IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 26 dicembre 2021

SPERO

 


























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Spero  (2)


& il testamento di Spero,


ovvero il capitolo quasi completo  [3]


Seguito dall'ascensione della Vergine  (4)






Tuttavia cos’è, dopo tutto, ciò che noi chiamiamo scienza?

 

Che v’ha mai che non sia scientifico nella natura, e dove sono i limiti dello studio positivo?

 

La carcassa d’un uccello ha essa, a vero dire, un carattere più scientifico delle sue piume dai luminosi colori e del suo canto dalle modulazioni sì delicate?

 

Lo scheletro d’una bella donna è dunque più degno d’attenzione della sua struttura complessa di nervi e muscoli e della forma vivente?

 

L’analisi delle commozioni dell’animo non è dessa scientifica?




Non è scientifico l’indagare se veramente l’anima può vedere da lungi e in qual modo?

 

E poi che cos’è mai questa strana vanità, questa ingenua presunzione d’immaginarci che la scienza abbia detto l’ultima sua parola, che ormai si conosca tutto ciò che v’ha di adeguato alla nostra mente, e che siano i nostri cinque sensi sufficienti per apprezzare la natura dell’universo?

 

Dal fatto che noi annoveriamo fra le forze che agiscono intorno a noi, l’attrazione, il calore, la luce, l’elettricità, si può forse dedurre che non si abbiano altre forze che sfuggono alla nostra attenzione pel solo motivo che non abbiamo sensi per percepirle?




Non è quest’ipotesi che è assurda; è la scipitaggine dei pedagoghi e dei classici. Noi sorridiamo delle idee degli astronomi, dei fisici, dei medici, e dei teologi d’or son tre secoli, e fra altri secoli, i nostri successori nelle scienze non sorrideranno alla loro volta delle affermazioni di coloro che pretendono tutto conoscere?

 

Due cervelli che vibrano all’unisono, a molti chilometri di distanza, non possono dunque essere commossi da una stessa forza psichica?

 

La commozione partita da un cervello non può forse, attraverso l’etere, come l’attrazione, andare a colpire il cervello che vibra ad una distanza qualsiasi, come fa un suono che, attraverso una camera, va a far vibrare le corde d’un clavicembalo o d’un violino?

 

Non dimentichiamo che i nostri cervelli sono composti di molecole che non si toccano e che sono in vibrazione perpetua.




E per qual motivo parlare di cervelli?

 

Il pensiero, la volontà, la forza psichica, qualunque sia la sua natura, non può dunque agire a distanza sopra un essere che gli è congiunto pei vincoli simpatici e indissolubili della parentela intellettuale?

 

Le palpitazioni d’un cuore non si trasmettono esse subitamente al cuore che batte all’unisono col nostro?

 

Dobbiamo noi ammettere, nei casi d’apparizione citati più sopra, che lo spirito del morto abbia realmente preso una forma corporea in vicinanza all’osservatore?

 

Nella maggior parte dei casi quest’ipotesi non parrebbe necessaria. Durante i nostri sogni, noi crediamo di vedere cose e persone che non stanno per nulla davanti ai nostri occhi, d’altronde chiusi. Noi le vediamo perfettamente, come in pieno giorno e parliamo ad esse, e le ascoltiamo e conversiamo a lungo con loro.




Certamente non è né la nostra retina né il nostro nervo ottico che le vede, come non sono le nostre orecchie che ce le fanno intendere.

 

Solo le nostre cellule cerebrali sono in giuoco.

 

 Talune apparizioni possono essere obbiettive, esterne, sostanziali; altre possono essere soggettive, e in quest’ultimo caso l’essere che si manifesta agirebbe a distanza sull’essere che vede, e quest’influenza sul suo cervello determinerebbe la visione interiore, la quale parrebbe esteriore, come nei sogni, ma può essere puramente soggettiva e interiore.

 

Allo stesso modo che un pensiero, un ricordo risvegliano nella nostra mente un’immagine che può essere assai evidente e vivissima, così del pari un essere che agisce sopra un altro può far apparire in lui un’immagine che gli darà per un istante l’illusione della realtà.




Si ottengono al giorno d’oggi sperimentalmente questi fatti negli studi d’ipnotismo e di suggestione, studi che non sono ancora neppure iniziati e danno nondimeno risultati certamente degni della maggior attenzione, tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello fisiologico.

