giuliano

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IL TOMO

domenica 1 marzo 2020

I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE (16)




















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Interazioni fra Ambiente & Salute (14/5) 

Nella Genesi tratte... (15)


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Giornata mondiale della Fauna (17)














Sottovalutare il pericolo ci porta alla conclusione d’una errata interpretazione del costante ruolo della ‘pestilenza’ intesa non solo come malattia durante l’intero arco della vita umana dovuta all’uomo; ed altresì il negare di fatto il suo contributo alla sviluppo - volontariamente o non - della stessa malattia dall’uomo innescata… ci sembra una grave difettevole lacuna protratta nello svolgimento nella totalità del Tempo in cui rilevata, e che tratterebbe i problemi globali, non riuscendo però nella duplice manifesta gravità di poterli o volerli risolvere, pur volendone isolare il principio, intervenendo privandoli delle concause taciute dei fattori scatenanti.

L’attuale conoscenza ci porta a questo dato di fatto sia per ciò che riguarda concause che il negarle quali ruoli determinati nella stessa Genesi da cui l’Uomo.




Se prima eravamo in un certo modo giustificati allo stato attuale non lo siamo più, e tutto ciò che ne deriva un processo e non solo storico ed economico di costante regresso compreso quello della Conoscenza.

Regresso che a qualcuno può far comodo.

A qualcuno ma non certo alla globalità ove qualcuno e non ognuno prospera.  

Quindi il negare una concausa nei fattori ambientali di cui il maggior responsabile del suddetto inquinamento durante i secoli dell’intera propria ed altrui evoluzione determina una mancanza di correlazione dei principi base sia della Storia della Geografia nonché quelli specifici dell’Ecologia intesa non più come singola scienza dell’ambiente, ma Scienza applicata, con tutte le branchie che la contraddistinguono, indispensabile per comprendere i meccanismi della Vita quindi dell’Economia che l’uomo nello sfruttamento incessante della Natura con le limitate sue risorse non determina e calcola con sufficiente attenzione.






Il contare i morti ed innescare la paura pensando di isolare il morbo non risolve il problema della detta (universale mondiale) pandemia, semmai nella corretta gestione come l’universale visione dei meccanismi che ne determinano la secolare ascesa, ed il sottrarli all’attenzione, o ancor peggio, alla conoscenza ignorandoli o ponendoli nella falsa evidenza, significa aggravare il danno come non rilevare l’anello di congiunzione di concause determinandone, volontariamente o non, il progredire a  svantaggio dell’intera comunità.

Il curare e giustamente prevenire come, altresì, l’ignorare non significano più e di certo applicare la giusta conoscenza quando e per l’appunto si ignorano isolandole le concause dall’intero contesto, così come si vorrebbe delimitare il morbo isolandolo propriamente da ciò che più propriamente lo ha scatenato. Bensì intervenire non più come nei trascorsi secoli bui ciechi sull’intero corpo di Gaia, pensando di risolvere con un unguento una preghiera una denuncia contro l’untore il propagare della malattia, la qual malattia come ogni cancro tende colpire ogni equilibrio preesistente - in cui e per cui - nella Natura compreso tutto ciò che da lei deriva si possono trarre i giusti benefici di un corpo sano.




Il negare un argomento ampiamente dedotto il quale se ignorato o peggio isolato - più e peggio del morbo - non potrà farci evolvere come razza umana bensì retrocedere a ciò che è ed èra. La terapia - ogni terapia - pur non aggravando e giustamente sfociando nell’ansia o delirio deve tener conto della cura, giusta cura che tutto ciò comporta, se sbagliamo diagnosi curando con una semplice terapeutica indistinta aspirina un’esteso e ben più grave danno compresa l’ulcerata e troppo spesso ignorata psiche, non avremmo risolto nulla fin qui progredito, ed altresì arrecheremo nella lunga portata dell’evoluzione dello stesso corpo sano divenuto malato - un sol corpo malato, l’irreversibile aggravamento che condurrà all’inevitabile lento declino.

Sia questo biologico chimico e psicologico rilevato e quantunque rivelato.

