giuliano

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IL TOMO

venerdì 6 marzo 2020

LA PESTE GIALLA (3)












































Precedenti capitoli circa il morbo:

Esplicitati e da esplicitare nell'unzione (1/2)

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Peste Gialla (4)














Una malattia, che va diventando sempre più frequente negli Stati Uniti e nel resto del mondo, è la febbre troppo conosciuta sotto il nome di Febbre Gialla. Io ne parlerò distintamente e per l’importanza del soggetto, e perché approfittando di alcuni antichi studi in medicina, a cui io mi era destinato, ho potuto ragionare di questa malattia con persone dell’arte, e discutere diverse opinioni: sempre però con quella riserva che ben si conviene a chi non ha fatto che scorgerne l’estensione della carriera…

Questa malattia ha tratto il suo nome da uno de’ suoi sintomi distintivi, cioè dal colore cedro oscuro, che nella dissoluzione degli umori si manifesta negli occhi, e di poi nella pelle di tutto il corpo.

I Francesi la chiamano febbre o male di Siam, o perché ella venne per la prima volta da quei paese, o perché si assomiglia al colore di quegli Asiatici. Gli Spagnoli le danno il nome di vomito-préto, vomito nero, altro grave accidente, ond’è caratterizzata.

Da lungo tempo la Febbre Gialla era conosciuta nelle parti calde e paludose dell’America Meridionale, e nell’Arcipelago delle Antille: essa si manifestava frequentemente a Cartagena, a Porto Bello, a Vera Croce, alla Giamaica, a Santa Lucia, a San Domingo, ed alla Martinica. La stessa Louisiana, ed il litorale delle Floride, della Georgia, della Carolina e della Virginia ne parteciparono per le medesime cagioni del caldo e dell’umidità. La nuova Orleans, Pensacola, Savanah, Charleston, Norfolk contavano rare volte quattro o cinque anni, senza averne provato qualche attacco.

Sembrava che il Potomack dovesse servirle di limite, giacché verso la fine del Secolo passato non si citavano che gli anni 1740, e 1762, ne’ quali essa si manifestò al Nord di questo fiume, e tosto alla Nuova York, e di poi a Filadelfia. Ma dopo il 1790 la sua comparsa fu si replicata e funesta, che sembra essersi naturalizzata come nel Sud.

Qualche caso individuale l’aveva annunciata nella Nuova York nel 1790, ella vi divenne un flagello epidemico nel 1791 e vi lasciò delle tracce anche nel 1792.

L’anno seguente 1793 devastò Filadelfia come una peste; ed i suoi germi deposti, e ravvivati si svilupparono ancora nelle estati del 1794, e 1796. Ella attaccò la Nuova York di nuovo nel 1792, 1796. Filadelfia nel 1797. Alla medesima epoca essa desolò Baltimore, Norfolk, Charleston, Newbuyport. I suoi prodromi si erano manifestati a Schiffields, ed anche a Boston. Finalmente se ne citarono degli altri esempi, l’uno a Harrisbourg nel 1793, un altro a Baltimore, uno ad Oneida nella Genesia, ai quali io posso aggiungere numerosi casi del Forte Inglese sul Miami del lago Erieo.

I medici Anglo-Americani, ai quali questa malattia riesci totalmente nuova, si formarono un metodo di cura acconcio al loro clima ed alla costituzione di quegli abitanti. Il caso volle, però, che in tali circostanze alcuni medici e chirurghi Francesi che fuggivano dal Capo incendiato, vennero a cercare un asilo sul continente. Uno di essi, condotto a Filadelfia ebbe occasione d’essere chiamato, e applicando al male, simile a quello che già avea veduto a S. Domingo, la cura della scuola Francese ottenne un sì prospero esito, che trasse a sé l’attenzione del Governo, e si meritò d’essere posto alla testa dell’Ospitale di Bushhill.

Il ragguaglio ch’egli rendette nel seguente inverno del suo metodo di cura onora il suo cuore? non meno che il suo spirito, poiché un tale ragguaglio sparse idee nuove e salubri in tutto il paese. Per esso vedesi ch’egli considera la malattia come divisa in tre periodi, che non vogliono essere confusi, ma che alcuna volta sono sì rapidi, che il medico quasi non ha tempo di scorgerli. Il primo è uno stato di violenta infiammazione, accompagnata d’ingorgamento al cerebro, e di spasimo nervoso, il quale non richiede i tonici, ma i calmanti, e i debilitanti. Il secondo è uno stato di dissoluzione e di segregazione dei fluidi, la cui combinazione fu rotta dal calore infiammatorio; stato che non può terminarsi che coll’evacuazione degli umori divenuti infetti e nocivi al moto vitale, talché l’arte non dee far altro che secondare la crisi, seguendo la natura piuttosto che prevenirla. Finalmente il terzo è uno stato di ricomposizione e di ricombinazione, che non ha bisogno del medico che per dirigere il metodo di convalescenza.

