IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 5 marzo 2020

INTRODUZIONE ALL'INTRODUZIONE










































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Nell'altro versante della montagna (2/1)


Prosegue nel 'nuovo'...:

















Processo all'untore (2)
























Per gli 'Atti' del nuovo Tomo













Ciò di cui mi accingo a raccontare è il frutto di una lunga confessione di un vecchio disgraziato, che incontrai per la prima volta su di una panchina…..

…Così iniziava il Tomo cui ebbi coraggio e sfrontatezza non meno dell’ardire di concepire nel lasciar vaga testimonianza non ancora ‘testamento’ d’una Vita condotta navigata e fondata e non certo sottratta ai mutevoli ‘venti’ degli Elementi, contrari agli ‘eventi’ d’aliena duplice corrotta natura - approdati ad ugual riva - riflettere perigliosi e più profondi Viaggi in Rima - apostrofati in onor della Storia ugualmente vissuta e scritta, solo per il diletto di scorgere, e di rimando, rimare e remare, quanto vasto il piatto mare attraversato - se pur dicono e ciarlano - ben conquistato nelle alterne burrasche all’onda anomala del (loro) congenito male approdato al medesimo porto e non più riva divenuta stiva della  Natura.




La qual Natura ancor veleggia a dispetto della perenne aliena conquista solo per raccontare e testimoniare - e non certo ciarlare -  ciò che compone la Verità divenuta Eresia perseguitata - e con lei – ogni Elemento circa la Storia taciuta e sottratta alla Memoria collettiva, in ogni patria ancor più miope e quasi cieca nella limitata opera incompiuta (ciclica nel Tempo) senza condotta e morale alcuna promuovendo e legiferando il dovuto necessario Progresso in nome e per conto della limitata prospettiva nominata economia, limite e confine d’uno e più Spiriti incarnati e narrati, ed ove, mio malgrado, naufragato giacché in conflitto con il senso e morale della loro materia privati della dovuta Etica… e con essa ogni Natura…




Non certo gli ‘eventi’ e con loro sommari secolari ‘processi’ ‘ingiurie’ ‘calunnie’ ‘sofferenze’ ‘torture’ ‘privazioni’ e ‘confini’ nella perdita d’ogni Diritto - da chi - pur ciarlando di ‘legge’ e ‘civiltà’ per ognuno d’ognuno   abusa come la Storia rimembra nella Memoria dismessa.

Testimoniare quindi la realtà Storica è compito dovuto, quella che non appare nell’insana depressa psicologia maschera ed evoluzione del Processo inquisitoriale in una fase non certo interpretativa per interposta persona disquisita nella reale presa di coscienza - e non solo genetica - dalla radice alla foglia - di come s’intende (ed ingegnano) intelletto e favella nel rimuovere ed interpretare l’universale Verità d’ognuno rimembrata allo strato della Coscienza abdicato alla depressa alterata condizione del ‘sub’ non ancora affogato nello ‘schizzo’ malato del progresso confessare il Sé medesimo (finito) scisso nel ‘doppio’ in cui smarrito il Principio donde veniamo, e purtroppo, perito nella continua ‘ricerca’ del Sé Infinito, e successivamente, dicono, dovutamente ‘curato’, giacché al meglio sapeva non certo interpretarlo, bensì misurarlo e rapportarlo alla dovuto stato e Natura donde nato e giunto nel ‘momentaneo’ naufragio terreno così respirato non men che approdato…




Così in questo nuovo Tomo e relativa Storia dell’Eretico divenuto, quindi perseguitato, sarà mio intento riportare le varie tracce da ‘punte di freccia’ scagliate qual indigeno non ancora convertito alla dubbia morale della (loro) isolata Etica condita con falsa conoscenza con cui il medesimo processo immortala (ed inchioda) il Tempo al fotogramma di medesima Memoria, alieno e in qual medesimo ‘Tempo’, immobile vigilare e contare se medesimo pur fermo.

Sopravvissuto a codesta ‘’limitata limitante’ ciclica immobile statica materia privata del dovuto necessario Tempo mi par giunto il momento di (ri)fondare e ricongiungersi al vero Infinito Universo  ora che osservo e medito il Tramonto dell’apparente Vita (rapita e sottratta al moto in cui la Spirale congiungersi all’Anima incarnata e offesa desiderare anelare ed aspirare al Principio lasciando ugual spirale così come una Freccia e/o Pianeta orbitare all’Universale Musica qual principio e armonia dismessa ed ugualmente offesa e costretta alla gravità della materia) pur inneggiando e pregando ogni Alba e Vita, e di concerto, ammirare l’Evoluzione del mare navigato, e come dicevo, successivamente impropriamente conquistato per ogni Terra fondata.




Sì qualcuno la troverà di certo…

Le osserverà studierà e rimembrerà fra le proprie passioni nell’arco di Stagioni che sempre ci accomunano, il ritrovato Pensiero rinato alla gravità dell’orbita studiata ed ora di nuovo gravitata all’ombra di medesima Natura ugualmente approdata, ci accorgeremo altresì che siamo Eretici sottratti alle limitate Ragioni e Regioni del Tempo e alla successiva materia nata quando la Spirale così congiunta ed osservata fondare l’Armonia persa invisibile ed evaporata nella brevità della Storia senza più Memoria rimembrata, e ora ci dicono di concerto, naufragata se pur ben approdata…




Una grande nave e una stiva, o peggio una baleniera, sempre sulla cresta dell’onda e l’Eretico alla riva con una Natura rinata raccontarne la Memoria per ciò che fu ed è l’Introduzione di medesima Storia, mi fece promessa alla quale ho giurato regale solenne fedeltà come gli antichi coloni celebrano medesima conquista approdata, nella differenza di mantenere salda e ben articolata l’impropria ‘evoluzione’ all’occhio della disfatta divenuta innaturale selezione ma non certo ancora estinzione per ogni pagano o indigeno perito e con loro ogni Natura sottomessa, giacché la Verità di ugual Mare e futura ‘Selva’ ben velata nei cicli delle Stagioni comporre Infinita Opera e proprio Tempo sottratto al loro Dio per sempre approdato… e siatene certi, mai naufragato… come quella baleniera in cerca della propria ossessione…

O Bestia feroce! 