 

Non è già che la retina sia colpita da qualche cosa di effettivamente reale, ma sono gli strati ottici del cervello che appaiono eccitati da una forza psichica. È l’essere mentale stesso che riesce impressionato, ma in qual modo, lo ignoriamo.

 

Tali sono le condizioni più razionali che parrebbero essere le naturali conclusioni dei fenomeni dell’ordine di quelli di cui abbiamo discorso, fenomeni inesplicabili ma antichissimi, in quanto che la storia di tutti i popoli, fino dalla più remota antichità ce ne ha tramandato esempi che riuscirebbe difficile il negare o il togliere di mezzo.




Ma che, si dirà, dobbiamo noi, possiamo noi, nel nostro secolo di metodo sperimentale e di scienza positiva ammettere che un morente, od anche un morto, possa comunicare con altri?

 

E che cos’è un morto?

 

Muore un essere umano ad ogni minuto secondo su tutta la faccia del globo terrestre, ossia all’incirca 86400 per giorno, ossia, ad un dipresso, 31 milioni per anno, o più di 3 miliardi per secolo. Nello spazio di dieci secoli, più di 30 miliardi di cadaveri furono affidati alla terra e resi alla circolazione generale sotto forma di prodotti diversi, acqua, gas, vapori, ecc. Quando si tenga conto della diminuzione della popolazione umana a misura che noi risaliamo lungo le età storiche, noi troviamo che da diecimila anni duecento miliardi di corpi umani almeno sono stati formati dalla terra e dall’atmosfera mediante la respirazione e l’alimentazione, e vi sono ritornati. Le molecole d’ossigeno, d’idrogeno, d’acido carbonico, d’azoto che hanno costituito quei corpi concimarono la terra e furono rese alla circolazione atmosferica. 

 

Sì, la Terra che noi abitiamo è oggidì formata in parte di quei miliardi di cervelli che hanno pensato, di quei miliardi d’organismi che hanno vissuto.




Noi camminiamo sui nostri avi com’essi si librano su di noi. Le fronti dei pensatori, gli occhi che hanno contemplato, sorriso, pianto, le bocche che si schiusero ad inni d’amore, le labbra rosee e i seni di una bianchezza di marmo, le viscere delle madri, le braccia degli operai, i muscoli dei guerrieri, il sangue dei vinti, i fanciulli e i vecchi, i buoni e i cattivi, i ricchi e i poveri, tutto quanto ha vissuto, tutto quanto ha pensato, giace nella medesima terra.

 

Sarebbe difficile in oggi il fare un solo passo sul pianeta senza camminare sulle spoglie dei morti, come riuscirebbe difficile il mangiare ed il bere senza assorbire ciò che già fu mangiato e bevuto le migliaia di volte, e respirare senza incorporarsi il soffio dei morti.

 

Gli Elementi costitutivi dei corpi tolti alla natura fecero ritorno alla natura, e ognuno di noi porta in sé stesso atomi che appartennero precedentemente ad altri corpi.




Orbene, pensate voi che sia quella tutta l’Umanità?

 

Pensate voi ch’essa non abbia nulla lasciato di più nobile, di più grande, di più spirituale?

 

Ognuno di noi non rende dunque all’universo, esalando l’ultimo sospiro, che da sessanta a ottanta chilogrammi di carne e d’ossa che si disaggregheranno e faranno ritorno agli elementi?

 

L’anima umana che ci dà vita non dimora essa in noi all’ugual titolo d’ogni molecola d’ossigeno, d’azoto o di ferro?

 

E tutte le anime che vissero non esistono esse sempre?




Noi non abbiamo alcun diritto d’affermare che l’uomo sia unicamente composto d’elementi materiali, e che la facoltà di pensare non sia che una proprietà dell’organismo. Abbiamo, all’incontro, le ragioni più intime e prevalenti per ammettere che l’anima è un’entità individuale, e che è dessa che regge le molecole per organizzare la forma vivente del corpo umano.

 

Che divengono le molecole invisibili e intangibili che hanno composto il nostro corpo durante la vita?

 

Esse vanno ad appartenere ad altri corpi.

 

Che divengono la anime egualmente invisibili e intangibili?

 

 Si può pensare che esse pure si reincarnino in nuovi organismi, ognuna secondo la sua natura, le sue facoltà il suo destino.

 

L’anima appartiene al mondo psichico.