L’economia si regola - o dovrebbe - su questo principio e non certo come un tempo interpretato alla venuta di Darwin, sul più forte proiettato nella lunga durata della propria pretesa, se invece come il piccolo o grande orto seminato, prevale arte ed ingegno d’un più probabile ciarlatano o ancor peggio, più forte esempio inteso come razza tradotta in forza e ricchezza, otterremo la breve durata certamente della suddetta ricchezza ma non certo della forza.

Come i ‘danni’ che la Storia insegna.





La forza risiede nel saper ben calcolare come valutare l’interesse globale e rapportarlo alla scala dei valori morali correttamente applicati a beneficio di ognuno, e quando si chiede l’urgenza ad un malato qualsiasi medico che abbia espresso giuramento motivo del proprio compito, o un giudice che vuol ben giudicare il proprio imputato sottraendosi da ugual giuramento di Verità, ed entrambi ignorando il motivo del loro specifico mandato, farebbero un grave danno alla medicina e con essa un torto alla Legge così come applicata, cui ognuno aspira nella cura della verità detta ma taciuta, compreso il Diritto alla giusta disciplina che dall’esistenza deriva correttamente partecipata.

Se sussisterebbe vizio di Dottrina, sia la sfera dell’intera Scienza, così come il vasto evoluto campo del Diritto risentirebbero i tarli del Tempo e retrocederebbero ad un infausto dubbio principio nemico del vero  progresso raggiunto e dalla Conoscenza come dalla Verità precluso ed ignorato.

Cedendo terreno al morbo contrastato…

Ne conseguirebbe, ignorando patologica avversa condizione contratta in cui sia il malato quanto il reo evolvono e degradano nel malessere apostrofato e giudicato ma quantunque propagato verso una impropria dottrina: né Medicina o Legge che sia potrà risolversi in retta Scienza se il medico come il giudice esulerebbero dall’intero contesto in cui l’appestato diventa ‘untore’ e l’untore degno erede d’una sconosciuta scienza…

Tutto questa la Storia ci insegna e non solo della Scienza!    

                

                  

Un’incisione di Albrecht Durer del 1528 ci ha tramandato un’immagine imperitura dei vari flagelli che durante quest’epoca si aggiunsero alle normali cause di mortalità:

i quattro cavalieri dell’Apocalisse!

Quest’immagine ha origine dall’ultimo libro del Nuovo Testamento e l’identità dei cavalieri è stata variamente interpretata nel corso della Storia, ma nella versione prevalente tre di essi designati come a Guerra, la Carestia e la Peste, il quarto come la Morte.

Il terzo di questi è chiamato Peste.

Un giorno avevo appena a riflettere su quei cali di concentrazione della CO2 – stavo leggendo mentre pranzavo la recensione di un libro, quando mi cadde l’occhio sulla parola ‘peste’, mi alzai da tavola e presi il volume dell’inciclopedia. Lì lessi, come già sapevo, la peste bubbonica aveva causato la pandemia denominata ‘peste nera’ della metà del Quattordicesimo secolo, nonché le successive esplosioni dei secoli XVI e XVII, ma appresi anche che una grande pandemia si era verificata durante l’èra romana negli anni 540-542. I tassi di mortalità in entrambe le pandemia erano stati incredibilmente elevati, e a prima vista le pandemie si correlavano abbastanza bene con i cali di concentrazione dell’anidride carbonica.




Come ha sostenuto J. Diamond (in questo blog non casualmente riproposto) in Armi, acciaio e malattie, furono gli stessi successi dell’agricoltura a favorire la diffusione delle malattie. Nelle epoche precedenti gli esseri umani che vivevano di caccia, pesca e raccolta erano dispersi in piccoli clan o tribù. Se una malattia colpiva un clan o un gruppo locale, alcuni (o magari la maggior parte) dei suoi membri poteva morire, ma vi erano poche probabilità che contagiassero gli altri.  

La correlazione fra pandemie e cali della concentrazione di CO2 atmosferico era una prospettiva promettente, ma qual nesso intercorre causale fra i due fenomeni?

