giuliano

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IL TOMO

giovedì 9 maggio 2013

RHODE ISLAND (3)

















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...Avrai notato che non ho fatto alcun riferimento ad amici e compagni
di gioco nella mia infanzia: infatti non ne avevo!
Ai miei coetanei non piacevo e loro non piacevano a me. Ero abituato
alla compagnia degli adulti e a conversare con loro e, malgrado il fatto
che mi sentissi vergognosamente ottuso accanto alle persone più anzia-
ne, non avevo nulla in comune con i bimbi della mia età.
Il loro chiasso e le loro grida mi lasciavano perplesso.
Odiavo giocare senza scopo e saltellare qua e là - poiché nei miei sva-
ghi desideravo sempre una trama. Mia madre una volta tentò di iscriver-
mi a una scuola di ballo per bambini, ma io respinsi subito seccamente
l'idea.




La mia risposta al suo suggerimento getta luce sulla natura dei miei pas-
satempi letterari, all'incirca nel 1898. Le dissi: 'Nemo fere saltat sobrius
forte insanit!'. Che è una citazione di Cicerone contro Catalina.
Fu nel triste periodo del 1896 che divenni fanatico della morigeratezza
nel bere. Da qualche parte scoprii una vecchia copia di 'Sunshine &
Shadow' di John B. Gough e lo lessi e lo rilessi più volte, da cima a fon-
do.
Da allora fino a oggi, non mi è mai capitato di non riuscire a trovare qual-
cosa di efficace da dire contro i liquori! Poi le mie letture si accentrarono
sulla mitologia classica, a cui ero passato dai Grimm.




Ammiravo ed emulavo le citazioni poetiche così liberamente dissemina-
te tra le pagine di 'Age of Fable' di Bulfinch, e nel 1897 creai il mio poe-
ma formale, intitolato 'The New Odyssey; or, The Adventure of Ulysses'.
Per tutto quel periodo il mio stato d'animo fu incupito dalla vaga sensazio-
ne di una calamità imminente.
Non ero cieco circa il declino delle fortune familiari, messo in evidenza
dalla diminuzione del numero dei servitori e dalla chiusura della scuderia.
Anche le questioni religiose mi affliggevano.
Non ho mai avuto la minima ombra di fede nel sovrannaturale, ma finge-
vo di credere, poiché era ritenuta la cosa giusta da fare in una famiglia di
fede battista. Il catechismo mi deprimeva così tanto che presto venni libe-
rato da quell'angustia.




Fu nell'inverno del 1896 che per la prima volta conobbi il teatro, che ha
fornito alla mia vita l'unico vero svago che abbia avuto. La famiglia era
ancora in lutto per la morte di mia nonna, ma conoscevamo un certo si-
gnor Manow, gestore e direttore del teatro principale di Providence l'-
Opera House così che non si ritenne troppo sconveniente permettere
a mia zia di portarmi a vedere qualcosa di diverso dalle lamentazioni
funebri.
La commedia - la prima cui abbia mai assistito - era una delle opere
minori di Denman Thompson - The Sunshine of Paradise Alley - ed
era ambientata in un quartiere povero e squallido che mi affascinò,
poiché non avevo mai visto veri bassifondi.




Il ricordo di quello spettacolo è ancora vivido, più di qualsiasi propo-
sta di stagione passata! Atto primo: La casa nei bassifondi di Nellie
O' grady, soprannominata 'The Sunshine of Paradise Alley'. Atto
Secondo: Il ponte di Brooklin di notte - le luci di New York - gli 'in-
dividui loschi' degli angiporti - vagabondi dalla vista annebbiata che
si appostano sotto i piloni del ponte - la luna finta sulla scena, che
si leva su uno scenario caratterizzato da un misto di squallore e splen-
dore.
Atto Terzo: Uno squallido cortile nel quartiere dei caseggiati popola-
ri - un organetto a manovella e una scimmia - un panorama da bassifon-
di. Atto Quarto: Un picnic politico ad Harlem - l'abbigliamento strana-
mente vistoso delle 'signore e dei signori' - il pittoresco dialetto della
Bowery - l'affascinante scenografia! Ricordo tutto come se fosse ieri,
sebbene non veda questa rappresentazione da vent'anni....
(Prosegue...)














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