IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 1 febbraio 2022

GIUBILEO ALLA NATURA (17)

 










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Circa la Storia... (14/5)  &  [16]


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Il Sacro  (18)


& il Capitolo completo  [19] 







Ma il tempo vola.

 

Dopo aver trascorso tre ore a Nyandi, salutiamo i monaci, scendiamo il ripido sentiero a zig zag tra detriti e massi e continuiamo il nostro Viaggio verso nord-nordest lungo la sponda destra del fiume. Ad ogni curva  rimanevo immobile stupefatto ed estasiato, perché questa valle è una delle più grandiose e più belle nella sua Natura selvaggia che abbia mai visto finora.

 

Il precipizio sul lato destro della valle è diviso in due livelli con una terrazza, e nel mezzo si apre un oscuro burrone. Sul lato sinistro la roccia forma un’unica parete verticale, e qui lo sguardo cade su un susseguirsi di singolari rilievi, rocce come cascate rapprese, cittadelle, campanili e fortificazioni merlate, separate da cavità simili a canoni. L’acqua dei nevai in scioglimento scorre lungo i pendii ripidi. Uno di questi getti d’acqua è alto quasi 800 piedi e bianco come il latte; il vento lo trasforma in spruzzo, ma si raccoglie di nuovo, solo per essere spaccato contro una sporgenza. La roccia intorno è umida e scura con gocce zampillate. Un ponte in roccia naturale attraversa una piccola fenditura con pareti verticali.




Immediatamente oltre il monastero si perde di vista la vetta del Kailas, ma presto si intravede di nuovo attraverso un varco. Abbiamo superato dodici pellegrini e subito dopo un secondo gruppo che si è riposato su un pendio. Assumono volti solenni e non parlano tra loro, ma mormorano preghiere, camminano con il corpo piegato e si appoggiano a un bastone, spesso anche senza bastone.

 

Quanto hanno desiderato venire qui!

 

E ora sono qui e girano intorno alla montagna che è sempre alla loro destra. Non provano stanchezza perché sanno che ogni passo migliora le loro prospettive nel mondo al di là del fiume della morte. E quando sono tornati alle loro tende nere nelle valli lontane, raccontano ai loro amici di tutte le meraviglie che hanno visto, e delle nuvole, che navigano come le antiche navi sotto la bianca vetta di Gangri.




Piccoli ‘ometti’ conici sono ovunque, Tsering non si dimentica mai di prendere un sasso dal margine della strada e di metterlo come suo contributo su ogni  ‘mucchio votivo’, e con ciò fa una buona azione, perché rende meno accidentata la strada a coloro che vengono dopo di lui. Il sole guarda attraverso un varco e proietta una luce gialla brillante nella valle, che altrimenti è in ombra. Il picco ghiacciato appare di nuovo molto di scorcio. Diversi affluenti entrano dalle sponde, e verso sera il fiume sale, contenente ben 280 piedi cubi d’acqua.

 

Un uomo di Gertse ha fatto il giro della montagna per venti giorni consecutivi e ora ha appena compiuto il suo decimo circuito. Dunglung-do è un importante incrocio di valli, dove convergono tre valli: la Chamo-lung-chen da nord, 70° a ovest, la Dunglung da nord, 5° a ovest, e la terza, chiamata nel suo corso superiore Hle-lungpa, che risaliamo.

 

Ora abbiamo il granito su entrambi i lati.




Kailas  piega uno spigolo acuto a nord, e da qui la vetta assomiglia più che mai a un tetraedro, tutto è granito, e quindi le forme montuose sono più rotonde e bitorzolute.

 

Alla fine vediamo il monastero Diri-pu davanti a noi, in piedi sul pendio sul lato destro della valle. Un enorme blocco di granito accanto al sentiero che sale ad esso reca i soliti caratteri sacri, e ci sono anche lunghi ‘manis’, stelle filanti e ‘ometti’. Tutti i pellegrini che abbiamo raggiunto nel corso della giornata si rivolgono al monastero, dove possono pernottare gratuitamente. Il convento è gremito dopo l’arrivo di una comitiva di pellegrini appartenenti alla setta di Pembo. Questi, naturalmente, vagano per la montagna nella direzione opposta, e gli ortodossi lanciano loro sguardi sprezzanti quando si incontrano.

 

Preferisco piantare la tenda sul tetto, dove sono ammucchiati i bagagli dei pellegrini. Anche qui c’è una bella vista del Kailas, la sua vetta protende verso sud. Alle nove fa un freddo sgradevole e soffia un forte vento, la mia tenda, composta solo da del cavalletto coperto da un telo di lino, è troppo piccola per consentire l’accensione di un fuoco.




