CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 22 luglio 2013

...E MORI' COME VISSE: URLANDO E BESTEMMIANDO (29)

















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Vegio che arde qui il grande fuogo (28)

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E morì come visse: urlando e bestemmiando (30)












Il Trecento debuttò con una grandiosa festa: il Giubileo.
Essa non esisteva nel calendario della Chiesa, che fin allora non l'aveva mai celebra-
ta. La inventò il Papa che in quel momento sedeva sul Soglio: Bonifacio VIII.
Il momento era favorevole a una prova di forza, diciamo così, organizzativa e spet-
tacolare. Sia pure attraverso momentanee crisi ed eclissi, la Chiesa era uscita bene
dalle dure prove degli ultimi decenni. Il grande pericolo di venire asservita al potere
laico era scomparso con Federico II, 'ultima possanza dell'Impero', come Dante con
una sfumatura di rimpianto.
Da Innocenzo III che aveva indossato la tiara nel 1198 a Gregorio X ch'era morto
nel 1276, era stato un seguito di Pontefici vigorosi e risoluti, che avevano dato al Pa-
pato forza e prestigio.




Bonifacio sembrava l'uomo più adatto a raccoglierne i frutti. Era romano. Veniva dall'-
orgogliosa e prepotente dinastia dei Conti Caetani. E di che pasta fosse, lo si vide dal
modo con cui s'installò sul Soglio Pontificio.
Alla morte di Niccolò IV erano seguiti due anni e mezzo d'interregno perché i Cardi-
nali non erano riusciti a mettersi d'accordo sul successore. E come spesso capita in
questi casi, si era scesi a un compromesso ricorrendo a una figura scialba che non
desse noia a nessuno: un povero fraticello abruzzese, Pietro da Morrone, vissuto
sempre da anacoreta in un eremo vicino a Sulmona.
Quando seppe cosa gli stava capitando, Pietro cercò di sottrarvisi con la fuga. Ma lo
catturarono, lo trascinarono di forza a Napoli, e lo coronarono col nome di Celestino
V. Fra gl'intrighi della Curia, il sant'uomo si sentì perso.




La notte udiva una voce che gli rombava nell'orecchio: 'Io sono l'angelo che ti sono
mandato a parlare, e comàndoti dalla parte di Dio grazioso che tu immantenente deb-
bi rinunziare al Papato e ritorna' ad essere romito'.
Quella voce non era dell'angelo, ma del cardinale Caetani che aveva installato nella
parete una specie di rudimentale telefono. Il povero Celestino non chiedeva di meglio
che 'ritorna' ad essere romito'. Ma, digiuno com'era di diritto canonico, non sapeva
come compiere quel gesto di rinunzia che non aveva precedenti nella storia della Chi-
esa. 
A fornirgli gli argomenti per il 'gran rifiuto' - come lo chiamò Dante - fu il Caetani, che
invece di diritto canonico era maestro e nel Codice si rigirava molto meglio che nel
Vangelo. Così, sei mesi dopo averla assunta, Celestino depose la tiara e ridiventò fra-
te Pietro Morrone senza mai aver messo piede a Roma.
In capo a undici giorni il Caetani gli succedette col nome di Bonifacio VIII e come pri-
ma cosa mandò ad arrestare frate Pietro, tornato nel frattempo al suo eremo. Lo sven-
turato cercò di fuggire oltre Adriatico. Ma fu catturato e rinchiuso nel castello di Fumo-
ne, dove poco dopo morì.




Non risulta che Bonifacio abbia avuto il minimo trasalimento di rimorso. Egli non era
oberato da una coscienza che potesse procurargliene. E, quanto a una giustizia divina
cui rendere conto dei propri atti, ne negava risolutamente e apertamente l'eventualità.
L'Inferno e il Paradiso, diceva, sono già su questa terra. Il primo è rappresentato dalla
vecchiaia, dagli acciacchi e dall'impotenza; il secondo dalla gioventù, dalle belle donzel-
le e dai bei guaglioni, perché verso i due sessi era imparziale.
Una volta, a un cappellano che implorava l'aiuto di Gesù, gridò inviperito:
'Stolto, stolto! Gesù fu un uomo come noi. Se non poté nulla per sé, cosa vuoi che pos-
sa per gli altri?'.
(Prosegue....)










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