giuliano

giuliano
IL TOMO

martedì 2 febbraio 2016

CAMMINARE











































Prosegue in:

La Terra estranea... o straniera (2)














…Posso agevolmente camminare per dieci, quindici, venti e più miglia, partendo da casa, senza incontrare alcuna abitazione, senza attraversare alcuna strada se non lo fanno la volpe e il visone: prima lungo il fiume, e poi il ruscello, e poi i campi e i boschi.
Per miglia e miglia intorno non vi sono abitanti…
Da alcune colline appaiono in lontananza le dimore dell’uomo e la sua civiltà. Gli agricoltori e le loro opere sono appena più visibili delle marmotte e delle loro tane.
L’uomo con le sue faccende, Chiesa e Stato e scuola, e i suoi traffici e i suoi commerci, le sue fabbriche e la sua agricoltura, e la sua politica, la più pericolosa di tutte. mi rallegra vedere quanto poco spazio occupino nel paesaggio.




La politica è un campo assai angusto, e quella strada, ancora più angusta, è a essa che conduce. E’ là che a volte dirigo il viaggiatore. Se volete andare verso il mondo della politica, seguite la strada maestra, seguite quel mercante, e la polvere dei suoi passi vi condurrà direttamente ad esso; perché anche quel mondo ha semplicemente un suo spazio, non occupa l’intero spazio.
L’oltrepasso, come oltrepasso un campo di fagioli, dirigendomi verso la foresta, e subito lo dimentico. In una mezz’ora raggiungo punti della superficie terrestre dove non è possibile all’uomo mettere radici, e dove dunque non può esservi politica, che è per l’uomo come il fumo del suo sigaro.
Il villaggio è il luogo verso cui tendono le strade, una sorta di espansione della strada maestra, come il lago rispetto al fiume. E’ il corpo a cui le strade fanno da braccia e da gambe, trivio o quadrivio, crocevia obbligato dei viaggiatori. La parola deriva dal latino ‘villa’ che insieme a ‘via’, ‘una via’, o ancora più anticamente ‘ved’ e ‘vella’, Varrone fa discendere da verbo, ‘trasportare’, poiché la villa è il luogo verso cui, e da cui, le cose vengono trasportate. ‘Vellaturam facere’ fu detto di coloro che vivevano raggruppati. Da qui deriva anche la parola latina ‘vilis’ ed il nostro ‘vile’, nonché ‘villain’. Questo testimonia il grado di degenerazione a cui sono esposti gli abitanti di un villaggio: spossati dal movimento che gli turbina intorno e li schiaccia, senza che loro stessi mai intraprendano un viaggio.




Alcuni non camminano del tutto; altri camminano lungo strade maestre; pochi attraversano i campi. Le strade son fatte per i cavalli e per i mercanti. Io, al contrario di loro, non percorro le strade, perché non ho fretta di raggiungere una locanda, o una drogheria, o una stalla, o un magazzino qualsiasi a cui esse conducono. Io cammino nella Natura come gli antichi Profeti e Poeti…
…Qui intorno, attualmente, la parte migliore della terra non è proprietà privata; il paesaggio non appartiene a nessuno, e il camminatore gode di una relativa libertà. Ma verrà forse il giorno in cui questa terra sarà smembrata in parchi per così dire di svago, di cui solo pochi godranno in modo limitato ed esclusivo, in cui i recinti saranno moltiplicati, e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica, e camminare sulla terra di Dio significherà attraversare senza permesso la terra di qualche gentiluomo. Godere di qualcosa in modo esclusivo generalmente significa essere esclusi dal suo autentico godimento. Approfittiamo dunque delle opportunità a noi offerte, prima che giungano tempi peggiori (o forse sono già arrivati…).




Cosa rende talvolta così difficile la direzione da scegliere?
La Natura possiede, io ritengo, un magnetismo sottile in grado di guidarci nella giusta (e retta…) direzione, se ad esso ci abbandoniamo. Non è difficile scegliere l’una o l’altra strada. Solo una è quella giusta. Ma siamo spesso così stolti ed incuranti da scegliere quella sbagliata. Vorremmo avanzare lungo quella strada, non ancora percorsa nel mondo reale, che sia il simbolo perfetto del cammino che amiamo intraprendere nel mondo interiore e ideale; ed è indubbiamente difficile scegliere la direzione, se essa non è ancora distintamente tracciata in noi.
Quando esco di casa per una passeggiata, ancora incerto sul luogo in cui dirigere i miei passi, e lascio che l’istinto decida per me, mi accade, per quanto strano e bizzarro possa sembrare, di risolvermi, alla fine, per una particolare direzione, verso un bosco, un prato, un pascolo abbandonato o una collina in quella direzione. Il mio ago è lento a risolversi, oscilla di alcuni gradi, e naturalmente non sempre tende nella direzione scelta – e su tali variazioni ha un’assoluta autorità – ma oscilla sempre tra ovest e sudovest. Il futuro è laggiù, per me, e da quella parte la terra sembra meno sfruttata, più ricca. La linea tracciata dei miei passi forma, più che un cerchio, una Parabola, o piuttosto l’Orbita di una cometa, una di quelle orbite che furono ritenute curve senza ritorno, in questo caso aprentesi verso ovest, e rispetto a cui la mia casa occupa la posizione del sole. Giro su me stesso, irresoluto, a volte anche per un quarto d’ora, finché decido, per la millesima volta, di dirigermi a ovest o a sudovest. Verso est vado solo se costretto, ma verso ovest mi dirigo liberamente.
Nessun impegno mi chiama.




