giuliano

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IL TOMO

lunedì 14 novembre 2016

NOI ASCOLTAVAMO... DJANGO (.....pronto Roger mi senti....?)


















Per i 'giganti......

Django 1

Django 2

Django 3

Django 4

Django 5

Prosegue in:

Negli stessi anni...














La moda dei cabaret russi (e non) sarebbe incontestabilmente diventata uno
dei fenomeni più salienti delle folli notti di Parigi.
Queste 'notti da principi', evocate così bene nel 1927 dallo scrittore Joseph
Kessel in un'opera sulla vita intensa propria al carattere degli emigrati russi
di allora; figure quasi mitiche di un mondo notturno oggi scomparso, ufficiali
della guardia imperiale diventati fattorini di grandi alberghi o conducenti di
taxi, aristocratici rovinati o principi decaduti (dai titoli abbastanza sospetti)
promossi maitre d'hotel o cantanti.




Notti bianche per russi 'al verde', ma dove ricchissimi festaioli affiancati da
mondane d'alto bordo e da spendaccioni, se non da celebrità cui mancava
 il pittoresco, spendevano delle fortune ubriacandosi di champagne e di
vodka.
E tutto ciò in un vortice sfrenato di balli caucasici, di violini e zimbalon tziga-
ni, di colori e balalaiche rom, senza beninteso dimenticare le chitarre manou-
che e gitane che stranamente s'integrano al folclore slavo a tal punto da diven-
tare gli elementi familiari e quasi obbligatori dei cabaret (russi) di Parigi.




In realtà fin dalla fine del XIX secolo, una prima ondata di musicisti tzigani
aveva già soggiornato a Parigi in occasione di varie manifestazioni ufficiali.
Ma la maggior parte si trattava di orchestre a corda ungheresi, la cui musica,
ardente e languida che fosse, avrebbe furoreggiato nelle birrerie del Secondo
Impero prima di conquistare i caffè-concerto della belle époque.
Secondo F. de Vaux de Foletier, benché un gruppo ungherese, detto gli Zin-
gari, si fosse già esibito a Parigi nel 1840 nel sensazionale costume magiaro -
pantaloni a sbuffo e stivali con speroni - tanto nei teatri quanto nei palazzi pri-




vati, la comparsa massiccia dei musicisti tzigani avvenne solo alla fine di Napo-
leone III; risultato, senza dubbio, della vasta migrazione scatenata dall'affran-
camento progressivo (che terminò nel 1856) degli tzigani moldavi che, lo dimen-
tichiamo troppo spesso, erano schiavi fin dal XIV secolo (non solo dei re e dei
boiardi ma anche del clero e dei monasteri).
Dopotutto il termine 'schiavo' viene dal latino slavus che significa 'slavo'.
L'arrivo in Francia dei primi tzigani transilvanici si situa generalmente verso il....
1866. Ora, il cronista parigino Alexandre Privat d'Anglemont, gironzolone impe-
nitente, rievoca in un'opera del 1854: "Un vecchio dal colorito scuro, dall'occhio
fulvo, dagli stracci picareschi che raschia con un pezzo di piuma uno strano man-
dolino (il guzla).




E' uno tzigano di Valacchia, un bohémien come diciamo noi, nato a Bucarest e
al servizio di un qualunque boiardo. Il suo signore, avendo studiato Parigi, ritor-
nò nel suo paese con delle idee francesi e si affrettò ad affrancare la sua gente;
ma cos'è la libertà per uno tzigano di Valacchia o per un nero d'America se non
il diritto a non fare nulla?
Si mettono a passeggiare, a suonare la guzla, a ballare tutto il giorno....
E un mattino il nostro uomo prese la sua guzla sottobraccio, caricò in spalla ciò
che poté e partì nella grazia di Dio senza sapere dove andare. Dirvi come percor-
se le 600 leghe che separano Parigi dalla Valacchia sarebbe un'odissea.





Finalmente arrivò.
La sera del suo arrivo, credendosi ancora nelle pianure della Romania, si addor-
mentò senza cena sulla panchina che trovò. Passò una pattuglia; lo interrogaro-
no insieme alla sua compagna di viaggio, una giovane e bella gipsy portata dal-
la Germania.
L'interprete del luogo disse loro che se richiedevano la medaglia che consentiva
di essere cantanti ambulanti, li avrebbero rilasciati. L'indomani cominciarono dun-
que il loro nuovo mestiere. La donna era giovane e bella e chiedeva l'elemosina.
Si è sempre generosi con una bella donna.




L'uomo divertiva facendo le smorfie e suonando il suo strumento sconosciuto.
Parigi portò loro fortuna e oggi sono diventati benestanti".
E Privat d'Anglemont aggiunge: "Se gli si chiede del suo mestiere di chiedere
l'elemosina: 'Cosa intende per chiedere l'elemosina?', risponde il nostro uomo
drappeggiandosi nei suoi stracci. 'Sono un musicista, pagano il mio talento, Pa-
ganini chiedeva forse l'elemosina quando si esibiva in concerto?' ". 
Quattordici anni dopo la sua morte (1840), il prestigio del leggendario violini-
sta italiano restava ancora vivo presso i bohémien dell'epoca. Dopotutto diceva
Paganini - oltre a essere Satana in persona 'le cui grinfie maledette scorrevano
l'archetto sullo strumento incantato' - doveva il suo virtuosismo prodigioso a cer-
ti segreti che gli furono rivelati da misteriosi musicisti ....tzigani.....

(F. Billard/ A. Antonietto, Django Reinhardt)
















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