CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 11 luglio 2018

IL TEMPO & LA MEMORIA (3)











































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Il Tempo & la Memoria (1)  &  (2)

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Il Tempo & la Memoria (4)












Così imparammo, in nome di una più segreta verità, dei meschini rimedi. Dei segreti modi per riuscire in ciò che l’ istinto non era ingannato, o del tutto assopito e rassegnato.  Fu l’istinto in cerca della ragione, che dalla cornice di un quadro, una mattina, ci portò al perimetro del nostro giardino, per rubare un po’ di luce… ed in segreto camminare in cerchio. Osservati dalla prima sostanza, dalla prima luce di fratello – Eraclio - . Visti senza poter vedere, perché l’occhio di fratello – Eraclio- è solo la vista dell’ Altissimo a cui tutti noi aspiriamo. Ma nel lento deambulare, come ogni giorno la regola ci insegna e comanda, abbiamo imparato in essa la segreta essenza  dell’inganno, abbiamo meditato in noi stessi l’ essenza  di questo principio, ed in ultimo in tacito assenso siamo convenuti, io, ed i miei umili e pochi confratelli, che mentre fratello – Eraclio - ci spiava con gli occhi, gli occhi dell’ – Onnipotente –… si intende, noi cerchiamo la stessa immutabile sostanza per altri – dove - . La misura dell’ – Invisibile – inizia(va) così a prendere forma e misura. Non solo la misura delle proporzioni che costantemente cerchiamo, studiamo e paragoniamo, ma la misura di una più probabile verità contro un – Dio – che non riusciamo più a vedere ne sentire.
La nostra obbedienza diviene di giorno in giorno il muro per la costanza della ricerca, della sfida, della comprensione. Il nostro pregare, e celebrare tutte le funzioni che la regola impone, era (e sono) la sola ed unica possibilità di salvezza.
Mai nessuno osò, nei lunghi anni di tirocinio  alla grande biblioteca, verificare con quale inganno riuscivamo in ciò che la maggior parte dei nostri confratelli neppure immaginava. Eppure in questa maniera appagavamo l’intento di una vista più ampia, di un panorama più vasto.  Ed è vero,  vedevamo capivamo ed acquistavamo la misura del Tempo: comprendere lo spazio e la sua geografia, ma sempre nella segreta misura di una preghiera, di una litania, di un rosario, di una formula detta e ripetuta, nella costanza di una paura da esorcizzare come un male antico, di cui pian piano ne riuscivamo a capire comprendere e percepire…. forma e dimensione.
Il nostro pregare con il tempo divenne paura di esalare l’ultimo respiro dinnanzi a fratello – Eraclio - , il tramite del nostro corpo per un Inferno sicuro, se il misfatto fosse stato scoperto. Paura di arrivare a quel temuto – Altissimo - nei modi e nei tempi non previsti dalle stesse preghiere. Così quando fratello – Eraclio - ammoniva, leggeva, pregava dal pulpito, eravamo nella costante ed assordante paura che ogni parola, ogni riferimento fosse alle nostre azioni. Ma così non era. Il nostro Eremo aveva e presumo abbia ancora, una discreta biblioteca, con gli anni imparammo il piacere dell’ Epistolariato con i confratelli  del nostro Ordine. Negli anni questo il segreto piacere, il medesimo del buon pastore nel periodo della transumanza.  Come lui, ci avvia(va)mo a questa piacevole usanza, questo convivio che avveniva fra un Abbazia e l’altra. Di questa responsabilità venivano incaricati quattro o cinque – confratelli – anziani, quelli di memoria capace e pronta, i quali probabilmente un tempo avevano la stessa predisposizione per la divulgazione orale dei testi più importanti e noti.  In effetti scoprimmo a nostre spese, che l’arte della memoria dei nostri predecessori era il lasciapassare per questa qualificata mansione. Così per accedervi oltre essere assidui frequentatori della biblioteca, bisognava dimostrare notevole capacità memonica.