Anzi da dove scrivo qual rifugiato senza riparo alcuno, dacché nell’italico suolo ammirato e da ognuno decantato non men che ‘comandato’ ho perso (come il Tempo narrato quindi mai nato) oltre i già narrati ‘anelli orbitanti’ - in onde scomposte accresciute e ben recise nell’Oceano o mare di nuovo nato - anche i modesti averi d’una misera stamberga qual casa perché il nuovo Processo all’untore dell’intera farsa - antica e rinata - in svolgimento, mi dicono per ora di rinunziare ad allegare atti circa presunta Legge violata in un secchio d’acqua rovesciata qual unzione alla casa della nuova Rosa…

Dacché ne deduciamo che le odierne Finestre comandano costante inquisizioni se il nuovo untore, apportando Verità inquisita, diviene oggetto del nuovo Processo… e come già detto mi astengo in codesta Introduzione di apportare atti e delatori giacché il raccontare e narrare la Verità in codesto paese appestato porta il giovamento della Croce qual costante nutrimento della Libertà vigilata…




Sì certo l’ho sempre sostenuto ieri non men che adesso: il Clima per l’appunto mutato in questa nuova ma antica Era narrata, tant’è che mi trovo confinato ed esiliato in settentrionali fredde Regioni, Ragioni di natali trascorsi con Albe miti e dicono, migliori, in cui nacque un Ramo paterno dell’Albero continuamente attentato ed umiliato per, oltre la nota storica - amore del rogo - anche il fuoco che può scaldare al meglio il ricco sonno di altri previlegiati animali non del tutto estinti.

E giammai siano nominati esseri umani!

L’introduzione iniziava con la scissione bipolare di simmetrica epoca glaciale qual confessione d’un amico sopravvissuto o dicono rinato dacché ne deduciamo - a Memoria del futuro curatore - che i cicli stagionali (e di concerto) in successive Epoche composti e/o scomposti evolvere Secolar venuta nella ‘carne’ martoriata non men che torturata ed offesa, e successivamente, anche ben nutrita nel dedotto profetico Verbo con il quale vien di concerto altresì nominato e mai bestemmiato Dio, quello ben conservato per ogni Chiesa crollata nell’imprevista frattura e non più scrittura comporre la Freccia del Tempo nell’intero arco evolutivo detto e dal sisma dedotto elevare zolla e futuro collettivo intendimento.




Dicono da un Profeta e successivamente da un colono interpretato qual Verbo (detto) e quantunque alla nuova deriva approdato…

Il mio Amico, dicevo, una Creatura nata o sempre esistita dilemma riflesso nello specchio qual primo vagito o urlo ‘Anima-Mundi’ della Frammentata Opera incompiuta e dalle acque nata naufragata ed ululata con ugual medesima esclamazione o negazione, dacché la Parola nella successiva Poesia, quindi e di concerto, Rima cacciata e sconfessata, ed ora nata nel Peccato o peggio Eresia.

Quantunque privata del Verbo originario così ben interpretata per interposta invisibile ‘onda’ dal Profeta comandato dal Testamento.




Il Testamento, cioè, di quanto impropriamente pregato e giammai rimato! 

Il quale ancora più di pria, per codesto motivo citato nel peccato mai consumato l’inseparabile amico perseguitato, per quanto ciarlano e dicono Stato nell’Era di Sismi approdati e giammai rilevati.

In verità e per il vero, visto gli sforzi a lui dedicati, mi accingo di nuovo conferirgli giusto riparo in nome del ruolo che pretende non solo il Dio Straniero che tutto vede e talvolta maledice, ma anche per diretto suo incarico, da poter così trarre  dovuti prologhi ed epiloghi e non solo ‘appendici’ di quanto la Natura confessa nell’adamitico oltraggio donato.




Certo se può apparire fantasiosa mitologia siatene più certi che la nuova irreale realtà con la quale condiscono cotal limitato progresso: la più deleteria malattia di cui il mio amico confessa braccata esiliata tortura.

Ma il solo confessare la Verità in cotal nazione protesa verso vera e insana cultura in libera associazione (talvolta o troppo spesso a ‘delinquere’) con il Progresso genera non certo comprensione ma la più vile condotta che possa essere di nuovo apostrofata e narrata ed ai posteri tramandata.

Non sufficiente apportare alla Memoria collettiva in una continua Opera della Cultura dall’uno alla civiltà approdata, dacché ne conviene che il fare tesoro della confessione ad ognuno ci porta alla disgrazia da tutti ben innestata e ben articolata nel giusto Verbo raccomandato e ugualmente digitalizzato.