Come potevano le pestilenze e le altre malattie provocare le cadute di anidride carbonica?

Un possibile meccanismo in grado di sottrarre anidride carbonica dell’atmosfera in pochi decenni conseguente la ricomparsa in vaste zone del manto forestale, conseguenza della mortalità causata dalle pandemie. Si immagini il seguente scenario: durante gli anni precedenti l’eruzione della pestilenza, il graduale disboscamento è andato eliminando lentamente il carbonio dal suolo a tassi tipici del periodo che va da 8000 anni fa all’inizio dell’èra industriale. Il risultato è stato il lento aumento dei livelli di anidride carbonica atmosferica. Poi sopraggiunse una pandemia, che nei 50 anni successivi causa una mortalità di massa fra la popolazione umana, un diffuso abbandono di terre coltivate, la rinascita dei boschi e foreste e l’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera.





I tassi ai quali la CO2 viene assorbita durante la ricrescita delle foreste sono molto più elevati di quelli ai quali vi viene immessa durante il disboscamento, che di regola è molto graduale, e in un arco di circa 50 anni dall’esplosione della pestilenza le concentrazioni di anidride carbonica scendono a valori minimi.

A questo punto sono possibili vari scenari: se le pandemie cessano, la popolazione riprende possesso delle terre abbandonate, taglia gli alberi ricresciuti nel frattempo e ripristina le coltivazioni. Mentre ciò accade, il carbonio viene restituito all’atmosfera e la CO2 risale rapidamente ai livelli anteriori alla pestilenza. Ma se la peste riappare ripetutamente ad intervalli decennali dopo l’esplosione iniziale, può passare più di un secolo prima che le terre abbandonate vengano rioccupate.

Se infatti volgiamo all’attuale maggior bacino della peste, là ove spesso dimora e si sviluppa, noteremmo che in questa grande Regione la ricrescita dei boschi sull’anidride carbonica atmosferica durante l’èra romana e il Medioevo attestano che tutti i terreni arativi erano stati disboscati circa 3000 anni fa, quanto meno nelle popolose regioni centrosettentrionali. A quel tempo la Cina aveva superato la densità demografica di 11 abitanti per Kmq, che nel 1089 aveva già causato il disboscamento quasi totale dell’Inghilterra. Ho immaginato che la sovrabbondante popolazione cinese avesse occupato tutti i terreni agricoli abbandonati durante i crolli demografici delle epoche romana e medievale, e che dunque la ricrescita dei boschi avesse avuto dimensioni minime nonostante l’altissima mortalità di quei tempi.





Da questi risultati discende che le variazioni di anidride carbonica determinate dalle pandemie potrebbero aver svolto un ruolo importante nelle variazioni climatiche degli ultimi 2000 anni. Per una sensitività del sistema climatico pari a 2,5° C per raddoppio della quantità di CO2 presente nell’atmosfera, riduzioni, causate dalle pandemie, dell’ordine di 4-10 parti per milione dei livelli di CO2 avrebbero determinato un raffreddamento del clima globale dell’ordine di 0,04-0,1°C. Tali raffreddamenti avrebbero rappresentato una frazione notevole delle variazioni di temperatura osservate fra il periodo più freddo dell’èra romana, quello più caldo del Medioevo e quello ancor più freddo della piccola èra Glaciale.

Il nesso fra pandemie e anidride carbonica atmosferica è rilevante anche per gli studi delle emissioni di carbonio durante la prima parte dell’èra industriale. Le emissioni di carbonio causate dai cambiamenti climatici nelle modalità di utilizzo del suolo sono state ricostruite dal 1840 in poi, e con estrapolazioni più sommarie per la parte precedente dell’Ottocento. Secondo l’interpretazione comune delle tendenze a cavallo dei secoli XVIII e XIX, il disboscamento aveva cominciato a intensificarsi all’inizio dell’èra industriale, ma fu dopo il 1840 che subì una brusca accelerazione.

…Il nesso fra pandemia e concentrazione di anidride carbonica introduce un nuovo fattore da prendere in considerazione in queste ricostruzioni…

(W. Ruddiman, l’aratro, la peste, il petrolio)










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