giuliano

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IL TOMO

lunedì 27 maggio 2013

IL PRINCIPE AL SANT' ELIA














Prosegue in:

il Principe al Sant'Elia (2)













.... Ma S.A.R. non rinunziava a compiere nell'estate una spedizione
importante, e, dinanzi all'incertezza creata dalle complicazioni dell'-
India, non esitò a mutare radicalmente i suoi progetti, scegliendo
come nuova mèta il monte Sant'Elia, nell'Alaska meridionale, pres-
so i confini delle regioni artiche, vicino alla costa dell'Oceano Paci-
fico.
Situato a nord di una imponente catena, il Sant'Elia, alto 5500 me-
tri e visibile dal mare a 200 miglia di distanza, aveva già richiama-
to a sé l'attenzione dei primi navigatori che or fa un secolo e mez-
zo scoprivano le coste dell'Alaska.




Il monte e la regione vicina erano poi rimasti completamente ine-
splorati fino a tempi recentissimi.
La prima spedizione che tentò di raggiungere la vetta venne orga-
nizzata solo nel 1886; ad essa ne seguirono tre altre in breve spa-
zio di cinque anni.
Nessuna era riuscita nell'intento; ma tutte avevano riportato una
ricca messe di osservazioni sui caratteri eccezionali di quella re-
gione, nella quale si svolgono fenomeni glaciali con proporzioni
così grandiose, come non si trovano in ness'altra parte del mon-
do, all'infuori dalle zone polari.




Dopo il 1891 la prova non era stata più ritentata.
Alla fine di aprile ogni cosa era pronta. S.A.R. aveva scelto per
accompagnare la carovana quattro guide italiane, della valle d'-
Aosta: Giuseppe Petigax e Lorenzo Croux di Cormayeur, Anto-
nio Maquignaz ed Andrea Pellisier di Valtournanche, alle quali
doveva unirsi, di Biella, portatore ed aiuto fotografico del Sel-
la, già suo compagno nel Caucaso.




Pochi giorni prima della nostra partenza, lettere d'America ave-
vano portato la notizia che il sig. Henry S. Bryant di Filadelfia
stava preparando una spedizione colla stessa mèta nostra.
Eravamo partiti da Torino con una sessantina di casse, conte-
nenti tutta quella parte di equipaggiamento che era stata fatta
in Italia: le cose nostre personali, il materiale fotografico, parte
del materiale da campo e sanitario; a Londra in quattro giorni,
riunimmo tutte le altre cose che erano state ordinate in prece-
denza per la carovana.
Ai viveri si sarebbe provvisto a San Francisco.




La comitiva partiva per Liverpool il 22 maggio, a mezzogiorno.
Alle quattro eravamo tutti a bordo del grande transatlantico
'Lucania', della compagnia 'Cunard line', che mezz'ora dopo
si staccava dal molo gremito di gente, mettendosi in moto.
La linea bianca dei fazzoletti sventolati dalla folla in segno di
saluto si dileguò rapidamente.
Al di dietro si stendeva a perdita d'occhio la grande massa
bruna della città, irta di camini e fumaioli, sotto il sottile velo
di vapori.




Dovevamo passare sei giorni a bordo della splendida nave,
vera regina dei transatlantici, e confesso che, mentre S.A.R.
ed il Cagni trovavano modo di occupare utilmente il loro tem-
po, noi, nuovi a quell'esistenza, ci abbandonammo senza ri-
morso alla inerzia contemplativa, a cui è così favorevole la
vita di mare.
Le ore trascorrono piacevoli passeggiando per le lunghe cor-
sie del ponte coperto, dove s'allineano le leggiere seggiole a
braccioli occupate da lettrici, cui il mare mite ed il tempo se-
reno permettono di vivere all'aria aperta.




Da poppa lo sguardo si perde a seguire il maestoso solco
spumeggiante fino all'orizzonte; il vortice gigantesco che for-
mano in mare le eliche girando, ed il fremito che si avverte
sotto i piedi fanno conscienti della forza immensa che spinge
quel colosso sull'onda con una velocità di quasi quaranta chi-
lometri l'ora.
V'erano a bordo pochissimi passeggeri. In questa stagione i
ricchi americani si recano in Europa per tornare poi ai loro
affari in autunno, e questo movimento periodico da un conti-
nente all'altro avviene quasi sempre in massa, cosicché i va-
pori di lusso, come il 'Lucania', quando fanno il viaggio scari-
chi, tornano rigurgitanti di passeggeri.




La rapidità del viaggio, che si compie in sei giorni, non per-
mette che si stabilisca quella tradizionale intimità che suol na-
scere fra compagni di traversata, e si vive presso a poco co-
me in un grande albergo.
La biblioteca e la grande sala, elegantissime, sono quasi sem-
pre vuote; di sera gli uomini si riuniscono a bere e fumare nel-
la sala di poppa, e presto cominciano ad incrociarsi le scommes-
se sul numero delle miglia che percorrerà la nave nelle 24 ore,
colle poste gridate a voce alta.




Le nostre guide mostravano una araba indifferenza per tutto
quello che le circondava. Trasportate in pochi giorni dalla lo-
ro tranquilla vallata nella baraonda di Londra, poi in pieno
Oceano non manifestarono mai il minimo stupore dinanzi a
tante cose nuove.
A bordo, appena guariti dal mal di mare che li colse nelle pri-
me ore, stavano intere giornate nella sala per fumare di se-
conda classe, giocando interminabili partite a carte.
La sera del 28 maggio alle 10,30, il 'Lucania' si ancorava alla
Quarantine, fuori del porto di New York.......
(Prosegue....)










 

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