giuliano

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IL TOMO

sabato 2 dicembre 2017

IL BOCCONE BREVE L'ARTE INFINITA (49)










































Precedenti capitoli:

Il loro 'Verbo' (48)

Prosegue in:

Il boccone breve l'Arte Infinita ovvero: servi & governanti (50)














Eppur quell’‘antico’ ‘Verbo’ (in riferimento quanto precedentemente detto), o almeno la Parola senza quello producono per qualcuno una Grammatica scomposta, una Eresia antica, ma in nome e per conto di un Eretico che da una fredda grotta (o un antro secondo medesima Divina Conoscenza) partorì Madre Natura dobbiamo, a ragion veduta, porre breve asterisco della Storia….

Giacché sono e rimango uno Straniero come dall’Eretico detto….

Quel ‘Verbo’… dicevo… come tutte le cose Divine  appartiene al divenire (ciclico e/o non) della Storia quindi della comune Memoria condivisa, e come bene ebbe a dire quel Giamblico, anche lui Filosofo della medesima ‘essenza divina’ circa l’Anima (ed io in questo caso intendo Anima-Mundi): contiene evolve e procede secondo una propria ‘mutevolezza’; ed in ciò riscontrabile quasi una affinità con un primitivo pensiero Buddhista circa la stessa…

…Comunque dicevo: ogni cosa dall’Albero della vita matura foglia e frutto, anche se i Manichei avevano un’idea ben precisa circa medesimo Albero da cui la stessa… e non mi dilungo: ammiro l’Albero nella contemplativa consapevolezza che ‘ogni frutto’ di questa nuova èra è pur distante (ed aggiungo corrotto) dall’originaria Natura; esula, se mi è concessa l’analogia, dalla radice e quindi da medesima Terra ove trova il proprio sostentamento per donare la vita da una Luce anch’essa fondamentale per il conseguimento della Vita…

…E la foglia prima di quello (tralasciando e trascurando quel Giardino in cui pongo mio regale dissenso) irrimediabilmente ulcerata da codesta nuova vita in nome e per conto d’una insana Economia ed il progresso coniare  falsa moneta nella Genesi così mal interpretata, ma comunque sia, ben perseguita in onor di ogni concreta Conoscenza… divorata da medesimo giardino divenuto orto incolto d’un pentimento al crocevia di una breve esistenza…

…Così non c’è da stupirsi se la ‘rappresentazione’ alla mensa raccolta abbia generato opposto e vorace appetito nei ‘Pii’ secoli numerati, non meno del greco filosofo che l’ha preceduta, di certo pur le tante troppe Parole, i frutti, di cui uno, come un mito, a voi ripropongo solo per dire che tutto è pur corrotto dall’origine cui ognuno ammira l’Albero della Vita e la mela non va pur colta… per il bene del ‘Pil’ della stessa…

Giacché l’intento di questo frutto è una sana Terapia… poi solo...

 (il curatore… del blog) 




