CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 19 febbraio 2017

L'INFERNO (di questa Compagnia) (18)













































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Gli impiegati della Compagnia (17/1)

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Discesa negli inferi (19)













A Febbraio lascio l’ospedale, incurabile (per tutti coloro che mi hanno visto… Ma chi ha goduto del dono di cui la luce all’occhio si compone? O forse scusate, ho confuso un lontano Cusano? O forse un Eckhart? O ancor prima di loro non distante da quella fonte un Giamblico - passo antico - il quale narrava ugual ‘cammino’…? Scusate il delirio proseguo codesto invisibile Sentiero giacché gli Spiriti che affollano quest’ora son troppi nella parabola nominata vita…)…comunque come dicevo a febbraio lascio l’ospedale, incurabile però guarito dalle tentazioni del mondo. Partendo, volevo baciare la mano della buona Madre, senza prediche, m’aveva insegnato la ‘via crucis’. Ma un sentimento di venerazione per qualcosa di sacrosanto m’ha trattenuto. Vorrei che accogliesse in ispirito il ringraziamento d’uno Straniero sconvolto, smarrito in un paese lontano!




Sì è vero mi hanno inviato in questa guerra invisibile ove il Kurtz innominato è la miglior compagnia rispetto alla ditta che risale lenta la china…
Così siamo due e…, per non offendere una fonte innominata della liquida storia qui narrata e non ancora del tutto solidificata al numero della vita, siamo in una dualità perfetta, e con questa Anima benedetta dovrò affrontare lunga disquisizione…, ma scusate io vado ora a narrarvi un breve mio inciampo per questo Inferno maledetto, giacché la Compagnia si appresta ad indagare l’Empedocle fuggito: non vuol godere né vista né correre ripido e rinfrescare dovuta ed invisibile intelligenza…
Lui è solo un fiume lontano per chi pensa godere della vista affissa ad una avversa parabola della vita…

Ed ecco che vedano l’Inferno…





E mentre taccio questi pensieri ed abbasso le tende della mia porta a vetri, noto in salotto, un gruppo di signore e signori che bevono dello champagne.
Sono certo degli stranieri arrivati stasera…
Ma non sono certo qui per divertirsi, hanno l’aria troppo seria, discutono, fanno progetti, parlano a bassa voce come cospiratori…. Come se non bastasse si girano sulle sedie e col dito indicano la mia camera.
Alle dieci la mia lampada è spenta, e m’addormento, tranquillo, rassegnato come un agonizzante.
Mi sveglio; una pendola suona le due, una porta si chiude e… balzo dal letto, come attirato da una pompa aspirante che mi succhiasse il cuore…
Appena in piedi, una doccia elettrica mi s’abbatte sulla nuca e mi preme sul pavimento.
Mi rialzo, afferro gli abiti e mi precipito in giardino, in preda a orribili palpitazioni.
Vestito per prima cosa penso ad andare dal commissario di polizia, per chiedere una perquisizione dell’albergo. Ma il portone è chiuso, e anche la guardiola del portiere, così debbo avanzare a tastoni, apro una porta sulla destra ed entro in una cucina dove sta accesa una piccola lampada. La rovescio e mi trovo in piedi, nell’oscurità profonda della notte.




La paura mi fa riprendere coscienza e, guidato dal pensiero che se mi sbaglio sono perduto, torno in camera mia.
Trascino una poltrona in giardino e, seduto sotto la volta stellata, penso a quanto m’è successo.
Una malattia?
Impossibile!
Perché stavo bene prima di svelare la mia identità.
Un attentato?
E’ chiaro!
Ne ho visti io stesso i preparativi!
D’altronde, qui in giardino, fuori dal tiro dei nemici di questa immonda Compagnia, la quale, in nome del Progresso ingombra ogni più certa via ogni rima ogni simmetria ogni diversa chimica invisibile alla congiunzione di una più antica alchimia…, mi sento meglio, ed il cuore a dispetto delle loro tenebre… funziona…