Così, come dicevo, se l’esule di qualsiasi Natura mi narra i disagi patiti, il rinnovarli non certo migliora o edifica il morale (e con esso la coscienza) di chi leggendo apprende una realtà antica sotto una nuova velata celata e più organizzata  prospettiva confermare i falsi processi della Storia, semmai ed al più, apprendere il come affinare la sottile velata calunnia e tortura con la quale accompagnare l’immutato principio affine alla morale qual norma insindacabile e non assoggettata al giudizio d’alcuno…




Confermando altresì lo stato ‘evolutivo’ ben fermo e saldo all’umano divenuto ma certo non accresciuto di chi pensa (meccanicamente-cogitando) differenziarsi per presunta superiore Natura, rilevando inferiore appartenenza nell’immobilità pur la distanza raggiunta…

Astenendomi ed in attesa di poter al meglio aggiornare gli Atti del nuovo Processo all’Untore, riporto l’introduzione della Storia - non di uno ma tanti troppi Eretici perseguitati, e riproponendo in qual Tempo, simmetrica Introduzione al Processo, il più famoso Processo all’Untore (di più attendibili Verità le quali non fanno comodo al nostro misero paese…) ragionando come la Storia ben ferma nell’immutato regresso…  


 
  
Dall’aspetto non era per il vero tanto vecchio, ma i modi e il suo fare, nel complesso, lo rendevano più datato di quanto era. Di lui, oggi, dopo l’impegno che mi sono assunto, non ho saputo più nulla. L’ho cercato per valli e monti, l’ho forse intravisto da lontano, anche rincorso, oggi spesso vivo nel riflesso della sua ombra. Ma poi è svanito, come un fantasma, delegandomi unico esecutore testamentario della sua vicenda, di questo gravoso impegno. Nei termini, da lui indicati, fra il romanzo ed il taglio giornalistico. Nei termini di questo patto, dove ora da lontano vedo scorrere acqua limpida e fragorosa, ho combattuto in prima persona per mantenere l’impegno del suo raccontarsi e confessarsi, a metà tra il romanzo storico ed il racconto autobiografico.

Sin dall’inizio mi fece preghiera affinché divenissi custode e banchiere della sua esperienza.

Il disgraziato lo incontrai molte volte, in un arco temporale di circa quarant’anni. Se da principio erano fugaci incontri, a cui entrambi non davamo troppo peso, in seguito divenne amicizia sincera. Ci vedevamo sovente in luoghi apparentemente differenti, ma in realtà sempre uguali. Belli ed infiniti, come gli incubi, che di volta in volta trasudavano dalla pelle di quell’uomo, nell’apparenza di una morte imminente che si affacciava come un verità nuova al mio braccio. Brancolando nel lucido delirio di un bosco pieno di fantasmi. All’inizio pensavo,  erano null’altro che spettri della sua mente, i deliri di un malato.

Poi mi convinsi del contrario.

Con questa persona ci siamo incontrati, spesso e il più di nascosto, giacché la ‘genesi’ e storia del suo racconto di volta in volta mi affascinava. Ci siamo incontrati per ravvivare questa Memoria che via via è divenuta romanzo, in luoghi di eterna bellezza. Come la bellezza, che dalla sua anima, mi accorsi, traspirava. Abbiamo camminato assieme, per valli, boschi, mari e borghi. I quali per il vero, erano tutti i porti da lui frequentati prima di riprendere il cammino da un luogo all’altro dei suoi impegni di lavoro, che non fosse comunità, socialità, città o paese. Ci siamo dati segreti appuntamenti. Ed ogni volta, dopo il racconto, il mio casuale amico mi sembrava un po’ migliorato dal suo male di vivere. Dal rancore che di volta in volta, i ricordi, i sogni, gli incubi, gli facevano riaffiorare. Il suo aspetto era dignitoso e talvolta regale nei modi, il volto invece mutevole come i mari e luoghi che esplorava. Il suo, imparai a capire, non era un vivere, come il resto dell’umanità concepisce la vita. Ma una continua esplorazione, un continuo viaggiare attraverso essa. Ed in essa ed nei suoi elementi, vagare in perigliose esplorazioni. Per uscirne ogni volta sconfitto. Ma ogni sconfitta è una vittoria in questa doppia morale dell’apparenza. Ogni incontro diveniva il racconto di una nuova burrasca, di un nuovo blizzard, di una tragedia, di una lotta con elementi avversi al suo nuotare e camminare, scoprii ben presto, mai un tranquillo navigare. Al suo volare, al suo correre come un lupo famelico, mi accorsi.

Apparteneva di comune concerto con gli Elementi, di cui talvolta nei suoi deliri, si riteneva signore e padrone. Per cui mi accorsi, che se il mio era un camminare, il suo era un volare, un correre, un ululare, un nuotare solitario in lontani ed inaccessibili mari. Talvolta mi accorsi anche che non parlava, che non rideva, che non piangeva, ma soffiava come una tramontana, come un vento, un vento gelido d’inverno. Che il suo piangere era l’acqua ed i suoi singhiozzi fiocchi di neve. Il suo alterarsi nelle varie vicissitudini del racconto, mutavano il tempo, e apparivano nei suoi occhi degli strani lampi, spesso preannunciava un temporale nuovo o una bufera. Ed io, mi riparavo nel folto del bosco dove spesso ci davamo appuntamento. Così scoprii anche che le venature dei suo occhi spesso divenivano lampi, ed la sua collera terremoto. Se gli tremavano le gambe, cercavo sicuro riparo in attesa della forte scossa che confermava il suo dire. Questa era la sua voce. Questa la sua segreta musica. Il suo linguaggio sembrava scaturire dalle viscere della terra, le sue parole dal vento stesso, i suoi incubi da un conto in sospeso con tutti gli uomini. Che a suo dire lo avevano costretto, lo avevano rilegato, lo avevano coperto e legato a ciò che non era la sua natura originaria. Un selvaggio, dalle cui labbra sgorgavano torrenti, che solo dopo imparai a riconoscere e specchiarmi. Era come nuotare in un mare primordiale. Una esperienza onirica ed allucinatoria allo stesso tempo. Perché i suoi incubi, con il tempo divennero anche i miei incubi. La sua Anima, la mia Anima.[1*]






