giuliano

giuliano
IL TOMO

giovedì 6 settembre 2018

DA UNA REGIONE COSMICA ALL'ALTRA (7)


















Prosegue in:

Da una regione cosmica all'altra (8)

Precedente capitolo:

La Lettera del Morandi (6)













I miei ricordi sono confusi…..  
Non mi è chiaro neppure dove abbia inizio di preciso la mia memoria; a volte si estendono di fronte a me panorami agghiaccianti di anni senza numero, mentre altre volte mi sembra che il presente non sia che un semplice attimo isolato in una eternità grigia e senza forma. Non so neppure con certezza come sto comunicando questo messaggio. Mi accorgo di parlare ma ho la vaga impressione che un agente mediatore di qualche sorta, strano e forse terribile, sarà necessario per portare ciò che dico ai luoghi dove desidero essere udito.
Anche la mia identità è avvolta nelle nebbie dell'incertezza. Sembra che io abbia subito un grave shock: un'inattesa e mostruosa conseguenza, forse, di qualcuna delle mie uniche e incredibili esperienze, che si snodano secondo cicli interminabili. Tutti questi cicli di esperienze, naturalmente, hanno avuto per origine quel libro roso dai tarli.
….Ricordo quando lo trovai, in una bottega fiocamente illuminata sulla riva del fiume, là dove la corrente limacciosa e inquinata sembrava attrarre una perenne coltre di nebbia. L'edificio era assai antico, tappezzato sino al soffitto di scaffali pieni di volumi in disfacimento, in ciascuna delle stanze uniformemente prive di finestre. C'erano anche mucchi informi di libri abbandonati sul pavimento o sistemati in rozze casse di legno. Fu in uno di questi mucchi che trovai ‘l’Eretica cosa'. Non ne ho




mai saputo il titolo, perché mancavano le prime pagine. Ma quando lo presi mi cadde di mano, aprendosi verso la fine: e ciò che vidi fece vacillare i miei sensi. C'era una formula - una specie di elenco di cose da dire e da fare - che riconobbi come qualcosa di tenebroso e proibito; qualcosa di cui avevo letto in precedenza solo in frasi evasive, trasudanti un misto di fascino e orrore, scritte da quanti avevano osato scavare entro i più gelosi segreti dell'Universo: singolari figure dalle cui opere, da tutti sfuggite, io ero un lettore attento e appassionato. Quella formula era una chiave - o una guida - verso certe 'soglie' o stati di transizione dei quali i mistici hanno sognato e sussurrato sin da quando la nostra razza era giovane; soglie che conducono verso ignoti stati di libertà, e verso scoperte al di là delle tre dimensioni e dei reami della vita e della materia a noi già noti.
…Da secoli, ormai, nessuno ne ricordava i passaggi essenziali, né sapeva dove cercarli: ma quel libro era davvero molto antico. Non un torchio da stampa, ma la mano di un monaco oscurato dalla follia aveva tracciato quelle terribili frasi latine in una grafia onciale incredibilmente arcaica. Ricordo l'occhiata furtiva e il sogghigno del vecchio che abitava quel posto quando sollevai il libro, e ricordo il curioso gesto che fece con la mano quando me lo portai via.
Non volle essere pagato, e solo molto tempo dopo compresi perché…..
Mentre tornavo verso casa, attraversando le vie strette e gonfie di nebbia dei quartieri prospicienti il fiume abbi l'impressione spaventosa che dei passi silenziosi e leggeri mi seguissero costantemente. Le case fatiscenti, vecchie di secoli, su entrambi i lati della via, sembravano vive, e trasudavano una nuova, morbosa malignità: come se si fosse all'improvviso riaperto un canale, da tempo chiuso,