Dov’era il cuore? Il mio cuore! Su per uncino?
Affisso al petto?
Nel diletto segreto di un padre gesuita rimembrato ho anche questo antico dilemma da svelare e rilevare giacché dovrei entrare in conflitto col Cartesio e procedere all’esclusione di ogni possibile direzione del Tempo ma siamo Infiniti e correggere la rotta è nostro compito, Soli in questo Frammento d’Universo…
Anche se la misera materia pur vedendo non gode dell’emozione…: pulza una diversa semenza che la foglia appassisce l’inverno uccide la primavera annega e l’autunno rinnega nel palpito smarrito della vita, o forse, l’alito appesantito di una diversa coscienza cardiaca… Chissà?  
La loro è una diversa Compagnia…
Mentre sto così riflettendo (sì riflettendo hai letto bene! Perché pensavi che ciò che pur leggi nella Memoria sia solo un in inciampo momentaneo? La mia follia continua in quest’Inferno della vita e medita quel che dico… il Kurtz mio amico sa bene ciò che scrivo!!).
Ma ora sento qualcuno tossire non gradisce quest’Eretico Intelligibile Pensiero, un ortodosso?
No!
La Compagnia!




Subito gli risponde, dalla stanza di sopra, un piccolo colpo di tosse.
Sembrano segnali, simili appunto a quelli che avevo udito l’ultima notte all’Hotel Orfila.
Tento la porta a vetri del pianterreno, sperando di forzare la serratura, ma inutilmente!
Stanco per l’inutile lotta contro questa Compagnia, m’accascio nella poltrona ove il sonno della vita ha il sopravvento su di me, e così m’assopisco, ho meglio, ancora vivo all’oculo distratto della vista la quale contempla  Infinita mia Natura, forse poco compresa…
Comunque da quella follia sono pur guarito ed ora cerco di curare la malattia invisibile di una più solida scienza anche se il liquido alcolico ancor non ho ingerito solo rinato in un’altra vita, o forse una lotta, del resto anch’io sono il Giobbe che pensa, certo non fu’ solo il Gustav della stanza a fianco…




Dovrei spiegargli il tutto quando il sole mi sveglia, grazie alla provvidenza che mi ha strappato da una strana morte incompresa frutto della limitata conoscenza…
Raccolgo le mie poche cose per andare a Dieppe, dove troverò rifugio presso alcuni amici, trascurati da me come tutti gli altri, nonostante siano indulgenti e generosi con gli sfortunati ed i naufraghi…
Quando chiedo della padrona dell’albergo, mi dicono che non è visibile, e raccontano che è indisposta. Lasciando il terreno luogo della mia avventura lancio una maledizione sulla testa dei malviventi e invoco il fuoco del cielo su quel covo di briganti; a torto o a ragione, chi può saperlo?




Quando i miei amici mi vedono si spaventano non potrebbe essere altrimenti tutte le volte che estranei si avventurano per le nostre dimore…
Ho con me la mia borsa da Viaggio colma di manoscritti debbono essere protetti dalle grinfie della Compagnia è il miglior avorio con cui azzannare quei colpi piantati nel petto come elefanti cresciuti nel giardino del Tempo ove la mela hanno colto ed il sapore gradito… Li ha sfamati forse anche saziati del resto la fame conosce la propria passione nella genesi di questa evoluzione…
Ma anche questa è una favola antica nella disputa fra la foglia il seme la radice ed il frutto proibito, tutti indistintamente ammirati nell’Albero certamente appassito e bruciato al rogo di un fuoco che non sazia alcun appetito, solo il muscolo di un cardiaco e meccanico movimento più affine allo stupore pari all’inganno con cui si è soliti crocifiggere codesto Sentiero e con lui ogni Stagione da cui la vita… 


      

‘Da dove viene, poveretto?’.
‘Vengo dalla morte’.
‘Me l’ero immaginato, con quella faccia cadaverica!’.
La cara e buona signora di casa mi prende per mano e mi conduce davanti a uno specchio, ove posso guardarmi il viso (Dio sono ancora vivo!).
Il viso nero dal fumo della ferrovia, le guancie scavate, i capelli sudati e grigi, gli occhi stralunati, la biancheria annerita: facevo pietà.
Quando la gentile signora, che mi trattava come un bambino malato e abbandonato, mi lasciò solo davanti allo specchio, esaminai da vicino il mio viso.
C’era nei miei tratti una congiunzione di elementi sconosciuti alla matematica della loro chimica ed ora andiamo a formulare l’elemento della vita…
Siamo soli in questa Eresia…
(lo Swedenborg della loro vista lo abdico ad un altro sogno non certo del tutto compreso)

(A. Strindberg mi ha detto: vedo l’Inferno!) 
















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