[ * 1 Lo Spirito di un uomo vivo è un’ombra che cambia di posto e di grandezza secondo la posizione del corpo in relazione alla luce del sole. Questo Spirito può essere anche un’immagine che esce dall’acqua cantando tristemente, quando uno si siede molto vicino ad un Fiume… E bisogna fare molta attenzione, perché con il suo canto questo Spirito, nell’acqua, attira sempre il tuo corpo a sé. Ma nemmeno si può prescindere dall’acqua, perché senza di essa non potremmo vivere. È necessario ascoltare la voce dello Spirito dell’acqua, di tanto in tanto, affinché non si adiri, dato che, in caso contrario, la sua risonanza ci torturerebbe giorno e notte. Ma chi lo ascolta troppo diventa triste e muore. Nel corso di queste ed altre conversazioni, i cui particolari non possiamo riprodurre qui per la mancanza dei nostri manoscritti originali, si delineò la seguente rappresentazione: bisogna distinguere nell’uomo due o tre parti, un corpo mortale e un’Anima che contiene una parte mortale ed una parte immortale. Per quanto è visibile in questo mondo, l’Anima umana si presenta alla luce del sole come un’ombra e si percepisce nell’acqua come l’immagine sonora del corpo. 






Quest’Anima vive a volte in una relazione assai tesa con il corpo dal quale sembra emanare durante la vita terrena. L’acqua e il sole (l’immagine sonora e l’ombra) sono indispensabili per vivere; ma ambedue nella loro forma estrema conducono anche alla morte, grazie alla forza di attrazione che questi Elementi esercitano sugli uomini. In quanto sono indispensabili, l’acqua e il sole attraggono l’essere umano e, secondo la stessa legge, lo alimentano e lo uccidono. Per questo l’immagine sonora nell’acqua (quindi la sua voce), che è una autovisione diffusa dell’Anima, ‘canta sempre una melodia dell’altro mondo’. Quanto più si ascoltano i tristi accenti di questa melodia quanto più l’immagine dell’Anima si disegna nello specchio dell’acqua, tanto più aumenta la forza di attrazione di quest’immagine nell’acqua. I due fattori nei quali si manifesta l’Anima (la sua voce e la relativa melodia nell’acqua e l’immagine ombra proiettata sul terreno) sono valori coordinati, ma con termini opposti. La melodia dell’acqua è l’analogo acustico della forma visiva (ombra) dell’Anima proiettata sulla terra. Ma questi due piani – melodia e ombra – hanno una qualità interiore differente.





La melodia non solo è un piano parallelo all’ombra, ma un piano superiore e, inoltre, la vita stessa dell’ombra. La melodia (la voce) dell’acqua riflette la parte immortale, l’ombra la parte mortale dell’Anima. Potrebbe accadere anche che la melodia e l’ombra si ponessero in relazione come tesi e antitesi e che gli Elementi – acqua e ombra – nei quali si manifesta l’Anima, corrispondano alla luna e al sole. Aumenta la forza e l’intensità della melodia nella misura in cui l’ombra diventa più sottile. Quanto più vibra questa melodia, tanto più il corpo e la parte mortale dell’Anima (l’ombra) diventano soltanto riflessi della melodia della parte immortale dell’Anima. Questo si nota già nell’ombra più sottile proiettata sul corpo di un anziano. Di conseguenza la melodia interiore dell’essere umano, cioè la parte Immortale, che nella fioritura della vita si percepisce solo come una debole risonanza (mentre l’ombra è molto forte), nelle ore mistiche dell’uomo diventa il principio dominante. Riassumendo, la parte immortale dell’Anima è la forma sonora e il ritmo essenziale e imperituro dell’uomo. In questa vita la parte mortale dell’Anima è l’ombra e, per così dire il doppio del corpo. 





Per questo, durante la vita terrena si può percepire sia l’Anima che il corpo, mentre i Morti, in principio, si possono avvertire per mezzo dell’ombra e, più tardi, soltanto sul piano acustico che è il piano ‘più fine’. In principio, il morto si separa difficilmente dal proprio corpo, perché la sua ombra ‘che si estingue soltanto a poco a poco’ continua a legarlo alla vita. Secondo quanto dice Qasi, la melodia mormorata (parlata, disquisita…) nell’acqua è un canto molto semplice, breve, dolce, sempre triste e monotono. Si ripete costantemente nella stessa forma, ma sempre aumenta la propria intensità. Questa voce melodica può essere un canto individuale di medicina; generalmente si limita ad un suono molto prolungato. Questo canto cambia di timbro, ritmo e altezza secondo l’individuo. Dato che, si avvicina il volto all’acqua, si vede per prima cosa il naso, il timbro ‘che stabilisce meglio il ponte fra la parte mortale e quella immortale dell’uomo, è il timbro con voce nasale’. Si raggiunge il punto culminante quando una persona ode la propria melodia, cioè la melodia della sua stessa Anima, ma non cantata da essa stessa, bensì emessa da qualche cosa o da qualcuno ‘che sta fuori del corpo fisico di questa persona’ a cui appartiene quella melodia. 





