giuliano

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IL TOMO

martedì 12 dicembre 2017

UNA LETTERA (con il 'Beneficio della pace in Cristo') (54)


















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                                                               UNA LETTERA


                                              (con il ‘Beneficio della pace in Cristo’)  


                                                   QUADRI (di medesimi Tempi)


  

                                                           Breve introduzione


              
                             
Proprio ieri, all'uscita da una chiesa, ho incontrato un bambino di cinque anni e gli ho domandato chi fosse Gesú. Sapete che cosa mi ha risposto?

Una statua!

Frate Vittorio alza le spalle e lascia intravedere un sorriso sotto la barba folta: ‘Se vi può consolare c'è un uomo del nostro paese, un falegname che avrà una quarantina d'anni, che ogni giorno si presenta in chiesa per tre volte, recita un Pater di fronte al crocefisso e poi torna a lavorare. Gli ho chiesto come mai fosse diventato cosí assiduo nelle visite al Signore e mi ha risposto che sono stato io a dirgli che con tre preghiere a Gesú ogni giorno avrebbe guarito il mal di schiena. Questo è il posto piú vicino che conosco dove trovare Gesú, ha aggiunto. Non vi dico la faccia che aveva quando ho cercato di spiegargli che Gesú può essere dappertutto: nelle donne e nei bambini, nell'aria e nel ruscello, nell'erba e negli alberi.

Batto le mani e le riallargo con rassegnazione. Il gesto attira l'attenzione di altri due frati. Si avvicinano per capire di che si tratta’.




‘Il vostro esempio non mi consola affatto, fratello. Se un uomo di quarant'anni crede che Gesú sia una statua, esattamente come fa un bimbo di cinque, significa che trentacinque anni di norme e precetti, dogmi e castighi non fanno crescere di una virgola la fede del cristiano. Come è possibile, vi chiedo, che un bambino venga costretto a ricevere i sacramenti, a inginocchiarsi davanti a quella che per la sua mente semplice non può essere altro che una statua, ad ascoltare il Vangelo quando per lui esso non è che una favola in nulla preferibile a quelle che gli vengono raccontate davanti al fuoco? Vi sembra sensato tutto questo? Io dico che questo non è soltanto assurdo, fratelli, ma anche pericoloso. Quale credente cresceremo infatti? Quale sincera devozione a Cristo possiamo sperare di veder maturare in quel piccolo essere, se lo abitueremo fin dalla piú tenera età ad accettare passivamente cose che non comprende? A inginocchiarsi davanti alle statue? Io dico, fratelli miei, che Cristo non può che essere una scelta consapevole e motivata, e non una favola inculcata agli ingenui. Ma oggi ci viene chiesto proprio questo. Ci viene chiesto di credere senza comprendere, di ubbidire in silenzio, finanche di temere, vivendo nel terrore d'essere puniti, processati, incarcerati. Può nascere vera fede tra sentimenti simili? No di certo, fratelli.




I tre francescani si scambiano un'occhiata incerta. Faticano a rompere il silenzio che segue le ultime parole. Uno di loro fa cenno ad altri due di raggiungerlo.

Sono Tiziano, pellegrino tedesco diretto a San Pietro. I francescani di questo piccolo convento di campagna mi hanno accolto con gentilezza e ospitato con grande cortesia.

Parlottano sommessamente tra loro: il riassunto per gli ultimi arrivati. Frate Vittorio si irrigidisce in una posa plastica, poi non trattiene la risata: ‘Non mettetela cosí, fratello Tiziano. Pensate questo, piuttosto: vicino a un villaggio della nostra diocesi c'è un pioppo secolare, forse l'albero piú imponente che mi sia mai capitato di vedere. Ebbene, i contadini sostengono che durante il plenilunio di ottobre, chi si mette sotto l'albero e riceve tra le mani una sua foglia portata dal vento, mangiandola acquista forza e longevità’.

Uno sguardo accigliato: ‘Non capisco dove vogliate arrivare’. ‘Un pellegrino come voi’, riprende incrociando le mani dietro la schiena, ‘vent'anni fa venne a ristorarsi in questo convento. Gli raccontammo la storia del pioppo e gli spiegammo dove si trovava. Era convinto che prodigi naturali si verifichino nei luoghi dove la Madonna desidera mostrarsi ai suoi figli. Andò là e la Madonna gli apparve, dicendo: “Il corpo e il sangue di mio Figlio danno la vita eterna”. Da allora, nel plenilunio di ottobre, festeggiamo la Madonna del Pioppo, e i contadini vengono per mangiare l'Eucarestia, e le foglie dell'albero che cadono sull'altare vengono benedette e distribuite a tutti i fedeli’.