Per lo che al principio del male egli fece delle leggere cavate di sangue, allorché l’ammalato ne era troppo abbondante; egli usò i diluenti, i subacidi aromatizzati, ed ottenne de’ felici successi dall’acido carbonico in bevanda. Egli cercò quale fosse la specie di bevanda più aggradevole allo stomaco a quest’organo così capriccioso. Egli rassicurava gli spiriti, inoltre, contro l’idea della contagione, della quale egli nega interamente l’esistenza finché dura l’epidemia.

Egli procurava un’aria fresca, e non provocava giammai i sudori, intorno ai quali osserva che la natura non ne fece mai un suo mezzo di crisi. Allorché questo primo metodo aveva recato qualche moderazione alla febbre, egli indagava nel secondo periodo i tentativi della natura per operare la crisi, e per scegliere un organo, che ne divenisse per così dire il laboratorio; non si videro per lo più che abbondanti suppurazioni; egli le assecondò, e si sforzò di dirigerle con dei vescicatori, e con dei cataplasmi applicati al di fuori nell’atto stesso che al di dentro egli aiutava le epurazioni per mezzo di bevande aromatiche di cannella, di menta, ed anche di vino di Bordeaux temperato coll’acqua, e frammischiato di zucchero, e per mezzo di qualche purgante dolce, ed a piccole dosi, e finalmente colla china, l’oppio così vantato da’ medici del paese non gli dimostrò giammai alcun buon effetto. 

È facile a comprendersi, che siccome avvenir suole in tutti i paesi, non fu mai senza contrasto ed opposizione che uno straniero isolato ottenne tanta confidenza e sì fortunati successi; ma alla fine per una conseguenza egualmente naturale, la ragione e la verità divennero chiare a forza di prove e di fatti. Gli ammalati chiamarono, a preferenza d’ogni altro, il medico che operava più frequenti guarigioni, e più medici alla fine si fecero ad imitarlo.

Sino dall’anno seguente 1794 nell’epidemia della Nuova York molti medici di questa città sostituirono ai purganti violenti diversi sali, e fra gli altri il sale di Glauber, che riuscì assai bene nei diluenti. Essi non prodigalizzarono più i tonici, né il vino di Madera: essi usarono de’ salassi con moderazione: se provocarono ancora i sudori, non lo fecero che con bagni, e fomenti d’aceto, i quali talvolta furono realmente di sollievo all’ammalato. Da questo momento si formò fra i diversi collegi uno scisma salutevole che scosse le vecchie abitudini, ed aprì le nuove vie alla scienza ed allo spirito di osservazione.

Questo scisma si è specialmente dimostrato sulla questione dell’origine della febbre gialla. Gli uni hanno preteso ch’essa fu sempre portata dal di fuori, e particolarmente dalle Antille, e ch’essa non era, e non poteva in alcuna guisa essere il prodotto del suolo degli Stati Uniti. In prova della loro opinione essi citavano la non esistenza, o l’estrema rarità delle epidemie prima della pace del 1783, e ne attribuivano la frequenza dopo quest’epoca alle relazioni di commercio più attive e più dirette con le isole, e con la terra ferma Spagnola: essi ne incolparono nominatamente certi vascelli come autori ed importatori della contagione, di cui supposero l’esistenza ad un grado poco al di sotto della peste. Altri medici al contrario sostennero che di sua stessa natura la febbre gialla poteva nascere negli Stati Uniti, ogni volta die le sue cause disponenti ed occasionali di tempo e di luogo si trovavano riunite.

Risalendo ben tosto all’origine de’ pretesi fatti d’importazione, dimostrarono con testimoni i più positivi, che non solo i vascelli accusati non avevano portato seco loro la malattia, oppur il suo germe, ma che anzi essa non si manifestò al loro bordo che dopo il loro ancoraggio ai moli, e nelle vicinanze de’ luoghi notati alla Nuova York ed a Filadelfia come laboratori del male, con questa particolarità di più, ch’essa aveva cominciato a spiegarsi nelle genti di bordo che avevano avuto il contatto il più immediato col luogo infetto. Quindi unendo tutte le circostanze della malattia quanto a’ luoghi, alle stagioni, ed ai temperamenti infettati, dimostrarono ch’essa attaccava:













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