Ci congediamo dai monaci di Diri-pu, attraversiamo con un ponte il fiume che scende dal passo Tseti-lachen-la nel Trans-Himalaya, dall’altro lato del quale l’acqua scorre verso l’Indo, e sale in direzione est su pendii ripidi e accidentati fittamente disseminati di massi di granito. Alla nostra destra c’è il fiume che è alimentato dai ghiacciai del Kailas; è piuttosto corto ma gonfio d’acqua.

 

Il sentiero si fa ancora più ripido, serpeggiando tra immensi blocchi di granito e porta fino al primo dosso, dopo il quale il terreno è un po’ più pianeggiante fino alla rottura successiva. Qui abbiamo una splendida vista del breve ghiacciaio troncato che, alimentato da una conca di abete ben definita a forma di trogolo, giace sul lato nord del Kailas. Le sue morene terminali, laterali e mediali sono piccole ma distinte. Verso est dal Kailas scorre una cresta estremamente affilata, appuntita e frastagliata, coperta sul lato nord di neve, e cinture di ciottoli nella neve conferiscono a tutto questo lato un aspetto solcato. Da tutti gli angoli del manto di ghiaccio e dei nevai ruscelli spumeggianti si precipitano verso il fiume. Alla nostra sinistra, verso nord, si sono composte le montagne di granito fessurato verticale in forme piramidali selvagge; Kailas è protetto a nord da immense masse di granito, ma la montagna stessa è, con ogni probabilità, un conglomerato, come dimostra il giacimento quasi orizzontale chiaramente percettibile nelle sporgenze sporgenti, le linee di neve nettamente marcate e le cinture di ghiaccio.

 

La vetta si erge su questo mare di montagne selvagge come un possente cristallo di forma esagonale.




Un gruppo di povere donne e bambini sale affaticata verso il passo. Un uomo anziano, che ora sta facendo il suo nono giro, non fa obiezioni a unirsi al nostro gruppo; conosce il paese e può dare informazioni al riguardo. Su un’altra altura nel terreno, chiamata Tutu-dapso, abbiamo visto centinaia di ometti votivi, alti 3 piedi - una vera foresta di piramidi di pietra - come innumerevoli lapidi in un cimitero.

 

Lentamente e faticosamente abbiamo risalito questo arduo valico, uno dei più faticosi dell’intero Viaggio, e sempre più fitti si stendevano i massi esclusivamente di granito in tutte le varietà possibili, alcuni rosa e altri di un grigio chiaro da essere quasi bianco. Tra due massi giaceva un fascio di vestiti dall’aspetto sospetto. Lo esaminammo e trovammo che conteneva il corpo di un uomo che era crollato durante il giro della montagna degli dei. I suoi lineamenti erano rigidi e sembrava povero ed emaciato. Nessuno sapeva chi fosse, e se avesse avuto dei parenti non avrebbero mai saputo che il suo pellegrinaggio lo aveva lanciato in nuove avventure tra i labirinti oscuri delle migrazioni dell’anima.




Il nostro vecchio si ferma davanti a un blocco piatto di granito di dimensioni colossali, e dice che questo è un dikpa-karnak, o una pietra di prova per i peccatori. Sotto l’isolato corre uno stretto cunicolo, e chi è senza peccato, o comunque ha la coscienza pulita, può insinuarsi nel passaggio, ma l’uomo che si infila in mezzo è un farabutto.

 

Circa 200 passi più in là in questo labirinto di massi di granito, tra i quali vagavamo come in vicoli tra case basse e muri, si erge una pietra di prova di un altro tipo. Si compone di tre blocchi addossati l’uno all’altro, con due incavi tra loro. Il compito è strisciare attraverso il passaggio sinistro e tornare a destra, cioè nella direzione ortodossa. Qui Ishe ha compensato la sua precedente scomodità strisciando attraverso entrambi i buchi. Gli ho detto francamente che qui non c’era bisogno di abilità, perché i buchi erano così grandi che anche i piccoli yak potevano attraversarli. Tuttavia, il peccatore aveva in questa seconda pietra l’opportunità di preservare almeno una dimostrazione di giustizia.




Le nostre peregrinazioni intorno a Kang-rinpoche, la ‘montagna di ghiaccio sacra’ o il ‘gioiello di ghiaccio’, è uno dei miei ricordi più memorabili del Tibet, e capisco perfettamente come i tibetani possano considerare un santuario divino questa meravigliosa montagna che ha   somiglianza con un chhorten, il monumento eretto in memoria di un santo defunto. Quante volte durante i nostri vagabondaggi avevo sentito parlare di questa montagna di salvezza! E ora io stesso ho camminato in abito da pellegrino lungo il sentiero tra i monasteri, che sono incastonati, come pietre preziose in un braccialetto, nel percorso dei pellegrini attorno a Kang-rinpoche, il dito che punta verso i potenti troni degli dèi come stelle in insondabili spazi.