Mi siedo su una delle panche di pietra che costeggiano il muro. I frati si sono moltiplicati: almeno una decina. I piú anziani siedono accanto a me, gli altri si accovacciano per terra.

‘Allora’, chiedo rivolto a tutto il gruppo, ‘cos'ha voluto dire il vostro confratello con la storia del pioppo?’.

Risponde un frate giovane, tutto naso e zigomi ossuti:  ‘Che per portare il Cristo alla gente delle campagne, non si può tanto sottilizzare: alcuni crederanno che egli è una statua, altri mangeranno il suo corpo come da giovani mangiavano le foglie di un albero’.

Ora che li ho messi tutti a sedere, mi alzo in piedi di scatto: ‘ “Il corpo e il sangue di mio Figlio danno la vita eterna”. La Madonna del Pioppo ha annunciato al pellegrino il cuore della fede cristiana. La gente delle campagne non capisce il Cristo, perché voi lo rendete troppo complesso. Ecco perché hanno bisogno di una statua o di un'antica leggenda per accostarsi a Lui. Dio si è fatto uomo ed è morto in croce perché potessimo anche noi risorgere alla vita eterna. Questa è la fede che salva: non serve altro. Questa è la fede che nessun neonato può professare: per questo vi dico che battezzare un neonato non ha piú valore che lavare un cane. L'unico battesimo è quello della fede nel beneficio di Cristo!’.




Balza in piedi e quasi inciampa nella lunga veste, folte sopracciglia nere e barba fin sotto gli occhi. Mi abbraccia di slancio, mi bacia, poi mi fissa con lo sguardo incandescente: ‘Adalberto Rizzi ti ringrazia, fratello tedesco. Sono vent'anni che vivo qui dentro, da quando la Madonna mi apparve tra le foglie del pioppo e con molti segni mi testimoniò la sua presenza’. I frati piú giovani lo guardano sbalorditi. ‘Sí, sí, chiedetelo a frate Michele, qui, se non dico il vero. Dopo l'apparizione cominciai a predicare le stesse cose che tu, fratello Tiziano, hai detto quest'oggi. Parola per parola, ti assicuro. Ma mi dissero che ero sconvolto, che avevo bisogno di riposo e di meditazione, che la Madonna non mi aveva affatto chiesto di dire le cose che andavo dicendo. Mi convinsero. Ma ora sento che tu mi hai ridato quello che mi era stato sottratto e con lingua di fuoco proclamerò al mondo la fede nel nuovo battesimo e nel beneficio di Cristo!’.

Si butta in ginocchio, quasi le gambe non lo sorreggano piú.

‘Battezzami, fratello Tiziano, perché la sciacquata che mi diedero da fanciullo non conta piú nulla per me. Battezzami, anche con l'acqua sporca di quella pozza: la mia fede basterà a purificarla’.

Mi guardo intorno: tutti immobili, a bocca aperta, eccetto frate Vittorio, che scuote la testa sconsolato. Ho già fatto abbastanza, per il luogo in cui mi trovo. Meglio non rischiare con gesti troppo plateali.

‘Tu stesso puoi battezzarti, fratello Adalberto. Sei tu il testimone della tua conversione. Mi guarda per un attimo con il volto estasiato, poi si butta a capofitto con la faccia nell'acqua fangosa e comincia a rotolarcisi dentro gridando a squarciagola.

Tutto sommato, piuttosto plateale.





                              Libri Eretici


Avete combattuto per qualcosa in cui credevate e avete perso la causa, ma non la vita. Capitemi, parlo del senso della vita che accomuna gente come me e voi, l'incapacità di fermarsi, di accomodarsi in qualche buco, in attesa della fine; l'idea che il mondo non è che una grande piazza su cui si affacciano i popoli e i singoli uomini, dai piú scialbi, ai  piú bizzarri, dai tagliagole ai principi, ciascuno con la sua insostituibile storia, che racconta già la storia di tutti. Voi dovete aver conosciuto la morte, la perdita. Forse c'è stata una famiglia, da qualche parte, lassú nelle terre del Nord. Sicuramente molti amici, persi per la strada e mai dimenticati. E chissà quanti conti da saldare, destinati a rimanere aperti.

La luce del fuoco gli illumina mezza faccia, lo fa assomigliare a una creatura fiabesca, uno gnomo saggio e intrigante al tempo stesso, o forse un satiro, che ti sussurra segreti all'orecchio. I suoi occhi piccoli guizzano insieme alle fiamme.