attraverso il quale una conoscenza malefica si riversava sulla Terra. Mi sembrava che quelle mura, quegli abbaini sporgenti di mattoni scoloriti, intonaci butterati da muffe, travi annerite - con finestre simili ad occhi spalancati, le cornee lucide come diamanti - a stento si trattenessero dall'avanzare verso di me per scacciarmi... eppure non avevo letto che un piccolissimo Frammento di quella formula blasfema, prima di chiudere il libro e portarlo via.
Ricordo, poi, in che modo lessi tutto il volume: il volto bianco come gesso, chiuso nella stanza sui tetti nella quale da tempo conducevo le mie strane ricerche. Il grande edificio era silenzioso, perché soltanto dopo mezzanotte avevo iniziato la mia lettura. Mi sembra di ricordare che allora avevo una famiglia - anche se i dettagli sono assai incerti - e so che c'erano anche molti servitori.
Quale anno fosse, non posso dirlo: da allora, ho conosciuto ère e dimensioni senza numero, ed il mio concetto di tempo si è frammentato e ricomposto in maniera diversa. Lessi a lume di candela - ricordo il gocciolare incessante della cera - e di tanto in tanto giungevano sino a me rintocchi di lontani campanili. Se rammento bene, seguivo, quei rintocchi con ansiosa attenzione, perché temevo che ad essi si sovrapponesse una nota lontana ed estranea.
Quindi, vennero per la prima volta il rumore di colpi ed il fruscio dietro la finestra che si apriva sugli alti tetti dalla città. Vennero mentre mormoravo il nono verso di quell'antico incantesimo: fui scosso da un tremito, perché sapevo di che si trattava. Perché chi passa attraverso una soglia acquista un'ombra, e dopo non è mai solo. Io avevo evocato qualcosa, ed il libro era davvero ciò che sospettavo.
Quella notte attraversai la soglia. Mi trovai in un vortice nel quale erano distorti il tempo e la percezione; quando, la mattina seguente mi risvegliai nella stanza sui tetti, vidi nelle pareti, negli scaffali e nei mobili strani particolari che non avevo mai osservato prima. Da allora, il mondo non mi apparve più come quello che conoscevo. Mescolate con il panorama del presente c'erano sempre delle schegge del passato e dei frammenti del futuro: anche il più familiare tra gli oggetti assumeva sembianze ignote nella nuova prospettiva apertasi di fronte alla mia percezione ingigantita.
Dopo di allora continuai a procedere come in un sogno fantastico, tra forme sconosciute o appena riconoscibili; e ad ogni nuova soglia che varcavo, sempre meno chiaramente potevo riconoscere gli oggetti propri della sfera ristretta alla quale ero stato sino allora legato. Ciò che vedevo io, nessun altro poteva scorgerlo; trascorrevo la mia esistenza nel silenzio e nella solitudine, per timore di essere considerato un folle.
(H.P. Lovecraft)



  
Nel 1931 Godel ormai padroneggiava l'arte di usare un'analisi rigorosa per trovare nuovi sentieri nel labirinto del pensiero autoreferenziale. A ogni stadio della sua carriera parve evidente che egli apriva nuovi orizzonti concettuali: nei primi anni, segnati dai trionfi in matematica e logica, nella seconda fase, in cui si rivolse a questioni di fisica, nella speranza di ripetere i suoi cedenti successi; e negli ultimi anni, in cui si dedicò principalmente alla riflessione su problemi filosofici.
Nella filosofia della matematica Godel era un platonista risoluto. Assumeva che gli oggetti matematici (Anche se un ‘Dio prima di Dio’ l’essenza cercata da Godel è assente all’insieme detto o enunciato) esistessero da qualche parte oltre lo spazio e il tempo, ma che non fossero per questo meno reali. Nelle sue parole, 'abbiamo una certa percezione degli oggetti della teoria quantitativa, e ci formiamo anche le nostre idee di questi oggetti sulla base di qualcosa che è direttamente dato'.
Non ci sono dubbi che questa sia una concezione platonica degli oggetti matematici. Per il platonista gli oggetti si presentano come dati all'intuizione. Al contrario, per l'intuizionista o il costruttivista essi sono invenzioni della mente umana. 
Dunque, un 'realista' matematico come Godel afferra mediante l'intuizione oggetti matematici che esistono....















Nessun commento:

Posta un commento