 

Dagli altopiani di Kham nel più remoto oriente, da Naktsang e Amdo, dall’ignoto Bongba, di cui abbiamo sentito parlare solo in vaghi resoconti, dalle tende nere che si ergono come le macchie di un leopardo sparse tra le cupe valli del Tibet, dal Ladak nelle montagne dell’estremo ovest e dalle terre himalayane del sud, migliaia di pellegrini vengono qui ogni anno, per percorrere lentamente e in profonda meditazione le 28 miglia intorno all’ombelico della terra, la montagna della salvezza.




Ho visto il corteo silenzioso, le schiere fedeli, tra le quali sono rappresentate tutte le età ed entrambi i sessi, giovani e fanciulle, uomini forti con moglie e figlio, vecchi grigi che prima di morire avrebbero seguito le orme di innumerevoli pellegrini per guadagnarsi una vita più felice dell’esistenza, cenciosi che vivevano come parassiti della carità degli altri pellegrini, mascalzoni che dovevano fare penitenza per un delitto, ladri che avevano depredato pacifici viandanti, capi, funzionari, pastori e nomadi, un variopinto corteo di ombrosa umanità sulla strada spinosa, che dopo secoli interminabili si conclude nella profonda pace del Nirvana.

 

Agosto e la serena Siva guarda in basso dal suo paradiso, e Hlabsen dal suo palazzo ingioiellato, sugli innumerevoli esseri umani sottostanti che girano, come asteroidi attorno al sole, in comitive sempre fresche, attorno ai piedi della montagna, salendo attraverso la valle occidentale, attraversando il passo Dolma, e discendendo la valle orientale.




Scopriamo presto che la maggior parte di questi semplici pellegrini non ha un’idea chiara dei benefici che il Viaggio dovrebbe conferire loro. Quando vengono interrogati, di solito rispondono che dopo la morte sarà loro permesso di sedere vicino al dio di Gangri. Ma ciò che tutti credono fermamente e ostinatamente è che il pellegrinaggio porterà loro una benedizione in questo mondo. Allontanerà ogni male dalle loro tende e capanne, terrà lontano le malattie dai loro figli e dalle loro mandrie, li proteggerà da ladri, manderà loro pioggia, buon pascolo e cresceranno tra i loro yak e pecore, agirà come un talismano, e custodiscono se stessi e le loro proprietà come i quattro re degli spiriti proteggono dai demoni le immagini delle sale del tempio.

 

Marciano con passo leggero ed elastico, non sentono né il gelido vento tagliente né il sole cocente, dalle potenze del male che perseguitano e tormentano i figli degli uomini.




Iniziano il loro cammino da Tarchen-labrang e ogni nuova svolta sulla strada li avvicina di un passo al punto in cui l’anello si chiude. E durante tutto il peregrinare pregano Om mani padme hum, e ogni volta che viene pronunciata questa preghiera lasciano passare un granello del rosario tra le dita. Anche lo sconosciuto si avvicina a Kang-rinpoche con un senso di stupore.

 

È incomparabilmente la montagna più famosa del mondo.

 

L’Everest e il Monte Bianco non possono competere con questo Dio. Eppure ci sono milioni di europei che non hanno mai sentito parlare di Kang-rinpoche, mentre gli indù ei lamaisti, tutti conoscono il Kailas, anche se non hanno idea da dove il Monte Bianco alzi la propria lingua chiodata scalata da ogni benedetto peccatore della Terra, perciò ci si avvicina alla sacra montagna con lo stesso sentimento di rispetto che si prova a Lhasa.




La nostra guida ci ha detto che era al suo nono giro della montagna. Ci vollero due giorni ciascuno, e intendeva fare il giro tredici volte. Lo ha chiamato Kang-kora, il circolo di Gangri. Molti anni prima aveva compiuto l’impresa meritoria chiamata gyangchag-tsallgen, che consiste nel misurare la lunghezza del cammino in base alla lunghezza del corpo del pellegrino. Uno di questi pellegrinaggi vale tredici circuiti ordinari a piedi. Il mio pellegrinaggio non aveva alcun valore, perché stavo cavalcando, disse il vecchio.

 

Devo andare a piedi se voglio trarne vantaggio.


(Prosegue...)








martedì 25 gennaio 2022

IL PROCESSO, ovvero: SCRIVERE LA STORIA (14)





















Precedenti capitoli:


l'Infinito Dio del nulla (12)  (13)


Prosegue con:


...Una Scienza nuova  (15)


E il capitolo completo della


.... Storia... in Eterna Memoria


di Pavel







Quando l’uomo prende consapevolezza del proprio sé, la socialità dello Stato tende ad interpretare l’individuo nella logica di una immutata simmetria. Quindi se vi è una natura manifesta e nascosta nella sua progressione, la possiamo rilevare nella volontà di perseguire attraverso la - conservazione - e nel paradosso del suo opposto - la rivoluzione -.