‘Di questo sto parlando, capito? Dell'impossibilità di fermarsi. Non è giusto. Non lo è mai. Avremmo dovuto fare altre scelte, tanto tempo fa, oggi è troppo tardi. La curiosità, quella insolente, caparbia curiosità di sapere come va a finire la storia, come si concluderà la vita. Di questo, di nient'altro si tratta. Non sono mai soltanto i guadagni a menarci per il mondo, non è mai soltanto la speranza, la guerra... o le donne. C'è qualcos'altro. Qualcosa che né io né voi potremo mai descrivere, ma che conosciamo bene. Anche adesso, anche nel momento in cui vi sembra d'esservi allontanato troppo dalle cose, in voi cova la voglia di conoscere il finale. Di vedere ancora. Non c'è piú niente da perdere, quando s'è perso già tutto’.




Un sorriso distaccato deve essermi rimasto inciso sulla faccia per tutto il tempo. Eppure nasce dalla sensazione di stare ascoltando il consiglio di un vecchio amico.

Mi tocca il braccio: ‘Io domani parto per Milano, vado a vendere i libri di Oporinus laggiú. Mi dovrò trattenere per un po' per sbrigare alcuni affari che ho lasciato in sospeso. Dopodiché mi muoverò verso Venezia. Se la mia proposta vi alletta, l'appuntamento è alla libreria di Andrea Arrivabene, all'insegna del pozzo, ricordatevi questo nome... Perché ridete?’.

‘Niente, pensavo alle coincidenze della vita. Del pozzo, avete detto?’

‘ Proprio cosí’.

Mi guarda perplesso. Vuoto il bicchiere. Ha ragione: quarantacinque anni e piú niente da perdere. ‘Non preoccupatevi, ci sarò’.




Lettera inviata a Roma da Viterbo, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 13 maggio 1545.

All'illustrissimo e reverendissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa in Roma.

Signore mio onorandissimo, scrivo alla Signoria Vostra per comunicare che il dado è tratto. Reginaldo Polo ha infatti deciso di compiere la prima mossa.
Come certo la S.V. saprà, Sua Santità Paolo III ha dato incarico al Polo di redigere un documento che illustri gli intenti del Concilio, in previsione della sua prossima apertura nel mese di dicembre.
Ebbene proprio oggi ho avuto modo di ascoltare una conversazione tra l'inglese e il Flaminio nella quale sono stati affrontati i contenuti di tale documento, che porta il titolo quanto mai neutrale di De Concilio.
Pare che il primo argomento introdotto dall'inglese sia proprio la definizione della dottrina della giustificazione. Per esporre il problema egli ha usato toni tenui e apparentemente innocenti, e nondimeno tendenziosi, avallando già una qualche compatibilità tra la dottrina protestante e quella cattolica. È quindi ormai certo che il cardinale vuole impegnare fin dalle prime battute i padri conciliari nella ricerca d'un compromesso con i luterani.
La stampa e la diffusione del Beneficio di Cristo emergono oggi nella loro vera luce: quella d'una strategia ponderata.
Da due anni a questa parte il Polo e i suoi amici sono riusciti a diffondere i semi delle loro idee criptoluterane attraverso quel malefico libello, nonché a scatenare la discussione sui suoi contenuti, e adesso sperano di raccoglierne i frutti a Trento.
Che Iddio onnipotente ci protegga da una tale sventura,  illuminando l'animo del mio signore e consigliandogli le indispensabili misure preventive.
Baciando le mani della Signoria Vostra, alla Sua cura mi raccomando, di Viterbo il giorno 13 maggio 1545 Il fedele osservatore di Vostra Signoria...





                              Il quadro d’insieme



Viterbo, 23 maggio 1545

Nell'affresco sono una delle figure di sfondo.
Al centro campeggiano il Papa, l'Imperatore, i cardinali e i principi d'Europa.
Ai margini, gli agenti discreti e invisibili, che fanno capolino dietro le tiare e le corone, ma che in realtà reggono l'intera geometria del quadro, lo riempiono e, senza lasciarsi scorgere, consentono a quelle teste di occuparne il centro.

Con tale immagine nella mente mi risolvo a tenere questi appunti.
In tutta la vita non ho mai vergato righe per me stesso: non v'è pagina del passato che possa compromettere il presente; non v'è traccia alcuna del mio passaggio. Non un nome, non una parola. Soltanto memorie a cui nessuno può credere, giacché sono quelle di un fantasma.

Ma ora è diverso: oggi forse è più difficile e rischioso che a Münster. Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini.
Niente è ciò che sembra dentro i palazzi romani.
Nessuno può cogliere il quadro d'insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l'obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame, uomini come il mio signore, come il Papa, come i decani del Sacro Collegio.

Pro memoria: capire, annotare, non tralasciare dettagli in apparenza irrilevanti, che potrebbero risultare chiavi di volta di un'intera strategia.

Gli elementi del quadro: un libro pericoloso; un Concilio  imminente; un uomo potentissimo; il servitore piú segreto...


















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