Nessuno può sfuggire al dettato imperioso di questa voce. Quando un essere vivente si trova di fronte a quell’appello della propria Anima esteriorizzata, l’attrazione è fatale. È l’ora della morte. ‘Per questo è molto pericoloso andare di notte vicino all’acqua’, perché durante la notte l’acqua ‘canta sempre intensamente la nostra ombra’. Gli Dèi stessi non possono resistere alla chiamata della loro voce nello spazio, quando questa si trova fuori dei loro corpi. ] 












mercoledì 4 marzo 2020

L’ALTRO VERSANTE DELLA MONTAGNA (2)











































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Giardini dell'Anima...

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Introduzione all'Introduzione (1/2) 














Non riuscivo più a fermarmi, scendevo sempre più veloce dal bosco da cui ispirato da un vecchio monaco taoista avevo scritto una preghiera, in una decina di minuti mi sono ritrovato in una valla isolata….

Gli alberi che fiancheggiavano i gradini nascondevano il cielo, attutivano il sibilo del vento ed io quasi non sentivo più le sottili gocce di pioggia. Il bosco si faceva sempre più buio, mi domandavo se per caso non fossi arrivato nella foresta che si scorgeva dal tempio. Non ricordavo di aver fatto quella strada all’andata, ma quando mi sono voltato e ho visto la quantità infinita di gradini scesi ho concluso che sarebbe stato troppo duro salire un’altra volta per ritrovare il vecchio percorso.

Tanto valeva proseguire.




I gradini erano sempre più malconci, non come quelli dell’andata. Mi sono reso conto allora di essere finito nell’altro versante della montagna, così mi sono lasciato portare dalle gambe proprio come quando, arrivata la sua ora, l’uomo lascia l’Anima discendere agli inferi senza frenarne la corsa. Di tanto in tanto mi voltavo indietro perplesso, poi la visione dell’inferno mi ha sedotto e ho smesso di pensare. La sommità sferica dei pilastri di pietra ai lati del buio sentiero somigliava a tante teste calve. Giù nella valle sembrava ancora più umido, i pilastri tutti erosi e sbilenchi parevano ancora di più teschi allineati. Cattivi pensieri sul vecchio maestro taoista mi si affacciavano alla mente, forse era stato lui con i suoi poteri magici a farmi smarrire la strada.

Il panico allora ha preso il sopravvento e mi ha gettato in uno stato confusionale…

Mi sono ritrovato avvolto nella foschia…




Il bosco si faceva sempre più buio, le umide lastre di pietra e i grigi pilastri rischiarati dalla luce parevano cadaveri. Marciavo tra ossa biancastre, le gambe non mi obbedivano più, con un moto inarrestabile mi trascinavo nel baratro della morte… Dovevo fermarmi e abbandonare al più presto quel sentiero, approfittare di una curva per lanciarmi nel bosco e incurante di spine e arbusti aggrapparmi a un albero e frenare la corsa.

Mani e faccia mi dolevano, dal viso colava qualcosa, forse sangue. Ho alzato allora la testa e ho visto sul tronco un occhio tondo che mi fissava. Mi sono girato, sui fusti vicini e lontani si spalancavano occhi enormi che mi scrutavano gelidi.

Era una foresta di alberi e Spiriti....




Dopo averne estratto il liquido i boscaioli avevano lasciato intagli sui tronchi, e così era sorto quel paesaggio infernale.

Posso metterla in un altro modo.

Era solo un’allucinazione dovuta alla paura, la mia cattiva coscienza mi spiava, la moltitudine di occhi era la mia coscienza che mi scrutava. Continuo ad avere la sensazione di essere sempre spiato, cosa che mi fa sentire male. In realtà è solo paura di me stesso. Tornato sul sentiero la pioggia continuava a cadere fitta e le pietre erano bagnate. Ho smesso di guardarmi intorno e ho continuato a scendere alla cieca. 




Superato il primo momento di panico, di paura della morte, placata l’angoscia e l’agitazione, resta lo smarrimento. Perso in una foresta vergine immersa in una quiete di tomba indugi sotto un albero morto sul punto di crollare. Giri intorno allo strano arpione che sembra indicare il cielo coperto, riluttante ad abbandonare il tuo unico punto di riferimento, forse il tuo ultimo offuscato ricordo.

Non vuoi fare la fine del pesce infilzato nell’arpione, meglio recidere gli ultimi fili che ti legano a questo mondo così familiare piuttosto che esaurire le energie a frugare nei ricordi. Certo puoi perderti di più, ma conservi un barlume di speranza, è perfettamente comprensibile.




Sul limitare della foresta, in prossimità della vallata, devi decidere se tornare nell’immenso bosco o scendere a valle. Sul versante ombreggiato della montagna si apre un ampio pascolo d’altura, punteggiato dall’ombra di qualche raro albero. Le nere pareti a strapiombo sono nude rocce. Chissà perché, sei attratto dal ruscello che scorre impetuoso a fondovalle, e senza riflettere allunghi il passo, poi prendi a correre. In un lampo ti rendi conto che non tornerai più nel mondo, pieno di affanni, sì, ma con ancora un po’ di calore.

I ricordi lontani ti pesano…

Senza volere gridi e ti lanci verso il tenebroso fiume dell’Oblio…

Corri, gridi, urla bestiali di gioia erompono dai polmoni.




Sei venuto al mondo gridando a più non posso, poi precetti, divieti, buona educazione e cultura ti hanno azzittito. Adesso finalmente hai riconquistato la gioia di gridare in libertà ma, strano, non senti più la tua voce.

A braccia aperte corri, urli, ansimi, urli di nuovo, ma non esce suono. Vedi un rivolo d’acqua impetuoso, non distingui da dove provenga né dove sia diretto. Come in balia del vento ti senti sciogliere tra la nebbia e le nubi, senza peso ti rilassi, avverti una sensazione di liberazione mai provata frammista a una lieve paura, ignori di cosa: è malinconia, più che altro.