 

La finalità e l’intento atto all’istinto della cancellazione, quindi facilmente asservibile nel senso genetico della specie, ma mai evoluzionistico nelle finalità che vorrebbe perseguire. Perché, appunto, ad uso e consumo anche essa, a una stretta cerchia di probabili o improbabili cospiratori al soldo della moneta d’oro di Achab.

 

Mentre la democrazia, che si riconosce attraverso lo stretto passo del rifiuto, della protesta, della rivolta, non deve rimanere vittima ed ostaggio di una nuova e più terribile forma totalitaria, che come sempre disconosce poi le esigenze del singolo individuo. Spesso si è transitato per questi vicoli ciechi, per queste trappole culturali. L’inganno in esse potrebbe essere un danno maggiore per l’uomo e le sue probabili costruzioni evolutive.




L’eliminazione fisica, materiale e spirituale di una intera cultura, di un dissenso, di un presunto male incarnato atto ad appagare una natura rivolta alla violenza. Perché immagine della violenza. In quanto l’uomo vive nel suo riflesso, ed abbisogna sempre di una vittima da immolare, per il bene dell’intera umanità. E nello stesso tempo per perseguire ideali giusti per l’intera comunità, che seguendo un tale progetto purga il mondo dal male.

 

Il male esteriore, scatenando il male interiore nella più barbara violenza.

 

Quindi in questa lunga disquisizione storica per porre l’accento nella sua continuità, nel suo manifestarsi anche quando essa, la Storia, è convinta di operare per giuste ragioni e per giuste cause. Per il bene della causa comune che può nascondersi anche nella falsa morale di un codice disciplinare ad uso non del lavoratore, ma di colui che attraverso il lavoro sfrutta e perseguita ma soprattutto nega la verità.

 

Se taluni hanno acceso il fuoco del patibolo, è vero che qualcun altro lo ha permesso, qualcuno che non ammette il dissenso, l’eresia. Poi la mano del boia può essere quella del Santo Uffizio o la Gestapo, poco cambia, ai fini della storia stessa.




Però per l’interesse della storia è importante cercare e mostrare i comuni denominatori che la caratterizzano. Anche nei suoi gesti più banali, che nel micro cosmo della socialità in cui vengono vissuti rappresentano il macro cosmo della cultura su cui poggia l’intero edificio.

 

E raccontare l’intero edificio, ed i suoi inganni perpetrati negli anni e nei secoli, è scrivere, non riscrivere la storia…

 

Il paragone storico non distorce il tema o il racconto, del povero disgraziato. In cuor mio, ed attraverso l’esercizio della storia, io vedevo e vedo queste immagini. Mi appariva un profugo, un perfetto, un rifugiato… qualcuno che cercava disperatamente un appello di fronte ad una sentenza già scritta dalla storia.

 

Nel ricordo del suo volto scavato, nel quadro delle tinte dei suoi lineamenti, dalla musica delle sue parole, dal dolore del deambulare del suo parlare e perdersi per interminabile sentieri nei boschi dove non smetteva mai di raccontare e raccontarsi, io nella fitta ragnatela del suo disquisire, vago nello spazio della geografia dei miei ricordi.




Di tutti i ricordi di cui l’intera umanità dovrebbe essere depositaria e custode per una evoluzione che non permetta ciò che io vedo, di cui anche io soffro, di cui anche io talvolta ed in silenzio senza farmi vedere, piango.

 

Così vedo il condannato e il carnefice, l’eretico ed il persecutore, l’anarchico ed il monarca, l’artefice e lo stato che lo caccia e bracca, lo scienziato e il prete, ed infine la natura e l’uomo che la vuole piegare alla sua inutile ragione. La galleria dei volti che si sovrappongono, a quello del mio povero amico sono molti,… troppi.

 

Chi non ha coscienza della storia non può scorgere nulla in quel grande panorama della nostra esperienza comune, chi non ha amor per la natura e la cosa creata non può scorgere nessun quadro, nessuna luce, nessuna pennellata nell’universo della vita.

 

Non può né piangere né sorridere di fronte alla sua grandezza confusa per altro nel meschino panorama di quella fumosa città.

 

Ed il mio parlare ed ascoltare, sono quadri di storia che si materializzava al nostro umile cospetto.




Mi sento impotente di fronte all’oltraggio di tutte le umiliazioni che subiamo, di tutte le violenze che la nostra secolare quiete deve accettare in nome di una nuova e più terribile dittatura. Sarei fuggito assieme a lui, e probabilmente il nostro parlare senza voce, come solo coloro che veramente parlano possono, devono avergli dato quest’ultimo suggerimento.

 

Combatto contro una sentenza millenaria, antica quanto l’uomo, avrei discusso con il suo ed il mio demone, avrei parlato con il suo ed il mio Dio, ma l’uomo o tutti gli uomini sembravano non più ascoltarci nella nostra prigionia e lenta agonia.

