonti naturali di
sviluppo.
Per rifornirsi della maggior parte dei minerali strategici che ritengono di valore fondamentale per il loro potenziale di guerra, gli Stati Uniti devono ricorrere a fonti straniere. ‘Il motore a reazione, la turbina a gas e i reattori nucleari hanno oggi un’influenza enorme sulla domanda di materie prime che si possono ottenere solo all'estero’, dice Magdoff in proposito.
L’imperiosa
necessità di minerali strategici, imprescindibili per la salvaguardia del
potere atomico e militare degli Stati Uniti, appare chiaramente collegata con
il massiccio acquisto di terre in genere con metodi fraudolenti nell’Amazzonia
brasiliana. Negli anni ’60, numerose imprese nordamericane, dirette
da avventurieri e contrabbandieri di professione, si abbatterono su questa
gigantesca selva in un rush febbrile. Prima però, in virtù di un accordo
firmato nel 1964, gli aeroplani dell’Air Force degli Stati Uniti avevano
sorvolato e fotografato tutta la regione. Avevano usato un corredo di
scintillometri per individuare i giacimenti di minerali radioattivi attraverso
l’emissione di onde di luce a intensità variabile; si erano serviti di
elettromagnetometri per radiografare il sottosuolo ricco di minerali non
ferrosi, e di magnetometri per scoprire e misurare i giacimenti di ferro.
I
rapporti e le fotografie ottenute dal rilevamento dell’estensione e della
profondità delle ricchezze segrete dell'Amazzonia vennero consegnati alle
imprese private interessate, grazie ai buoni uffici del ‘Geological Survey’ del
governo statunitense. L’immensa regione si rivelava ricca d’oro, d’argento, di
diamanti, magnetite, tantalio, titanio, torio, uranio, quarzo, rame, manganese,
ematite, gipsite, piombo, solfati, potassio, bauxite, zinco, zinconio, cromo e
mercurio.
È tanto vasto il cielo dalla giungla vergine dal Mato Grosso alla pianura del sud del Goiàs, che come affermava delirando la rivista ‘Time’ nella sua ultima edizione latinoamericana del 1967 - si possono vedere contemporaneamente il sole che brilla e una mezza dozzina di lampi, appartenenti a diversi temporali. Per colonizzare le aree vergini di questo universo magico e selvaggio, il governo aveva offerto esenzioni fiscali e altre facilitazioni allettanti. Secondo il ‘Time’, prima del 1967 i capitalisti stranieri avevano acquistato nella regione, per 7 centesimi l’acro, una superficie superiore a quella dei territori del Connecticut, Rhode Island, Delaware, Massachussetts e New Hampshire globalmente considerati.
‘Dobbiamo
tenere le porte ben aperte agli investimenti stranieri’, diceva il direttore
dell’ufficio governativo per lo sviluppo dell’Amazzonia, ‘perché abbiamo
bisogno di più di quanto possiamo ottenere’. Per giustificare il rilevamento
aereofotometrico da parte dell’aviazione nordamericana, il governo aveva
dichiarato, in precedenza, che gli mancavano le possibilità di farlo in modo
autonomo. È un fatto normale, in America Latina: ‘si regalano sempre le risorse
all’imperialismo col pretesto della mancanza di risorse’.
Il Congresso brasiliano riuscì a condurre un'inchiesta sull’argomento e a compilare una voluminosa relazione. In essa si riferiscono casi di vendita o usurpazione di terre per un’estensione di 20 milioni di ettari, disposti in modo tanto strano da formare, secondo la commissione investigatrice, ‘una specie di cordone per isolare l’Amazzonia dal resto del Brasile’. Nella stessa relazione, ‘lo sfruttamento clandestino dei minerali più importanti’ appare come uno dei principali motivi dell’avidità nordamericana tesa ad aprire una nuova frontiera all’interno del Brasile.
(E. Galeano)


















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