  
[2] La scelta di tali filosofi appare subito chiara dal loro nome: essi si chiamano θεραπευταί e θεραπευτρίδες e questa loro denominazione, che deriva dal verbo θεραπεύω, è ben adeguata per due ragioni: esercitano infatti una terapia medica più nobile di quella praticata in città, poiché quest’ultima cura soltanto i corpi mentre quella anche le anime, afflitte da mali gravi e difficilmente curabili, mali che furono originati da piaceri e desideri e sofferenze, paure, ambizioni, follie, ingiustizie e da una quantità inesauribile di altre passioni e vizi; inoltre, essi furono educati a servire l’Essere secondo la natura e le sacre leggi; e l’Essere è più grande del Bene e più puro dell’Uno, ed ha un’origine più antica della Monade.  [3] Chi, fra quanti professano pietà religiosa, è degno d’esser paragonato ad essi? Forse coloro che onorano gli elementi, terra, acqua, aria, fuoco? Elementi a cui alcuni diedero un nome, altri un altro: il fuoco fu denominato Efesto dal termine ‘accensione’, credo; l’aria Era, perché è sollevata ed elevata in alto; l’acqua Posidone, certamente perché suggerisce l’idea del bere, la terra Demetra, perché sembra sia la madre di tutti, vegetali ed animali. [4] Ma questi nomi sono invenzioni dei sofisti, mentre gli elementi sono materia priva di vita e da se stessa incapace di movimento, sottomessa all’Artefice per quanto riguarda tutte le specie di forme e qualità. [5] Si vorrà forse paragonare ai Terapeuti coloro che adorano i corpi celesti, formati dagli elementi, il sole, la luna o tutti gli astri fissi o vaganti o il cielo intero e l'universo? Anche questi tuttavia non hanno avuto origine da se stessi, ma da un demiurgo perfettissimo nella sua sapienza. [6] O, ancora, coloro che adorano i semidei? Ma questo concetto è perfino degno di derisione; infatti, come potrebbe lo stesso individuo essere immortale e mortale? Si aggiunga che anche la causa della loro nascita è riprovevole, piena di un’intemperanza giovanile che i loro adoratori osano empiamente ascrivere alle potenze divine e beate: proprio gli esseri, infatti, che non sono toccati da alcuna passione e godono di perfetta beatitudine si sarebbero uniti alle donne mortali, presi per esse da folle amore. [7] Sono forse paragonabili ai Terapeuti coloro che adorano statue ed immagini, la cui essenza è pietra e legno? Entità fino a poco tempo prima del tutto prive di forma, che gli spaccapietre e i taglialegna sbozzarono dalla struttura a loro congenita; pietra e legno di cui sono stretti parenti i catini ed i lavacri per i piedi e tutti gli altri utensili più squallidi che servono a scopi degni di tenebra più che di luce. [8] Quanto agli dei degli Egizi, è bene non farne neppur menzione: questo popolo ha portato agli onori divini animali privi di ragione e non solo tra quelli domestici, ma anche tra i peggiori di quelli selvatici, scelti da ogni specie esistente nel mondo sublunare: tra quelli terrestri, il leone, tra gli acquatici il coccodrillo indigeno, tra i volatili il nibbio e l’ibis egizio. [9] Ed essi, pur vedendo che queste creature sono generate, bisognose di cibo ed insaziabili nel nutrimento, piene di lordura e velenose, mangiatrici di uomini, preda di ogni tipo di malattia e destinate a perire non solo di morte naturale ma spesso anche violenta, ebbene, si inchinano davanti ad esse, loro, civili, davanti ad esseri incivili e selvaggi; loro, dotati di ragione, davanti ad esseri che ne sono privi; loro, parenti degli dei, si inchinano davanti a chi non può esser paragonato neppure a tipi come Tersite; loro, padroni e dominatori, davanti a chi è per natura loro soggetto e schiavo. [10] Costoro dunque, stravolgendo il senno non solo della loro gente ma anche dei loro vicini, vivono privi di cura (ἀθεράπευτοι), perché privi del più necessario dei sensi, la vista; intendo dire non quella fisica, ma quella spirituale, che sola distingue il vero dal falso. [11] I Terapeuti invece, che sin dal principio hanno imparato a vedere, tendano con tutte le loro forze alla visione dell’Essere ed oltrepassino il sole sensibile e non abbandonino mai questo loro posto, che conduce alla perfetta felicità. [12] Coloro che intraprendono tale servizio spirituale, non seguono un'usanza, né un’esortazione o un