 

Una sentenza che poteva essere di volta in volta …una croce o una lancia nel bel mezzo di un campo nemico. La differenza di fronte al male, alla massa e alla guerra di tutti i giorni, è poca cosa.

 

È poca cosa è vero, ed anche qui non scorgo una contraddizione, ma bensì una nuova simmetria della storia. Più lui parla, più la mia mente cerca appigli su cui aggrapparmi per scalare l’impervia parete. Ogni tanto, al suo raccontare, al suo parlare, fisso dei chiodi sulla liscia parete, che mi deve apparire inconquistabile. E sempre in cuor mio fui deciso allora come adesso, per quanto l’impresa può apparire disperata, a conquistarne la cima.




 Non credo che il disgraziato, l’amico, la vittima, può aver salvezza in mezzo a quel mare, però voglio raccontare, descrivere, e partecipare tutti dell’antico male nell’incapacità del ricordo e nel voler ricordare. Voglio denunciare la mancanza di memoria, la smemoratezza, che la storia segretamente sta ripercorrendo inesorabilmente. Cerco ogni volta di comporre i pezzi dell’intricato mosaico della mia Chiesa. E per quanto, i più, lo avrebbero fatto passare per pazzo, io ravviso nella lucida configurazione dei fatti, un ben preciso disegno criminoso.

 

Il tempo, ma solo il tempo e la pazienza, mi diedero ragione.

 

Ma intanto il misfatto, l’inganno, il campo, il rogo, il processo, la tortura erano stati perpetrati. Inesorabilmente, quando lui parlava io vedo e vivevo tutte quelle immagini. La mia rabbia è repulsione, sconcerto, nausea. Non vi è pagina di letteratura e storia che non fosse stata scritta sul suo volto, sulla sua schiena.




E spesso quando mi appariva privo di parola, perché la tortura del giorno era stata più inclemente, le lacrime mi bagnano il viso, e difficilmente riesco a riconoscere la strada, ed il viale alberato che spesso percorrevamo assieme. Talvolta anche i colori mi sfuggono, e provo in senso di vergogna e smarrimento. Lo avrei voluto nascondere nel bosco, costruirgli un castello, tanto era ed è pura la sua ingenuità nei confronti della vita. La sua ingenuità lo rendevano e rendono il bersaglio, la preda, la vittima, l’agnello per l’ingordigia del male del mondo.

 

Ed io lì a rappresentare il mondo e sentirmelo raccontare, e poi a vergognarmi di esso. Non avrei creduto che i miei stimati consimili fossero capaci di tanto, talvolta troppo. Volevo non credergli, ed ero sicuro che ogni sua verità sarebbe stata puntualmente recisa come un ramo di un albero, da una nuova inquisizione. Ogni miracolo cancellato da una beffa, di chi non crede a nulla eccetto la verità di questa nuova cultura, di questo fumo che sale lento, di questi telefoni, di queste macchine, di queste merci.

 

(Giuliano Lazzari, Storia di un Eretico) 

 

UNA NUOVA PIU’ COMPIUTA SCIENZA: 

 

Stiamo seguendo i frammenti di una biografia, la quale sicuramente proviene da documenti ben precisi, dei quali al momento siamo sprovvisti, per cui ci dobbiamo adeguare alla prassi storica, di attenerci ai vari testi in uso per diagnosticare sia il male che la sua inarrestabile pretesa; di certo l’inganno non meno della persecuzione regnano incontrastate, e sicuramente non solo adottate nei confronti di  Pavel, in quanto il presentimento, un rigido comune clima, sia per ciò concernente il regno degli zar, quanto le successive rivoluzioni, dell’imminente arresto, disponevano un simmetrico stato d’animo (circa il male diagnosticato e contratto), come una imminente annunziata Apocalisse della morte, contro le forze del Bene, rappresentate più che egregiamente dal nostro ‘Filosofo-teologo-scienziato’, preso non solo come esempio, suo malgrado, ma altresì evidenziato nel vasto repertorio ‘geologico-stratigrafico di una e più Geografie, con le caratteristiche che più ne evidenziano i panorami ammirati, siano questi ben scorti nelle descritte agricole pianure e catene montuose (date simmetricamente da una determinata politica) che le contraddistinguono; siano questi dedotti da ‘invisibili-visibili’ catene montuose che ne precludono l’accesso, donde i benefici Fiumi irrigano la costante paziente semina.




E dove si  celebra e/o consuma, non più la vita, ma il dramma inerente alla vasta interpretazione cui assoggettato il suo frutto di cui il paziente lavoro, deturpato da una insana corrotta deleteria demagogia, più o meno politica, più o meno cattolica; più o meno quinquennale-capitalistica-economica, giacché sappiamo bene che le decime erano tributo dovuto anche al clero, il quale godeva di un sempre più grande potere, e non solo terreno, ma anche, e simmetricamente, inquisitoriale sulle controllate inquisite, ed in ultimo, curate Coscienze.