Senza dubbio vi sono sulla Terra innumerevoli serie d’anime ancor rozze, ottuse e appena digrossate dalla materia, incapaci di concepire le realtà intellettuali.

 

Ma ve ne sono altre che vivono nello studio e nella contemplazione, intente a riprodurre ed a svolgere in loro il mondo psichico o spirituale. Quelle anime non possono rimanere imprigionate sulla Terra, ed è loro destino di vivere nella vita Superiore e Eterna.

 

L’anima Superiore vive, anche durante le sue incarnazioni terrestri, nel mondo dell’assoluto e del divino. Essa sa che, pur abitando la Terra, vive in realtà nel cielo, e che il nostro pianeta è un astro del cielo.




Qual’è la natura intima dell’anima, quali sono i suoi modi di manifestarsi, quand’è che la sua memoria diviene permanente e mantiene con certezza l’identità cosciente?

 

Sotto quali diversità di forme e di sostanze può essa vivere, quale estensione di spazio può essa valicare, qual’è l’ordine di parentela intellettuale che esiste fra i diversi pianeti d’un egual sistema, qual è la forza germinatrice che dissemina i mondi?

 

Quand’è che potremo metterci in comunicazione colle patrie vicine o ci sarà dato di penetrare nei profondi segreti dei destini umani?

 

Mistero e ignoranza su tutto ciò al giorno d’oggi.


Ma l’ignoto di ieri è la verità del domani.




Fatto d’ordine storico e scientifico assolutamente incontestabile, e in tutti i secoli e fra tutti i popoli, e sotto le apparenze religiose le più diverse, l’idea dell’immortalità riposa invulnerabile nel fondo della coscienza umana. L’educazione le ha dato mille forme, ma non l’ha inventata, ché questa idea incancellabile esiste per se stessa.

 

Ogni essere umano, venendo alla luce porta seco, sotto una forma più o meno vaga, questo sentimento intimo, questo desiderio, questa speranza.

 

Il mio pensiero era adunque stato a lungo intento intorno a questi antichi argomenti, allorché un giorno in una passeggiata solitaria sul limitare d’un bosco, dopo alcune calde ore di luglio, essendomi seduto ai piedi d’un boschetto di querce, non tardai ad assopirmi. Il calore era soffocante, il paesaggio silenzioso e la Senna sembrava essersi soffermata come un canale in fondo alla valle. Io fui stranamente sorpreso, risvegliandomi dopo un istante di sonnolenza, di non più riconoscere quel tratto di paese, né gli alberi vicini, né il fiume che scorreva ai piedi della costiera, né la prateria ondulata che andava a perdersi nel lontano orizzonte. 


(Prosegue....)









sabato 25 dicembre 2021

IL VIAGGIO DELLA BOREAL (14)

 


























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Circa i pionieri  (1/13)


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Viaggio... (15)


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ovvero l'evoluzione degli agenti 


patogeni 


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Il Viaggio della Vergine  (4/17)







Perché accade questo, mio Dio?

 

Ricordo che secoli fa mi raccontarono che nelle praterie americane, teatro nei tempi antichi di terribili tempeste, queste tempeste erano diventate a poco a poco sempre meno tremende, a mano a mano che l’uomo procedeva nell’occupazione di quelle nuove terre…

 

E così, se ciò fosse vero, bisognerebbe dedurre che la semplice presenza dell’uomo esercita un certo effetto calmante o mesmerizzante sulla turbolenza innata della Natura, oppure al contrario, un deleterio costante veleno nel violarla e presiederla, e che uno dei risultati della sua assenza ieri, e presenza - ovunque - oggi, sia stato quello di togliere, oppure ripristinare un simile freno (imposto dalla Natura).




Questo amletico dubbio mi assilla!

 

Ricordo sempre le Strofe nello scorgere il misfatto.

 

Il veleno donato!

 

Conoscevo il Polo e il freddo, li conoscevo, ma sentirsi gelare dal terrore…

 

Leggevo, come ho detto, studiavo, non volevo fermarmi…




 …Un vecchio mondo grave, che oscilla maestosamente sul suo asse, il mistero della sua estremità settentrionale chiusa strettamente nel suo petto, è improvvisamente elettrizzato dalla notizia che finalmente l’uomo, per secoli sconcertato nei suoi sforzi eroici, ha rivelato il suo segreto nascosto, e che l’Old Glory, simbolo dell’audacia dei moderni, galleggia dal Polo stesso.