I confratelli che ci avevano preceduto, erano pagine e libri interi: la Bibbia, il Vangelo, e molti altri testi sacri impressi nella parola …. prima della memoria, almeno così ci sembrava.  La cosa parrà incredibile, ma ogni virgola e parabola era da loro conosciuta con una tale precisione che solo con il tempo imparammo a capire che era un dono di ‘lettura interiore’. Con gli anni capimmo ciò che leggevano e pensavano riflesso nella loro e nostra Anima (divenuta ‘nuova coscienza’).  Con gli anni capimmo il duro esercizio della mente, ore ed ore di penitenza e preghiera per imprimere l’ alto significato della – Parola – rivelata.  Con gli anni apprendemmo cosa dovevano e dovevamo divenire.
Dei libri aperti alla memoria.
Il passato così tornava eterno presente immutabile, di un futuro mai concesso ne a noi, ne presumo alla verità.  E la verità, l’unica verità, doveva essere sempre e costantemente recitata alla memoria. Non vi era posto per null’ altro eccetto che la costante ripetizione dell’eterna litania  dell’eterna ricerca memonica della parola già detta e ripetuta e mai più cercata ne tantomeno ricercata o forse scoperta. Ogni quadro esteriore o interiore diveniva il riflesso della – Parola – incarnata, già preannunciata nel – Vecchio Testamento - .  Ogni fatto che compariva alla nostra probabile comprensione, non era null’altro che una pagina di memoria… sulla memoria. Ogni altro tentativo era vano. Ogni altra chiave di lettura degli eventi… inutile. Ogni significato della vita poteva essere spiegato e risolto con il dono della memoria, che attraverso la costanza del passo, del racconto epico tramandato, può spiegare la – Parola – di Dio, ogni altra e diversa – Memoria – non può e deve essere ‘celebrata’ ‘studiata’ ‘confrontata’. Solo scrutando questa grande caverna scritta, ripetuta e impressa nella memoria, si aveva accesso all’ atto di – Dio – , spiegato e rivelato all’ incolto – Uomo - .  Spiegato all’umile fedele confuso dalla paura, dal dolore, e troppo spesso come avevamo (ed abbiamo) modo di vedere, dall’ignoranza.
L’anima, secondo questo antico esercizio veniva così sacrificata alla pura immagine, di un – Dio  -  troppo spesso vendicativo e violento. L’ essenza della nostra esistenza poteva e doveva essere spiegata solo attraverso questa luce, questi quadri di lontana memoria.  I confratelli più anziani, gli addetti alla biblioteca scoprivano così i colori e le tinte del loro – Essere - ,  riconoscevano in tal maniera il loro passato, e forse anche la loro – Psicologia - .  Qualsiasi altra semenza veniva debitamente rimossa. Qualsiasi chiave di lettura veniva privata di una più attendibile verità. 
L’anima il ricettacolo della parola rivelata all’uomo nella ‘cella’ di un Secondo Dio. Ogni altra disquisizione doveva e deve, in ragione della forza, essere rimossa. Ogni altro panorama, in questa geografia tramandata nei secoli, chiuso alla vista della coscienza e conoscenza. L’antico sapere, prima e dopo, la – Parola – rivelata, doveva essere accuratamente studiato confrontato, e se fratello – Eraclio - , con gli alti prelati, convenivano, cancellato dalla verità della storia. Oppure inserito nel contesto che a maggior ragione si riteneva e ritiene opportuno.
L’opera di fratello – Eraclio - , era ed è delicata, e nello stesso tempo fondamento e continuazione del sapere teologico dei Dottori e Padri della Chiesa, trasmutato in nuovi ed immutati Dottori e Padri delle nostre coscienze, poi interpretato e tramandato ai posteri.  Qualsiasi divergenza in seno ad una visione diversa della loro realtà culturale, sociale, psicologica e teologica, fra un Primo ed un Secondo Dio, poteva e può essere risolta solo con l’ ‘opera inquisitoria’ di un ‘Dottore di Chiesa’, come per paradosso, da un ‘Dottore dell’ anima’ riflessa nella moderna scienza nominata ‘psicologia’, l’opera Inquisitoriale mantiene inalterate le sue ‘secolari’ caratteristiche immutate e tramandate nel controllo della Memoria così come quello della Coscienza.