 

Anche in questo caso, abbiamo ‘cura’ di una vasta Coscienza, di una elevata Cima, la quale nello stupore della sconosciuta protratta conoscenza circa l’elevata consumata esistenza, per ugual ghiacci fiumi e vasti panorami dalla cui Anima dovrebbe nascere ogni, non dico pretesa, ma subordinato Sentiero di Conoscenza circa il clima e la bellezza che da questa Cima l’umano ingegno simmetrico alla sua (elevata) Natura, ispira, quale morale e miglior principio alla sue pendici, dell’esistenza e comprensione della stessa.


(Prosegue...)







sabato 22 gennaio 2022

L'INFINITO DIO DEL 'NULLA' (12)

 










Precedenti capitoli:


Eckhart e Sankara 


ovvero: l'Infinito  [11]










l'Infinito Dio del 'nulla'  (13)   &


Complementari-simmetriche 


icone per chi 'nulla' avesse compreso








Zero e infinito furono in senso stretto al centro del Rinascimento. Allorché l’Europa si riscuoteva dal sonno dei Secoli Bui, questi concetti – il nulla e il tutto – avrebbero demolito le fondamenta aristoteliche della Chiesa e aperto la strada alla rivoluzione scientifica.

 

Sulle prime la Curia romana non avvertì l’insidia, e alti dignitari ecclesiastici si cimentarono con le pericolose idee, benché queste minassero il fulcro medesimo di quella filosofia tanto grata alla Chiesa; lo zero fece capolino al centro di ogni dipinto rinascimentale, e un cardinale dichiarò che l’Universo era infinito, senza limiti.

 

Ma d’infatuazione si trattava, e non era destinata a durare. Come la Chiesa si sentì minacciata, si trincerò nuovamente dietro la vecchia dottrina filosofica che così bene l’aveva affiancata per tanto tempo. Ma era troppo tardi: lo zero aveva ormai preso piede in Occidente e, nonostante le pontificie obiezioni, la sua forza era tale da non consentire più un nuovo esilio – Aristotele dovette piegarsi di fronte all’infinito e al vuoto, e con lui si sfilacciò la prova dell’esistenza di Dio. Alla Chiesa restava aperta un’unica via: accettare lo zero e l’infinito; i credenti, a ogni buon conto, avrebbero sempre potuto trovare Iddio anche celato dentro l’uno e l’altro.




Nei primi tempi del Rinascimento non risultava evidente che lo zero avrebbe posto una minaccia nei confronti della Chiesa; esso appariva uno strumento pittorico, un infinito nulla che annunciava lo straordinario rifiorire delle arti figurative. Prima del XV secolo i dipinti e i disegni erano sostanzialmente immobili e privi di rilievo; le immagini vi erano rappresentate fuori proporzione e costrette in due dimensioni, con piatti cavalieri che spuntavano da deformati castelli in miniatura. Nemmeno i migliori artisti sapevano ritrarre con verosimiglianza – non conoscevano il potere dello zero.

 

Fu un architetto italiano, Filippo Brunelleschi, che per primo mostrò le possibilità di uno zero infinito, usando un punto di fuga per creare un dipinto realistico. Considerato dal punto di vista dimensionale, un punto è uno zero geometrico per definizione. Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con oggetti tridimensionali (per la verità, Einstein ha rivelato la tetra-dimensionalità del mondo in cui viviamo, come si vedrà in un successivo capitolo); l’orologio che teniamo sul cassettone, la tazza di caffè che prendiamo ogni mattina, lo stesso libro che stiamo leggendo ora, sono tutti oggetti a tre dimensioni.




Nel 1425 Brunelleschi collocò un tale oggetto al centro del disegno di un famoso edificio fiorentino, il Battistero. Questa entità di dimensioni nulle, il punto di fuga, è un’impercettibile macchiolina sulla tela che rappresenta un punto infinitamente lontano lungo la direzione di osservazione. Più gli oggetti raffigurati sono distanti da chi guarda, più sono prossimi al punto all’infinito e risultano, quindi, progressivamente ridotti in proporzione, fino a che ogni figura sufficientemente remota – persone, alberi, edifici – finisce in pratica per collassare in un punto a zero dimensioni e scomparire con esso.

 

Lo zero al centro del dipinto contiene un’infinità di spazio.