 

Che fremito di interesse passa sulle nazioni della terra; eccitazione universale; gioie universali. Cablegram, Marconigram, portano le meravigliose notizie sotto i mari o intorno al mondo nello spazio.

 

Il Polo finalmente!




Per secoli l’aurora boreale ha invitato gli spiriti avventurosi a sondare i fenomeni del grande sconosciuto, ha attirato l’uomo in porti fantastici con il ghiaccio ghiacciato dei secoli, lo ha ispirato ad attraversare la calotta glaciale della Groenlandia o a fare il suo sentiero solitario attraverso sterili terre del Nord America o la desolata tundra della Siberia, il suo coraggio intrepido non estinto da precedenti record di privazioni, fame e morte stessa. Uno dopo l’altro intrepidi esploratori hanno lasciato le loro storie di avventure elettrizzanti e la registrazione dei loro nomi o di quelli dei loro benefattori per segnare le loro scoperte personali.

 

Chi erano i primi marinai che aspiravano a penetrare negli sconosciuti mari di ghiaccio?




Molto indietro nei secoli, Pitea, audace avventuriero, riportò voci su un’isola del Circolo Polare Artico chiamata Thule, dapprima accolta dagli antichi come una meravigliosa scoperta, ma poi screditata. Nel IX secolo alcuni monaci irlandesi, trascinati dall’entusiasmo religioso e da uno spirito avventuroso, sembrano aver visitato l’Islanda, e uno, di nome Dicuil, ha lasciato testimonianze scritte, intorno all’825, che confermano la storia dell’isola Thule, che alcuni dei fratelli visitarono e riferirono che non c’era oscurità al solstizio d’estate.

 

Di Sir Hugh Willoughby, primo al comando della  Speranza, si ricorda che era alto e bello e si era dimostrato un valoroso soldato; di Richard Chancellor, che era amato e geniale e particolarmente noto per le favorevoli sorti dello Spirito.




Così, in quella luminosa mattina di inizio maggio, questi due comandanti con il loro fedele equipaggio navigarono lungo il Tamigi tra gli spari dei cannoni e le acclamazioni della folla radunata sulle rive del fiume per augurare loro un buon Viaggio. Era inteso tra i comandanti che se le loro navi si fossero separate, avrebbero dovuto cercare di incontrarsi a Wardhuys, un buon porto in Finmark.

 

Procedettero verso nord e passarono il capo più settentrionale d’Europa in luglio. Di notte, durante una fitta nebbia e tempesta, le due navi si separarono, la terza e la più piccola rimase con Willoughby, e i due coraggiosi comandanti e i loro equipaggi non si incontrarono mai più. Procedendo verso nord per circa duecento miglia, raggiungendo Nova Zembla, Willoughby fu costretto dal ghiaccio a tornare a una latitudine inferiore. Nel settembre 1553 approdò alla foce del fiume Arzina, in Lapponia.




Scrisse in quel periodo nel suo diario:

 

Rimanendo così in questo rifugio lo spazio di una settimana, vedendo trascorso l’anno, e anche molto maltempo, come gelo, neve e grandine, come se fosse stato il più profondo  inverno, abbiamo pensato che fosse meglio svernare lì.

 

A gennaio, secondo il resoconto del diario di Willoughby, tutti erano ancora in vita.

 

In primavera i marinai russi, avventurandosi a queste alte latitudini, furono sorpresi di vedere due navi congelate nel ghiaccio. La morsa implacabile dell’inverno artico li teneva ancora stretti; la mano della morte nella sua forma più raccapricciante aveva mietuto il suo raccolto.

 

Non un uomo è sopravvissuto.




Quanto sono brevi i dettagli, eppure l'immaginazione rabbrividisce per le agonie dei loro ultimi giorni, il freddo, l’intenso, il congelamento; l’oscurità impenetrabile, malinconica e la morte, posando le sue dita gelide sul cuore disperato di ciascuno a sua volta e dell’ultimo Uomo, circondato dalle forme spoglie dei suoi compagni, alle prese da solo con il destino inesorabile.

 

Io l’Ultimo Uomo… quella notte fui straziato da terrori panici quali mai un cuore si è sognato di immaginare; la mia carne mortale si agitava e fremeva come uno stagno sulla cui superficie, qua e là, spira una brezza di vento.