Il Tempo in cui noi Perfetti abbiamo abdicato l’opera di codesto limitato Creato ad un Secondo Dio assente al Tempo dal Primo Creato….  

– Eraclio – scoprimmo presto, non era ed è la verità, bensì la – Storia - . Questa differenza, che al lettore di oggi può apparire incredibile, era ed è il fondamento della sua – Istituzione - , il patto di continuità, che si eroga(va) il diritto, oltre che all’ esistenza, anche al tacito proseguimento di interpretarla. E con essa, scoprivamo con orrore, anche tutte le discipline a lei, direttamente o indirettamente, riconducibili.  L’ opera sua era (ed è) importante, era (ed è) l’- Assoluto - , incarnato nell’infallibilità di – Dio - , cui si faceva solo interprete e custode.
- Eraclio - , non era solo la Chiesa che rappresentava, ma la possibilità di prosperare e allargare i suoi confini, i suoi orizzonti, in nome di quel – Cristo - , di cui era solo ed assoluto interprete. Perciò l’ intero sapere era (….) lo strumento su cui poggiavano le fondamenta di questa immensa costruzione. La sua ragion d’essere, era l’esatta interpretazione e collocazione della ‘Parola’, dall’inizio dei tempi. La storia creata così poteva sopravvivere oltre che a se stessa, anche al prossimo.  Condizione necessaria e sufficiente, collocarla o ricollocarla nel giusto scaffale, nel giusto libro, nel retto sapere, letto studiato e troppo spesso  interpretato. Questo l’antico ordine della - Storia - , nella grande biblioteca dell’ immenso Universo di cui – Eraclio – era custode maestro…. e segreto artefice nonché compositore.
La conoscenza, ragione per cui, scoprimmo presto, era fondamentale, prioritaria. Indispensabile! La conoscenza per ordine e gradi ed esatta collocazione nella vastità della biblioteca, era (ed è) importante almeno quanto ogni elemento della natura, di cui ogni giorno ed umilmente ci serviamo in ragione della nostra sopravvivenza. La grande biblioteca era ed è questo – Universo - , di cui ogni pianeta, ogni meteora, ogni sole, ogni stella, ogni frammento, doveva (e deve ancor oggi…) avere una sua precisa ubicazione.  Ogni gravità, ogni equilibrio, ogni frammento del  divenire in questo grande – Universo - , doveva essere ubicato nella giusta dimensione di una conoscenza certa ed assoluta. L’ intera  – Creazione - , altrimenti, avrebbe risentito i dissesti geologici, di cui io,  ora, assisto impietrito ed osservo in tutto il suo orrore e terrore. Quei terremoti, quelle intemperie, bufere, non avevano ragion d’essere. La stabilità dell’ – Universo - , di cui fratello – Eraclio - era l’artefice, non poteva conoscere dissenso, e troppo spesso, come imparammo, diversa e altra verità.
Nell’umiltà di fratello – Eraclio - , si nasconde(va) il – Potere - , comandato, incaricato, e poi come ora osserviamo – Incarnato - . Ogni possibile previsione metereologica doveva essere prevenuta come il peggiore dei mali, nella continuità della mancanza di verità, tutta la sua potenza vi si nasconde. Ogni altra, e possibile verità, scoperta come vera, perseguitata. 
Questo il compito di fratello – Eraclio - . 
… Ed ora, nel fitto della foresta, da dove sta prendendo parola con tutta l’umiltà che il potere concede lui, inizia a soffiare quel vento, del quale il mare preannuncia sicura burrasca. Nel fondo di quell’ altare inizia a spirare quel vento di cui già avvertiamo il gelo, fin nel profondo delle ossa.   Da dove ammutoliti osserviamo l’ evolversi di questa natura, il triste epilogo di questo – Universo – increato, udiamo anche noi la sicura premessa dell’ Inverno - . L’anticipo di un Inverno che non conoscerà mai nessuna Primavera. Percepiamo nello scuro silenzio l’assenza del Tempo, del Creato, e di ogni verità. Nel raccoglimento di quegli attimi ogni parola sembra pesare come l’intera volta in cui ci siamo inchinati, così tante volte, da non ricordare con precisione le vaghe geometrie che abbiamo davanti.  Quelle forme ora sembrano sfuggirci, ed i loro simboli veneriamo, per il segreto terrore che il loro martirio, possa colpire anche noi. Noi che umilmente ci prostriamo di fronte all’ – Altissimo - nel sicuro timore che la fede, la loro fede possa condannarci ad un naufragio senza ritorno nel mare di  fuoco che sappiamo, poi, elevarsi da quel ghiaccio.
… E se il freddo ci gela le ossa, in previsione di qualsiasi fuoco purificatore, abbiamo imparato ad amarlo, come solo ed unico compagno di ogni prevedibile tormento. Conviviamo con fratello – gelo - , come  solo amico per i tormenti della carne.  Ci è amico in questi pensieri, e quando il verde campo, fuori dal giardino, si trasforma nel patibolo dei tanti e troppi umiliati e Perfetti condannati e sacrificati al fuoco purificatore, nell’odore di bruciato, nelle urla straziate, nei cori sommessi, percepiamo la – Storia – ed il segreto compito a cui  il – Sommo – ha affidato la sua missione. Capiamo in maniera inequivocabile il lento celebrarsi della – Storia – di cui fratello – Giovanni – è artefice e custode. In tutta l’umiltà concessa lui, non vi è altra verità accettata e accertata. Così anche per noi il triste scorrere del calendario non ha più senso e luogo. Perché sappiamo la verità morta per sempre e con essa anche il Tempo che la caratterizza e comanda.

(G. Lazzari,  Dialoghi con Pietro Autier)

(Prosegue...)



















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