giuliano

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IL TOMO

giovedì 23 gennaio 2014

BREVI RIFLESSIONI


















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Brevi riflessioni (2)













Sono molti i pazienti colti che rifiutano categoricamente di andare dal religioso…
Dei filosofi poi non vogliono nemmeno sentir parlare, perché la storia della filosofia li lascia freddi e l’intellettualismo è per loro più arido del deserto. E dove sono i grandi saggi, che non si limitano a parlare del significato della vita e del mondo, ma lo possiedono davvero?
Non è assolutamente possibile escogitare sistemi e verità capaci di dare al malato quello di cui ha bisogno per vivere, cioè fede, speranza, amore e conoscenza. Queste quattro massime acquisizioni, mèta del desiderio umano, sono altrettante grazie che non si possono né insegnare né apprendere, né dare né prendere, né trattenere, né meritare, poiché sono legate a una condizione irrazionale, sottratta all’arbitrio umano, cioè all’esperienza.




Ma le esperienze non si possono mai ‘fare’: accadono; per fortuna non in senso assoluto, bensì relativo. E’ possibile avvicinarsi a loro, sono alla nostra portata umana. Esistono vie che conducono in prossimità dell’esperienza, ma dovremmo guardarci dal chiamarle ‘metodi’, perché questo ha un effetto letale; inoltre, la via verso l’esperienza non è affatto uno stratagemma, bensì un rischio che esige l’incondizionato impegno dell’intera personalità.
Le esigenze terapeutiche ci creano un problema e un ostacolo apparentemente insormontabile. Come possiamo aiutare un’anima sofferente a raggiungere l’esperienza redentrice dalla quale le dovranno venire i quattro grandi carismi e che dovrà guarire i suoi mali? Pieni di buone intenzioni, noi consigliamo il malato dicendogli: ‘Dovresti avere il vero amore o la vera fede o la vera speranza’, oppure: ‘Conosci te stesso’.




Ma da dove il malato deve prendere come premessa proprio quello che gli è possibile ricevere soltanto come conseguenza?
Saulo non deve la sua conversione né al vero amore né alla vera fede né a una qualunque verità; è stato soltanto il suo odio verso i cristiani a condurlo sulla via di Damasco e quindi a quell’esperienza che doveva essere decisiva per la sua vita. Egli ha vissuto con convinzione il suo peggiore errore; da ciò deriva la sua esperienza.
Si apre qui una problematica della vita che non sarà mai presa troppo sul serio; si pone qui per lo psicologo un problema che lo mette in stretto contatto con il direttore spirituale. Veramente il problema di colui che soffre nell’anima riguarderebbe molto più il direttore spirituale che non il medico; ma il malato, nella maggioranza dei casi, consulta prima il medico, perché ritiene di essere malato fisicamente e perché certi sintomi nevrotici possono essere almeno attenuati con le medicine.
D’altra parte, mancano di solito al direttore spirituale le cognizioni che lo renderebbero atto a penetrare i recessi psichici della malattia, nonché l’autorità necessaria per convincere il malato che il suo è un male psichico. Ci sono però anche malati che, pur conoscendo con molta precisione la natura psichica della loro sofferenza, si rifiutano di rivolgersi a un direttore spirituale perché non lo credono capace di aiutarli efficacemente.




Tali malati hanno la stessa sfiducia verso i medici, e a ragione, poiché, a dire il vero, medico e direttore spirituale stanno davanti a loro a mani vuote se non, quel che è peggio, con parole vuote. Che il medico non sappia dire niente di definitivo sulle supreme domande della psiche è naturale; il malato dovrebbe aspettarsi la risposta non dal medico, ma dal teologo.
Ma il direttore spirituale protestante si trova talvolta confrontato con un compito pressoché impossibile, perché deve fare i conti con difficoltà da cui è esente il sacerdote cattolico, che prima di tutto è sostenuto dall’autorità della Chiesa, e si trova poi in una posizione sociale ben altrimenti sicura e indipendente da quella del pastore protestante, eventualmente sposato, appesantito dalla responsabilità di una famiglia e che, se le cose vanno male, non può aspettarsi di essere accolto da un convento o da un monastero.
Se poi il sacerdote è un gesuita, beneficia dell’educazione psicologica più moderna. So per esempio che a Roma i miei scritti sono stati sottoposti a serio studio molto prima che nel mondo protestante qualche teologo li abbia degnati di un’occhiata.




Viviamo tempi difficili….
La defezione dalla Chiesa protestante in Germania non è che un sintomo; ce ne sono molti altri che potrebbero mostrare al teologo che l’uomo moderno attende ben altro che il solo consiglio di credere o di darsi ad attività caritatevoli. Il fatto che molti teologi ricerchino un appoggio psicologico o un aiuto pratico nella teoria sessuale o nella teoria della potenza di Adler fa una strana impressione, poiché entrambe le teorie sono, in fin dei conti, ostili allo spirito, essendo psicologie senza psiche, metodi razionalistici che addirittura impediscono il manifestarsi dell’esperienza spirituale.
La grande maggioranza degli psicoterapeuti è formata da seguaci di Freud o di Adler, e questo significa che la grande maggioranza dei pazienti è necessariamente avulsa da una visione spirituale della vita. Chi ha a cuore il destino della psiche non può restare indifferente davanti a questo fatto. L’ondata psicologica che attualmente sommerge i paesi protestanti d’Europa è lontana dallo scemare e va di pari passo con l’abbandono in massa della Chiesa.
Cito le parole di un direttore spirituale protestante: ‘Oggigiorno si va dal medico della psiche anziché dal direttore spirituale’.
Sono convinto che questa affermazione vada limitata a un pubblico relativamente colto e non valga per la massa. Non bisogna però dimenticare che occorrono circa vent’anni perché la massa pensi quel che pensa oggi la persona istruita.




Vorrei che si riflettesse a quanto segue: negli ultimi trent’anni una clientela proveniente da tutti i paesi civili della terra è venuta a consultarmi; mi sono passate per le mani molte centinaia di pazienti, per la maggior parte protestanti, in minor numero ebrei; cattolici praticanti non sono stati più di cinque. Fra tutti questi pazienti al di sopra della mezza età, cioè al di sopra dei 35 anni, non ce n’è stato uno solo il cui problema sostanziale non fosse quello del suo atteggiamento religioso.
In definitiva tutti si ammalano perché hanno perduto ciò che le religioni vive di tutti i tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso.
Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede o l’appartenenza a una chiesa. Per il direttore spirituale si apre qui un campo immenso; ma sembra quasi che nessuno se ne sia ancora accorto. Né sembra che il pastore protestante di oggi sia sufficientemente preparato a far fronte alla poderosa sollecitazione odierna in campo spirituale.
Sarebbe più che ora che il direttore spirituale o lo psicoterapeuta si dessero la mano per assolvere questo compito gigantesco. Vorrei mostrare con un esempio quanto sia attuale questo problema….














(Prosegue....)
















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