suggerimento, ma, rapiti da amore celeste, come baccanti o coribanti, sono posseduti dallo spirito divino, finché non vedono ciò che desiderano. [13] Poi, per il desiderio d’una vita immortale e beata, ritenendo ormai terminata la loro vita mortale, anticipano, per loro particolare desiderio, la divisione dell’eredità e lasciano le loro sostanze ai figli o alle figlie e ad altri parenti e se non hanno parenti, a compagni ed amici; bisogna infatti che coloro che prontamente e con aperta disponibilità hanno ricevuto la ricchezza che vede, consegnino la ricchezza cieca a chi ancora ha la mente cieca. [14] I Greci elogiano Anassagora e Democrito, poiché, presi dalla passione per la filosofia, abbandonarono i loro possessi terrieri al bestiame che li divorasse. Anche io ho stima per gli uomini che sono superiori alle loro ricchezze; però, quanto migliori sono quelli che non permettono al bestiame di divorare i loro possedimenti, ma soddisfano le necessità umane dei loro parenti ed amici e li rendono, da indigenti, ricchi? Quest’ultimo è il comportamento che mi sembra sobrio e scelto con estrema esattezza: il primo, invece, lo giudico sconsiderato, per non dire folle, da parte di uomini che i Greci hanno ammirato. [15] Agiscono forse diversamente i nemici quando saccheggiano la terra degli avversari e ne tagliano gli alberi, perché quelli, costretti dalla mancanza di mezzi necessari, s'arrendano? Così ha fatto Democrito ai suoi parenti, causando loro miseria e povertà con le sue stesse mani, sia pure non premeditatamente, ma per non aver previsto e considerato ciò che era necessario agli altri. [16] Quanto più grandi e più ammirabili sono costoro che, pur con un ardore non minore per gli studi filosofici, preferiscono tuttavia la generosità all’indifferenza? Essi diedero via i loro possedimenti ma non li fecero distruggere, così da agevolare gli altri con una abbondante ricchezza materiale e se stessi con lo studio della filosofia. La preoccupazione per la ricchezza ed i beni materiali consuma infatti chi ne fa uso: invece è bene risparmiare tempo, dal momento che, come dice il medico Ippocrate, ‘la vita è breve ma l’arte è lunga’. [17] Mi sembra che a questo concetto alluda anche Omero nell'Iliade, al principio del XIII canto, con questi versi: ‘I Misi bravi nel corpo a corpo ed i nobili Ippomolghi, che si nutrono di latte senza cibi raffinati, i più giusti tra gli uomini’. Con questo voleva significare che l’ansia per il sostentamento e il desiderio di guadagno generano ingiustizia a causa dello squilibrio che creano, mentre la scelta opposta genera giustizia grazie all'equilibrio, secondo il quale la ricchezza della natura ha un limite e dà maggior serenità rispetto a quella che risiede nelle vane opinioni. [18] Una volta dunque che si sono spogliati dei loro beni, non più schiavi di nessuno, fuggono senza voltarsi indietro, dopo aver abbandonato i fratelli, i figli, le mogli, i genitori, la vasta parentela, la cerchia degli amici, la terra patria in cui furono generati e nutriti, poiché l’intima familiarità tiene legati e rende completamente schiavi. [19] Non vanno però ad abitare in un’altra città, come coloro che, sfortunati o malvagi, chiedono di essere messi in vendita da chi li ha acquistati, procurandosi soltanto un cambiamento di padrone, non la libertà: ogni città infatti, anche la meglio governata, è piena di rumore e di innumerevoli disturbi che non può sopportare chi sia stato attratto dalla sapienza. [20] Al contrario, essi vivono fuori delle mura e in giardini o luoghi deserti ricercano la solitudine, non a causa di un’arida misantropia, ma poiché ben sanno che mischiarsi a chi è diverso per carattere è svantaggioso e dannoso. [21] Questo genere di persone esiste in gran parte della terra abitata, poiché è inevitabile che abbiano parte al perfetto bene sia la Grecia che i barbari; è tuttavia più numeroso in Egitto, in ciascuno dei cosiddetti "νόμοι" ed in particolare nei dintorni di Alessandria. [22] Da ogni luogo, però, i migliori si recano in una località, che è per essi come una patria, posta in una zona molto ospitale: sopra la palude Marea, su una collina piuttosto bassa, in un’ottima posizione, sia per la sicurezza che per l’aria dolce e temperata. [23] Le fattorie ed i villaggi