Ti sembra di planare, spaccarti in due, disperderti ai quattro venti, perdere il corpo, fonderti sereno nel paesaggio, fluttuare come sottili filamenti di ragnatela nella cupa valle. Sei tu quei fili, in un indescrivibile spazio.

Tutt’intorno aria di morte…

Hai i polmoni freddi, il corpo ghiacciato…




Cadi, ti alzi, urli e riprendi a correre…

La boscaglia si fa più fitta, è più arduo avanzare.

Sprofondi tra gli arbusti, con le mani scosti i rami senza sosta. Richiede molta più calma ed energia che scendere dalla montagna. Stremato ti fermi a riprendere fiato e ascolti il fiume. Sai di essere vicino, senti il gorgoglio delle acque nel greto nero. Non è forte, ad ascoltare attentamente è come uno scrosciare di sassolini. Non avevi mai prestato tanta attenzione al fiume, a forza di ascoltare ne intravedi il riflesso scintillare nel buio.

Hai l’impressione di camminare in acqua, di calpestare piante acquatiche. Sprofondi nel fiume dell’Oblio, le piante ti avviluppano come angosce. In un istante svanisce anche la disperazione e ti fai strada a tentoni nel greto. Cammini sui ciottoli, ti aggrappi con le dita dei piedi. Sei nel tenebroso fiume degli Inferi, solo nel punto in cui zampillano gocce d’acqua simili a palline di mercurio brilla una luce blu scuro. Sei alquanto sconcertato ma nella sorpresa si cela un’immensa gioia.




Senti un profondo sospiro, pensi provenga dal fiume, piano piano ti accorgi che non è una, ma diverse donne annegate. Si lamentano, gemono, ti passano accanto, i lunghi capelli sciolti e i visi pallidi, senza un filo di colore.

Nel fiume, tra le radici degli alberi dove gorgoglia l’acqua che si frange, c’è una ragazza. Si è tolta la vita, i capelli che ondeggiano nell’acqua. Il fiume attraversa una boscaglia dove non penetra un filo di luce, non si vede un lembo di cielo, le donne ti passano accanto gemendo. Non hai intenzione di trarle in salvo: non vuoi salvare neanche te stesso.




Comprendi che stai errando nell’Aldilà, la vita non è più nelle tue mani, è una sorpresa continuare a respirare. Il destino è sospeso tra l’attimo precedente e quello successivo allo stupore. Se scivoli, se le pietre cui ti aggrappi con le dita dei piedi rotolano via, se il piede non riesce a toccare il fondo, anneghi nel fiume infernale come i cadaveri che vengono a galla e che non fanno che gemere.

E’ tutto qui il senso…

Inutile darsene pena, vai avanti e basta!

Il placido fluire del fiume, le acque nere come la morte, le foglie dei rami che sfiorano la superficie, la corrente che scorre come fossero lenzuola trascinate via o come pelli di lupi morti.

E’ tutto parte del fiume dell’Oblio.




Tu non sei poi tanto diverso dal tuo lupo…

Hai fatto abbastanza danni e sei stato azzannato da altri lupi. Inutile trovare un senso. Anche se nel fiume dell’Oblio ci fosse più equità il traguardo di uomini e lupi sarebbe sempre la morte.

La scoperta ti rende così felice che hai voglia di urlare, gridi ma il grido non esce, l’unico suono è lo sciacquio contro le voragini sotto le radici degli alberi.

Da dove vengono?

Le acque non hanno confini, non sono molto profonde ma non hanno argini. C’è un detto. Il mare della sofferenza è sconfinato. E tu flutti nello sterminato oceano.




Una lunga fila di ombre umane intona un canto funebre. Non è triste, ha qualcosa di buffo. La vita è allegra, la morte anche. Sono i tuoi ricordi a suggerirtelo. C’è un coro che intona un sutra nelle immagini che affiorano dalla memoria? Se ascolti attento la melodia sembra salire dal muschio quel tappeto alto e morbido che sprofonda nel fango.

Lo sollevi e una miriade di vermi scappa in tutti i sensi.

Ti assale il disgusto.

Ti rendi conto che sono vermi vivi che si cibano dei cadaveri in putrefazione dei morti, e anche del tuo corpo vivo e oggi come domani ne faranno banchetto.

Sono vermi vivi e scappano da tutti i lati…

(Gao Xingjian, La montagna dell’Anima)  










      


domenica 1 marzo 2020

I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE (16)




















Precedenti capitoli:

Interazioni fra Ambiente & Salute (14/5) 

Nella Genesi tratte... (15)


Prosegue nella:



















Giornata mondiale della Fauna (17)














Sottovalutare il pericolo ci porta alla conclusione d’una errata interpretazione del costante ruolo della ‘pestilenza’ intesa non solo come malattia durante l’intero arco della vita umana dovuta all’uomo; ed altresì il negare di fatto il suo contributo alla sviluppo - volontariamente o non - della stessa malattia dall’uomo innescata… ci sembra una grave difettevole lacuna protratta nello svolgimento nella totalità del Tempo in cui rilevata, e che tratterebbe i problemi globali, non riuscendo però nella duplice manifesta gravità di poterli o volerli risolvere, pur volendone isolare il principio, intervenendo privandoli delle concause taciute dei fattori scatenanti.

L’attuale conoscenza ci porta a questo dato di fatto sia per ciò che riguarda concause che il negarle quali ruoli determinati nella stessa Genesi da cui l’Uomo.