A volte per lo spazio di tre, quattro minuti, il profondo interesse di ciò che leggevo assorbiva la mia mente; poi mi capitava di percorrere un intero capitolo o due, senza capire il senso di una sola frase, tutto il mio cervello era come succhiato dalle truppe innumerevoli accampate intorno a me, sedotto dall’idea che a un certo punto si sarebbero svegliate, e alzate, per accusarmi:

 

perché il verme era diventato il mondo, e nell’aria c’era un muoversi di sudari, e il sapore del grigio dei fantasmi sembrava infettare la mia gola, e gli odori dell’abominevole fare del mio naso una tomba, e vibrazioni profonde di campane riempivano le mie orecchie.

 

Verso la fine il lume divenne piccolo, sempre più smorto, e la mia immaginazione da ossario era ormai piena zeppa di bare che si schiodavano, di cancelli di camposanto e di becchini, dell’attrito stridente delle corde che calano la bara nella fossa, del primo tonfo del terriccio sul coperchio di quella dimora sparuta e buia dei mortali.




Quell’immagine letale di dita fredde e morte, mi sembrava vederla davanti a me, l’insipidezza delle lingue morte, il broncio delle labbra degli annegati e le spume svaporate che le orlano; finché il mio corpo non divenne madido, come bagnato dalle acque di scolo degli obitori, e dai sudori che i cadaveri traspirano, e dalla lacrima nauseante che si ferma sulle gote dei morti: perché, che può fare un unico insignificante uomo, avvolto nella sua veste di carne, davanti a moltitudini ed eserciti di disincarnati, solo tra tutti loro, e in nessun luogo un altro, un suo pari, a cui chiedere aiuto contro di loro?

 

Leggevo, mi chinavo sopra la carta stampata, ma solo Dio sa…




Quando un foglio di carta che spostavo con cura, con mosse da ladro, faceva un solo leggero fruscio, come rimbombava quella diana nelle sale insidiate dai fantasmi del mio cuore!

 

E la tosse che mi tenevo nel gozzo, reprimendola per la paura, finché non scoppiò con spietata turbolenza dalle mie labbra, mandando ricci di freddo per tutto il mio spirito: perché alle parole che leggevo si mescolavano dappertutto visioni di bare striscianti, drappi funebri e lamenti, e crespi, e strilli penetranti di follia che echeggiavano lungo le volte delle catacombe, e tutto il lutto di quella valle d’ombra, e la tragedia della corruzione.




Due volte, nel corso della veglia spettrale di quella notte, la certezza che la presenza di uno di quegli esseri muti indugiava accanto al mio gomito sinistro, mi riempì di un tale terrore, da farmi scattare in piedi, per fargli fronte, con i pugni stretti e i capelli dritti sulla testa, freneticamente: dopo di che, credo di essere svenuto, perché mi ritrovai, in pieno giorno, con la fronte poggiata sui giornali; e decisi di non rimanere mai più, dopo il tramonto, chiuso dentro una casa: perché quella notte sarebbe bastata a uccidere l’uomo più robusto, santo cielo!

 

E che questo è un pianeta insidiato dai fantasmi, ne sono certo.

 

Ciò che lessi non era molto chiaro: infatti, come avrebbe mai potuto esserlo?




Ma in linea di massima confermava certe deduzioni che già avevo fatto per conto mio, e la mia curiosità poteva dirsi in buona parte soddisfatta. Si era svolto, sulle pagine di quei tomi, un duello a morte tra il mio collaboratore, professor Stanislao Zambon, e il dottor Martin Rogers; non avrei mai potuto immaginarmi uno spettacolo più indecoroso, scienziati come loro che si chiamavano a vicenda novellino, sognatore, e a un certo punto addirittura stupido.

 

Stanislao non voleva ammettere che il profumo di mandorle attribuito alla nube dilagante potesse essere dovuto ad altro che alla immaginazione eccitata dei fuggitivi; perché, diceva, non si era mai dato il caso che un vulcano emettesse CN, o HCN, neppure K4FeCN6, e la distruttività della nube era certamente dovuta alla presenza di CO e di CO2.




A ciò Rogers, in un articolo notevole per la sua straordinaria acrimonia, replicava di non poter capire come perfino un novellino in chimica e geologia si azzardasse a dichiarare ai giornali che non si era mai visto che un vulcano emettesse HCN.