Mi è difficile credere di poter trovare una Natura libera e selvaggia, per quanto possibile, oltre l’orizzonte a est. Non mi eccita la prospettiva di una passeggiata in quella direzione; penso invece alla foresta che si staglia contro l’orizzonte ad ovest; si estende verso il tramonto senza interrompersi mai, ed in essa non vi sono né paesi né città di dimensioni tali da infastidirmi. Lasciatemi vivere dove desidero, da questa parte c’è la città, da quella la Natura selvaggia, e con sempre maggior frequenza io lascio la città e m’inoltro nella Natura…

…Il mio stato d’animo infallibilmente si innalza in misura proporzionale all’essenzialità del paesaggio. Datemi l’Oceano, il Deserto, la Natura incontaminata!
Nel deserto l’aria pura e la solitudine compensano la mancanza di acqua e di fertilità. Dice Burton, l’esploratore, a questo proposito: ‘il morale migliora; si diventa franchi e cordiali, ospitali e sinceri… Nel deserto gli alcolici provocano solo disgusto. Vi è un acuto piacere nella pura esistenza animale’.  Coloro che hanno viaggiato attraverso la steppa dei tartari così riferiscono: ‘Nel riavvicinarsi alle terre coltivate, l’agitazione, la confusione, il tumulto della civiltà ci opprimevano e ci soffocavano; ci sembrava che l’aria mancasse e temevamo di dover morire per asfissia da un istante all’altro’.




Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile, a occhi cittadini, più tetra. Entro in una palude così come in una foresta come un luogo sacro, come in un ‘sancta sanctorum’. Qui risiede la forza, la quintessenza della Natura. La vegetazione selvatica ricopre il terreno argilloso, e la terra è benefica sia per l’uomo che per gli alberi. E come la terra ha bisogno di molto concime per essere fertile, così necessitano all’uomo, per la sua salute, grandi spazi intorno a sé. Nella palude si trovano le sostanze forti di cui l’uomo si nutre. La sopravvivenza di una città non dipende dalla rettitudine degli uomini che vi risiedono, ma dai boschi e dalle paludi che la circondano. Una regione in cui una foresta primitiva affondi le proprie radici nel materiale decomposto di un’altra foresta primitiva è un territorio che favorisce non soltanto la fioritura di grano e di patate, ma anche di poeti e di filosofi per le generazioni a venire… Se vogliamo proteggere gli animali selvatici dobbiamo garantire loro una foresta in cui possano vivere o a cui possono far ricorso.
Lo stesso accade per l’uomo!
Un centinaio di anni fa lungo le strade si vendeva la corteccia degli alberi delle nostre foreste. Nella semplice scorza di quegli alberi ruvidi e primitivi, io ritengo, qualcosa di fondamentale che rinvogoriva e consolidava le fibre del pensiero umano. Rabbrividisco se confronto quel tempo all’attuale degenerazione della vita nel nostro villaggio, in quest’epoca in cui non si è in grado di raccogliere un pezzo di corteccia di spessore adeguato, e in cui non si producono più né pece né terebinto! Le grandi civiltà, quelle che hanno lasciato un’impronta umana e non solo storica, generazionale e non solo materiale – sono sorte sul terreno imputridito delle antiche foreste primitive, e da esso hanno tratto nutrimento. Esse sopravvivono sin tanto che la terra non si esaurisce.
Povera cultura umana!




Ben poco si può sperare da una nazione che abbia esaurito la propria matrice vegetale e che sia costretta a far concime delle ossa dei suoi padri, dove il poeta si nutre solo del proprio grasso superfluo e il filosofo del proprio midollo…
…Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe, è perenne e costante. ciò che di più alto possiamo raggiungere non è la Conoscenza, ma l’Armonia con l’Intelligenza. Non so se questa conoscenza superiore sia qualcosa di più definito di un racconto; è la grandiosa e improvvisa rivelazione dell’inadeguatezza di ciò che sino a quel momento abbiamo chiamato Conoscenza, la scoperta che vi sono in cielo e in terra assai più cose di quante ne sogna la nostra filosofia…
…Mentre quasi tutti gli uomini si sentono spinti verso la società, pochi sono fortemente attratti dalla Natura. Nonostante il loro sapere, nell’atteggiamento verso la Natura gli uomini mi sembrano per la maggior parte inferiori agli animali, che hanno in essa un rapporto meraviglioso.
Quanto poco sappiamo apprezzare la bellezza del paesaggio!
…Per quanto mi riguarda, credo di vivere, rispetto alla Natura, una vita di frontiera, ai confini di un mondo entro cui compio occasionali, fuggevoli incursioni, e il patriottismo e il sentimento di fedeltà verso lo Stato nei cui territori apparentemente batto in ritirata sono quelli di un imboscato. Sarei pronto ad inseguire una chimera per paludi e acquitrini inconcepibili, pur di giungere ad una vita naturale, ma né la luna né le lucciole mi hanno mai mostrato il cammino. La Natura ha un carattere così vasto ed universale da non consentirci di identificarne un solo tratto. A chi cammina lungo i sentieri familiari che si snodano intorno alla città può accadere di trovarsi d’improvviso in una terra estranea, diversa da quella descritta negli atti di proprietà, quasi sperduta, lontano, ai confini di Concord, dove la sua giurisdizione ha termine e dove ciò che evoca il nome Concord non ha più alcun significato…
(Thoreau, Camminare; le opere iconografiche... Igor Morski)

(Prosegue...)
















Nessun commento:

Posta un commento