Se prima eravamo in un certo modo giustificati allo stato attuale non lo siamo più, e tutto ciò che ne deriva un processo e non solo storico ed economico di costante regresso compreso quello della Conoscenza.

Regresso che a qualcuno può far comodo.

A qualcuno ma non certo alla globalità ove qualcuno e non ognuno prospera.  

Quindi il negare una concausa nei fattori ambientali di cui il maggior responsabile del suddetto inquinamento durante i secoli dell’intera propria ed altrui evoluzione determina una mancanza di correlazione dei principi base sia della Storia della Geografia nonché quelli specifici dell’Ecologia intesa non più come singola scienza dell’ambiente, ma Scienza applicata, con tutte le branchie che la contraddistinguono, indispensabile per comprendere i meccanismi della Vita quindi dell’Economia che l’uomo nello sfruttamento incessante della Natura con le limitate sue risorse non determina e calcola con sufficiente attenzione.






Il contare i morti ed innescare la paura pensando di isolare il morbo non risolve il problema della detta (universale mondiale) pandemia, semmai nella corretta gestione come l’universale visione dei meccanismi che ne determinano la secolare ascesa, ed il sottrarli all’attenzione, o ancor peggio, alla conoscenza ignorandoli o ponendoli nella falsa evidenza, significa aggravare il danno come non rilevare l’anello di congiunzione di concause determinandone, volontariamente o non, il progredire a  svantaggio dell’intera comunità.

Il curare e giustamente prevenire come, altresì, l’ignorare non significano più e di certo applicare la giusta conoscenza quando e per l’appunto si ignorano isolandole le concause dall’intero contesto, così come si vorrebbe delimitare il morbo isolandolo propriamente da ciò che più propriamente lo ha scatenato. Bensì intervenire non più come nei trascorsi secoli bui ciechi sull’intero corpo di Gaia, pensando di risolvere con un unguento una preghiera una denuncia contro l’untore il propagare della malattia, la qual malattia come ogni cancro tende colpire ogni equilibrio preesistente - in cui e per cui - nella Natura compreso tutto ciò che da lei deriva si possono trarre i giusti benefici di un corpo sano.




Il negare un argomento ampiamente dedotto il quale se ignorato o peggio isolato - più e peggio del morbo - non potrà farci evolvere come razza umana bensì retrocedere a ciò che è ed èra. La terapia - ogni terapia - pur non aggravando e giustamente sfociando nell’ansia o delirio deve tener conto della cura, giusta cura che tutto ciò comporta, se sbagliamo diagnosi curando con una semplice terapeutica indistinta aspirina un’esteso e ben più grave danno compresa l’ulcerata e troppo spesso ignorata psiche, non avremmo risolto nulla fin qui progredito, ed altresì arrecheremo nella lunga portata dell’evoluzione dello stesso corpo sano divenuto malato - un sol corpo malato, l’irreversibile aggravamento che condurrà all’inevitabile lento declino.

Sia questo biologico chimico e psicologico rilevato e quantunque rivelato.

L’economia si regola - o dovrebbe - su questo principio e non certo come un tempo interpretato alla venuta di Darwin, sul più forte proiettato nella lunga durata della propria pretesa, se invece come il piccolo o grande orto seminato, prevale arte ed ingegno d’un più probabile ciarlatano o ancor peggio, più forte esempio inteso come razza tradotta in forza e ricchezza, otterremo la breve durata certamente della suddetta ricchezza ma non certo della forza.

Come i ‘danni’ che la Storia insegna.





La forza risiede nel saper ben calcolare come valutare l’interesse globale e rapportarlo alla scala dei valori morali correttamente applicati a beneficio di ognuno, e quando si chiede l’urgenza ad un malato qualsiasi medico che abbia espresso giuramento motivo del proprio compito, o un giudice che vuol ben giudicare il proprio imputato sottraendosi da ugual giuramento di Verità, ed entrambi ignorando il motivo del loro specifico mandato, farebbero un grave danno alla medicina e con essa un torto alla Legge così come applicata, cui ognuno aspira nella cura della verità detta ma taciuta, compreso il Diritto alla giusta disciplina che dall’esistenza deriva correttamente partecipata.

Se sussisterebbe vizio di Dottrina, sia la sfera dell’intera Scienza, così come il vasto evoluto campo del Diritto risentirebbero i tarli del Tempo e retrocederebbero ad un infausto dubbio principio nemico del vero  progresso raggiunto e dalla Conoscenza come dalla Verità precluso ed ignorato.

Cedendo terreno al morbo contrastato…

Ne conseguirebbe, ignorando patologica avversa condizione contratta in cui sia il malato quanto il reo evolvono e degradano nel malessere apostrofato e giudicato ma quantunque propagato verso una impropria dottrina: né Medicina o Legge che sia potrà risolversi in retta Scienza se il medico come il giudice esulerebbero dall’intero contesto in cui l’appestato diventa ‘untore’ e l’untore degno erede d’una sconosciuta scienza…

Tutto questa la Storia ci insegna e non solo della Scienza!    

                

                  

Un’incisione di Albrecht Durer del 1528 ci ha tramandato un’immagine imperitura dei vari flagelli che durante quest’epoca si aggiunsero alle normali cause di mortalità:

i quattro cavalieri dell’Apocalisse!

Quest’immagine ha origine dall’ultimo libro del Nuovo Testamento e l’identità dei cavalieri è stata variamente interpretata nel corso della Storia, ma nella versione prevalente tre di essi designati come a Guerra, la Carestia e la Peste, il quarto come la Morte.