 

Che ciò fosse accaduto, diceva, era cosa accertata, per quanto il fatto che fosse già accaduto non risolveva certo il problema di sapere se la stessa cosa stesse accadendo adesso, dal momento che il cianogeno, per dire il vero, non è sostanza rara nella natura, anche se non la si trova direttamente, essendo uno dei prodotti della distillazione dell’antracite, oltre a essere presente in alcune radici, nelle pesche, mandorle, e in molte piante tropicali; inoltre era già stata suggerita come molto probabile, da parte di più di uno scienziato, l’ipotesi che determinati Sali di CN, quello potassico, oppure il ferrocianuro di potassio, o entrambi, esistessero in notevole quantità nelle regioni vulcaniche più profonde.

 

Nella sua risposta, un articolo di due colonne, Stanislao si serviva dell’espressione sognatore, e Rogers, quando ormai Berlino era sprofondata nel silenzio, replicava finalmente col suo rovente stupido.

 

Comunque Stanislao fu il primo…




Già la sera del 21 febbraio avevo capito che saremmo diventati il paese europeo più colpito.

 

Credo fosse mezzanotte.

 

Scavalcando le gerarchie, avevo mandato un messaggio al mio direttore della Regione Europea dell’OMS, che chiameremo HK. Doveva essere informato, e subito. Anche se la mia era solo un’ipotesi, bisognava agire con tempestività e soprattutto in maniera cautelativa.

 

Mentre scrivevo il messaggio, uno dei pazienti nella zona rossa del Veneto era morto.

 

Fu il primo decesso registrato in Italia.




Il paese sarebbe entrato nel panico molto dopo, io ci entrai già quella sera. Tutto ciò che seguì era facilmente prevedibile.

 

‘I casi in Italia cresceranno esponenzialmente’, avevo scritto ad HK. E ancora: ‘Nelle prossime ore, l’Italia diventerà probabilmente il paese più colpito d’Europa’.

 

Con il senno di poi, avrei dovuto allargare lo spazio geografico e dire che l’Italia sarebbe stata per molte settimane il paese più colpito del mondo.

 

L’arcangelo Gabriele in cima al campanile di Venezia è inconfondibile. È tutto dorato, o forse d’oro, alto quattro metri. Nonostante svetti a quasi cento metri d’altezza è impossibile non notarlo.




 Il documentario di Report proseguiva inesorabile con le immagini girate da un drone. Non potevo sbagliarmi, era proprio lui, l’arcangelo Gabriele in tutta la sua possanza, in una magnifica giornata di sole, esattamente come lo era stata quell’11 maggio.

 

Quando vidi l’arcangelo in tv sicuramente la mia espressione fu diversa da quella della Madonna due millenni fa. Forse più simile all’Urlo di Munch che alle delicate Annunciazioni del Beato Angelico. Cambiai certamente colore, questa volta bianco cadaverico.




Il drone continuava a girare intorno al campanile, sorvolando la città. Aspettavo solo che si posasse davanti all’iconica facciata della Scuola Grande di San Marco, dove si trova il nostro ufficio dell’OMS. Fu un falso allarme. O, alla luce di come si svolsero poi le cose, un preallarme. Le spettacolari immagini di Venezia altro non erano che un piacevole intermezzo visivo e musicale, offerto dalla città in pieno lockdown. La colonna sonora era The Sound of Silence.

 

La puntata di Report parlava delle possibili relazioni tra Cina, Etiopia, OMS e poi si soffermava sul piano pandemico. [Sgorlon]




Quanto alla velocità della nube dilagante, Stanislao non lo definiva ancora, secondo accreditati e successivi calcoli essa variava tra le 100 e le 105 miglia al giorno; e la data in cui probabilmente l’eruzione aveva avuto luogo, egli la fissava tra il 14, il 15 e il 16 aprile; ossia uno, due o tre giorni dopo l’arrivo al Polo degli esploratori del Boreal; e finiva l’articolo osservando che, se le cose stavano davvero come lui pensava, non c’erano rifugi di sorta dove la razza umana potesse trovare scampo, a meno che si riuscisse a chiudere ermeticamente miniere, gallerie e luoghi simili; e anche così, questi nascondigli non sarebbero giovati che a un numero molto limitato di persone, salvo nel caso che l’attività letale dell’aria dovesse dimostrarsi di brevissima durata.


(Prosegue ancora il periglioso Viaggio....)