 

Questo oggetto in apparenza contraddittorio conferì, come per magia, al disegno del Brunelleschi una così perfetta aderenza al tridimensionale edificio sacro da renderlo indistinguibile dall’originale. Tant’è vero che, quando l’autore mise a confronto la propria opera con l’autentica costruzione architettonica (traguardando quest’ultima da dietro la tavola del dipinto attraverso un foro, e interponendo o meno uno specchio), l’immagine riflessa si sovrappose esattamente ai contorni geometrici dell’edificio. La tecnica della fuga prospettica aveva trasformato un disegno bidimensionale nella perfetta simulazione di un corpo a tre dimensioni.




 Non è per caso che zero e infinito sono tra loro legati nel punto di fuga; come la moltiplicazione per zero determina il collasso della retta di rappresentazione dei numeri sulla posizione 0, così esso fa sì che la gran parte dell’universo si addensi in un minuscolo puntolino.

 

 È ciò che accade in una ‘singolarità’, concetto che diverrà assai importante in un successivo momento della storia della scienza, mentre a questo precoce stadio di sviluppo i matematici non sapevano, delle proprietà dello zero, granché di più degli artisti. 


(Prosegue)





 

mercoledì 19 gennaio 2022

FINITO (9)











Precedenti capitoli:


Il pane e il circo (7)  &  [8]


Prosegue all'...:










Infinito  (10)






BREVE PREMESSA:

                              

Con le sue truppe persiane, Alessandro il Grande aveva marciato nel IV secolo a.C. da Babilonia fino in India, e fu grazie all’invasione macedone che i matematici indiani vennero a conoscenza del sistema di numerazione sumerico… e dello zero. Alla morte del condottiero, nel 323 a.C., le contese tra i suoi generali ne spezzettarono l’impero; Roma affermò la propria egemonia a partire dal II secolo a.C. e inghiottì la Grecia, ma la sua potenza non arrivò fino in India.

 

Come conseguenza, quella terra lontana non venne interessata né all’ascesa del cristianesimo né dalla caduta dell’Impero romano nei secoli IV e V d.C.  L’India non fu parimenti esposta all’influenza aristotelica. Nonostante che Alessandro fosse stato allievo dello Stagirita e che certamente ne introducesse le idee in quel paese, pure la filosofia ellenica non vi attecchì: a differenza della Grecia, l’India non vide mai con timore l’infinito e il vuoto, e, anzi, ne fece propri i concetti.

 

Il vuoto occupava un posto importante nella religione Indù. L’Induismo era da principio un credo politeistico fondato su un ciclo leggendario di battaglie e divinità guerriere, simile per molti aspetti, alla mitologia ellenica, e i cui dèi nel corso del tempo – e secoli prima dell’arrivo dei Macedoni – avevano iniziato a sfumare l’uno nell’altro. Benché i riti tradizionali e il culto del pantheon originale venissero conservati, esso acquisì la sostanza di religione monoteistica e introspettiva, e i molteplici numi divennero manifestazioni di un onnicomprensivo unico dio, Brhama.




Più o meno nel periodo dell’affermarsi a ovest della civiltà ellenica, l’induismo perdeva i caratteri di similitudine con imiti occidentali, le distinzioni tra le singole divinità si facevano incerte, mentre le connotazioni mistiche si accentuavano sempre più.

 

Il misticismo era un manifesto prodotto dall’Oriente.

 

Così come altre religioni orientali, l’induismo era impregnato del simbolismo della dualità. Alla stregua dei principi yin-yang dell’Estremo Oriente e, in Medio Oriente, del dualismo etico del Bene e del Male di Zoroastro, nella religione Indù creazione e distruzione si intrecciano; il dio Shivaè un agente a un tempo dell’una e dell’altra, tanto che viene rappresentato con un tamburo della creazione in una mano e la fiamma della distruzione in un’altra.

 

Shiva rappresentava, comunque, anche il nulla, essendo uno dei volti della divinità, Nishkala Shiva, letteralmente Shiva ‘indivisibile’ e ‘trascendente la forma’; egli era l’estremo vuoto, il supremo niente, l’incarnazione dell’assenza di vita. Però dal vuoto era scaturito l’Universo, e così parimenti l’Infinito.

 

A differenza dell’Universo come concepito in Occidente, il cosmo Indù è sconfinato, con innumerevoli altri universi esistenti oltre i limiti di quello noto agli umani. Al tempo stesso, però, questo cosmo, mantenne sempre qualchecosa dell’originale vacuità; dal niente il mondo era venuto, e il rinnovato conseguimento del niente diveniva il fine ultimo dell’umanità.




Si narra come la Morte racconti dell’anima a un discepolo: “Nel profondo del cuore di ogni creatura è l’Atman, lo Spirito, il Sé. Più piccolo del più piccolo atomo, più grande dello spazio immenso”.

 

Codesta entità, che abita in ogni cosa, è parte dell’essenza universale ed è immortale; quando una persona muore, l’atman ne abbandona il corpo accedendo ben presto a un’altra creatura, cosicché l’anima trasmigra e determina la reincarnazione del defunto.