Il terzo di questi è chiamato Peste.

Un giorno avevo appena a riflettere su quei cali di concentrazione della CO2 – stavo leggendo mentre pranzavo la recensione di un libro, quando mi cadde l’occhio sulla parola ‘peste’, mi alzai da tavola e presi il volume dell’inciclopedia. Lì lessi, come già sapevo, la peste bubbonica aveva causato la pandemia denominata ‘peste nera’ della metà del Quattordicesimo secolo, nonché le successive esplosioni dei secoli XVI e XVII, ma appresi anche che una grande pandemia si era verificata durante l’èra romana negli anni 540-542. I tassi di mortalità in entrambe le pandemia erano stati incredibilmente elevati, e a prima vista le pandemie si correlavano abbastanza bene con i cali di concentrazione dell’anidride carbonica.




Come ha sostenuto J. Diamond (in questo blog non casualmente riproposto) in Armi, acciaio e malattie, furono gli stessi successi dell’agricoltura a favorire la diffusione delle malattie. Nelle epoche precedenti gli esseri umani che vivevano di caccia, pesca e raccolta erano dispersi in piccoli clan o tribù. Se una malattia colpiva un clan o un gruppo locale, alcuni (o magari la maggior parte) dei suoi membri poteva morire, ma vi erano poche probabilità che contagiassero gli altri.  

La correlazione fra pandemie e cali della concentrazione di CO2 atmosferico era una prospettiva promettente, ma qual nesso intercorre causale fra i due fenomeni?

Come potevano le pestilenze e le altre malattie provocare le cadute di anidride carbonica?

Un possibile meccanismo in grado di sottrarre anidride carbonica dell’atmosfera in pochi decenni conseguente la ricomparsa in vaste zone del manto forestale, conseguenza della mortalità causata dalle pandemie. Si immagini il seguente scenario: durante gli anni precedenti l’eruzione della pestilenza, il graduale disboscamento è andato eliminando lentamente il carbonio dal suolo a tassi tipici del periodo che va da 8000 anni fa all’inizio dell’èra industriale. Il risultato è stato il lento aumento dei livelli di anidride carbonica atmosferica. Poi sopraggiunse una pandemia, che nei 50 anni successivi causa una mortalità di massa fra la popolazione umana, un diffuso abbandono di terre coltivate, la rinascita dei boschi e foreste e l’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera.





I tassi ai quali la CO2 viene assorbita durante la ricrescita delle foreste sono molto più elevati di quelli ai quali vi viene immessa durante il disboscamento, che di regola è molto graduale, e in un arco di circa 50 anni dall’esplosione della pestilenza le concentrazioni di anidride carbonica scendono a valori minimi.

A questo punto sono possibili vari scenari: se le pandemie cessano, la popolazione riprende possesso delle terre abbandonate, taglia gli alberi ricresciuti nel frattempo e ripristina le coltivazioni. Mentre ciò accade, il carbonio viene restituito all’atmosfera e la CO2 risale rapidamente ai livelli anteriori alla pestilenza. Ma se la peste riappare ripetutamente ad intervalli decennali dopo l’esplosione iniziale, può passare più di un secolo prima che le terre abbandonate vengano rioccupate.

Se infatti volgiamo all’attuale maggior bacino della peste, là ove spesso dimora e si sviluppa, noteremmo che in questa grande Regione la ricrescita dei boschi sull’anidride carbonica atmosferica durante l’èra romana e il Medioevo attestano che tutti i terreni arativi erano stati disboscati circa 3000 anni fa, quanto meno nelle popolose regioni centrosettentrionali. A quel tempo la Cina aveva superato la densità demografica di 11 abitanti per Kmq, che nel 1089 aveva già causato il disboscamento quasi totale dell’Inghilterra. Ho immaginato che la sovrabbondante popolazione cinese avesse occupato tutti i terreni agricoli abbandonati durante i crolli demografici delle epoche romana e medievale, e che dunque la ricrescita dei boschi avesse avuto dimensioni minime nonostante l’altissima mortalità di quei tempi.





Da questi risultati discende che le variazioni di anidride carbonica determinate dalle pandemie potrebbero aver svolto un ruolo importante nelle variazioni climatiche degli ultimi 2000 anni. Per una sensitività del sistema climatico pari a 2,5° C per raddoppio della quantità di CO2 presente nell’atmosfera, riduzioni, causate dalle pandemie, dell’ordine di 4-10 parti per milione dei livelli di CO2 avrebbero determinato un raffreddamento del clima globale dell’ordine di 0,04-0,1°C. Tali raffreddamenti avrebbero rappresentato una frazione notevole delle variazioni di temperatura osservate fra il periodo più freddo dell’èra romana, quello più caldo del Medioevo e quello ancor più freddo della piccola èra Glaciale.

Il nesso fra pandemie e anidride carbonica atmosferica è rilevante anche per gli studi delle emissioni di carbonio durante la prima parte dell’èra industriale. Le emissioni di carbonio causate dai cambiamenti climatici nelle modalità di utilizzo del suolo sono state ricostruite dal 1840 in poi, e con estrapolazioni più sommarie per la parte precedente dell’Ottocento. Secondo l’interpretazione comune delle tendenze a cavallo dei secoli XVIII e XIX, il disboscamento aveva cominciato a intensificarsi all’inizio dell’èra industriale, ma fu dopo il 1840 che subì una brusca accelerazione.

…Il nesso fra pandemia e concentrazione di anidride carbonica introduce un nuovo fattore da prendere in considerazione in queste ricostruzioni…

(W. Ruddiman, l’aratro, la peste, il petrolio)