circostanti garantiscono sicurezza, mentre la dolcezza dell’aria è data dalle brezze che spirano dalla palude antistante verso il mare e dal vicino mare alla palude, continuamente; lievi e secche quelle provenienti dal mare, più umide quelle dalla palude; la loro mistione produce una condizione climatica molto salubre. [24] Quanto alle abitazioni di quelli che vivono in comunità sono molto semplici e forniscono riparo dai due pericoli maggiori, cioè il caldo del sole ed il freddo dell’aria. Non sono tutte vicine, come quelle in città: la vicinanza è infatti cosa fastidiosa ed insopportabile per chi cerca la solitudine; ma non sono neppure distanti, per quel senso di comunità che è loro caro e perché, nel caso d’una scorreria di briganti, possano portarsi aiuto reciproco. [25] In ciascuna casa v’è una stanza sacra, chiamata santuario e monastero, in cui, stando come eremiti, vengono iniziati ai misteri della vita consacrata, senza introdurvi nulla - né bevanda né cibo né altro che sia necessario ai bisogni del corpo -, se non leggi e oracoli vaticinati dai profeti, inni e tutto ciò che contribuisce ad accrescere e portare a perfetto compimento saggezza e devozione. [26] Mai la loro memoria dimentica Dio, cosicché anche nei sogni non si rappresentano null’altro che le bellezze delle potenze e virtù divine; molti inoltre, durante le visioni notturne, proferiscono i grandiosi principi della sacra filosofia. [27] Sono soliti pregare due volte al giorno, all’alba ed al tramonto, chiedendo, al sorgere del sole, una buona giornata, giornata buona nel senso proprio dell’espressione, cioè che la loro intelligenza sia piena di luce divina; al tramonto, invece, chiedono che la loro anima, completamente sollevata dalla molteplicità di sensazioni e di sensibili, raccoltasi nel suo si-nedrio e nel suo luogo di meditazione segua le tracce della verità. [28] Tutto il tempo compreso dal mattino alla sera e impiegato nell’ascesi, che consiste nella lettura delle scritture sacre e nella interpretazione allegorica della filosofia dei loro padri; ritengono infatti che le parole del testo siano simboli di una realtà nascosta, che si rivela nei significati reconditi. [29] Essi possiedono anche scritti di uomini antichi, i capostipiti della loro dottrina, che lasciarono molte testimonianze del metodo usato nelle interpretazioni allegoriche: essi, usando questi scritti come dei modelli, ne imitano il metodo; quindi non sono solo contemplativi, ma compongono anche canti ed inni a Dio, con ogni tipo di metro e melodia, che poi trascrivono con ritmi i più solenni possibile. [30] Dunque per sei giorni essi, stando ognuno in disparte, da solo, nei suddetti monasteri, esercitano la filosofia, senza varcare la soglia della stanza e senza neppur guardare da lontano; il settimo giorno poi, si riuniscono in una assemblea comune e siedono uno accanto all’altro, secondo l’età, in un atteggiamento appropriato, cioè con le mani sotto gli abiti, la destra tra il petto e il mento, la sinistra nascosta lungo il fianco. [31] Il più anziano ed esperto nelle dottrine si fa allora avanti e pronuncia un discorso, con lo sguardo tranquillo, con la voce pacata, con oculatezza e saggezza: egli non fa vanto d’abilità oratoria come i retori ed i sofisti di oggi, ma ricerca l’esattezza nell’esposizione dei suoi pensieri, esattezza che non si limita a scalfire l’udito, ma, attraverso di esso, raggiunge l’anima e vi rimane salda. Tutti gli altri ascoltano in tranquillità e mostrano il loro assenso con sguardi e cenni del capo solamente. [32] Questo comune luogo sacro, in cui ogni sette giorni si riuniscono, è una doppia stanza. [33] Non mangiano però nessun tipo di cibo ricco, ma semplice pane, il cui companatico è il sale, che quelli di palato raffinato correggono con issopo, mentre la loro bevanda consiste in acqua fresca; così calmano la fame e la sete, che la natura pose come dominatrici dell'umanità, in nulla adulandole ma limitandole ai cibi necessari, senza i quali non è possibile vivere. Perciò mangiano e bevono quel tanto che serve a non patire la fame e la sete, evitando la sazietà come un nemico dell'anima e del corpo….


COSI’ DALL’INIZIO DEI TEMPI…


























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