 

Meta degli Indù è svincolare completamente l’atman dal ciclo della rinascita, arrestandone il samsara da un decesso al successivo, e la via per ottenere la definitiva emancipazione attraverso la negazione dell’esistenza consiste nel distacco dall’illusoria realtà materiale.

 

‘Il corpo, casa dello spirito, è in balia del piacere e del dolore’, spiega un dio ‘e se uno è governato dal proprio corpo, costui non potrà mai essere libero’. Ma nel momento in cui pervenga a separare sé stessi dalle velleità della carne e a volgersi al silenzio e al non-essere della propria anima, allora il moksha, la liberazione, sarà raggiunto; librandosi sopra le panie dei desideri umani, l’atman individuale potrà unirsi alla coscienza collettiva o brahman, anima cosmica onnipervasiva e realtà presente ovunque e in nessun luogo al medesimo tempo.

 

Ecco, dunque, l’infinità ed ecco il nulla.

 

La cultura indiana era già dedita all’investigazione attiva del vuoto e dell’infinito, e…. come tale accettò lo zero. 

(C. Seife, Zero)




 In una celebre lettera di Cantor indirizzata a Hilbert, afferma che…:

 

‘con un insieme compiuto si intende ogni molteplicità della quale tutti gli elementi sono insieme senza contraddizione e quindi può essere pensata come una cosa in sé stessa’.

 

Ritroviamo qui tutti gli elementi presenti nelle definizioni precedenti: di fatto la nozione di insieme è sempre la stessa. Da notare è il riapparire in modo esplicito della nozione di contraddizione, che dopo la definizione del 1882 non era più stata menzionata esplicitamente nelle definizioni del 1883 e del 1895.

 

Questo non è casuale: infatti, la nozione nuova qui introdotta, la ‘consistenza’ di un insieme, è completamente calibrata sulla ‘non-contraddittorietà’. Gli insiemi consistenti sono quelli costituiti da una molteplicità di elementi che possono essere pensati insieme senza alcuna contraddizione; mentre gli insiemi inconsistenti sono costituiti da elementi che non possono essere pensati insieme perché contraddittori fra loro.

 

Questi concetti vengono compiutamente esposti per la prima volta in una famosa lettera indirizzata a Dedekind del 3 agosto 1899:

 

‘Una molteplicità può essere determinata in modo tale che l’accettazione di un “essere-insieme” di tutti i suoi elementi conduce a una contraddizione, così che è impossibile comprendere la molteplicità come una unità, come una cosa compiuta. Queste molteplicità le chiamo assolutamente infinite o molteplicità inconsistenti. Come ci si può convincere facilmente, per esempio la “collezione di tutto il pensabile” è una tale molteplicità […]. Quando al contrario la totalità degli elementi di una molteplicità può essere pensata come “essente-insieme” senza contraddizione, così che è possibile metterli assieme in una cosa sola, la chiamo una molteplicità consistente o un “insieme” ’.




Il principio di comprensione nella sua forma standard, cioè ingenua, non vale dunque per la teoria di Cantor, la quale contempla fin da subito la possibilità che vi siano proprietà a cui, pena la ‘contraddizione’, non corrisponde alcun insieme.

 

Il passo della lettera a Dedekind sopra citato conferma quanto prima evidenziato rispetto alla stretta connessione tra gli insiemi e la ‘non-contraddizione’. Un insieme può dirsi consistente se non dà luogo ad alcuna contraddizione. Tuttavia, a una riflessione più approfondita, la cosa potrebbe non apparire molto chiara: del resto, nella lettera di risposta a Cantor, lo stesso Dedekind lamentava una mancanza di chiarezza proprio su tale distinzione.

 

Da quello fin qui detto, risulta chiaro che la ‘non-contraddittorietà’ è un elemento necessario affinché un insieme sia consistente, ovvero possa essere trattato come una cosa singola, un qualcosa di individuale.

 

Ma cos’è che mette assieme gli elementi di un insieme?

 

Il loro stare insieme da dove deriva?

 

Cosa rende possibile che una molteplicità divenga una unità?

 

Cantor non spiega mai esplicitamente in che cosa questa unità consista: insomma il punto filosofico centrale nella nozione di insieme rimane celato. Il fatto che Cantor non si pronunci su tale questione non significa che non si possano trovare indizi che vadano in una direzione piuttosto che in un’altra.

 

Uno di questi indizi è il costante riferimento al Pensiero ogniqualvolta egli debba definire che cosa è un insieme.

 

Che la consistenza sia data dalla possibilità di pensare insieme gli elementi sembra spingerci nella direzione di considerare il Pensiero come ciò che dà unità a una varietà sparpagliata di elementi.

 

L’unità di un insieme sarebbe data dal pensiero che pensa quell’insieme. 


[Prosegue all'Infinito...]