CHI DELLA FOLLA, INVECE,

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30 MAGGIO 1924

martedì 24 dicembre 2013

'GIOCONDA' VERITA': due ambasciatori di passaggio (88)
















































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Due Ambasciatori di passaggio (89)












                                         
Il quadro di Hans Holbein che raffigura i diplomatici Jean de Dinteville e Georges de Selve, vescovo di Lavaur e amico di Jean, eseguito nel 1533 e noto come ‘Gli ambasciatori’, è tra i migliori e più noti esempi di ritrattistica rinascimentale.
Il suo fascino non è sempre immediato, ma Aubrey Beardsley non si vergogna facilmente, e qualunque fosse stata la sua impressione iniziale del dipinto, di sicuro anch’egli avrebbe ammesso che era un capolavoro di abilità tecnica, dal volto dei due uomini alla resa dei loro preziosi abiti: i risvolti in zibellino dell’abito di de Selve, l’ecclesiastico; la pelliccia, il camiciotto di raso e il velluto del secolare; perfino il tappeto che copre lo scaffale tra i due uomini, con la sua forte resa tattile.
Questo quadro è stato giustamente definito il più spettacolare tour de force della carriera di Holbein, e nessuno che l’abbia visto dopo il recente restauro si sentirà negarlo.




La tecnica di Holbein conserva intatto il potere di stupire che possedeva ai suoi tempi. L’artista aveva una solida formazione nel campo dell’accurata arte figurativa, avendo appreso molto tempo prima dal padre come eseguire precisi disegni dal vero e trasferirli sulla tela, ma nel 1533 la sua tecnica si era ulteriormente affinata.
Aveva imparato a dare più ricchezza e sottigliezza ai colori, e a conferire ai ritratti un’atmosfera di maggiore intimità. Questi progressi sono evidenti negli ‘Ambasciatori’.
Il dipinto è molto più che un doppio ritratto. Ma anche solo come tale, è opera ambiziosa e riuscita più di qualsiasi altra di Holbein che sia giunta fino a noi. Ed è una testimonianza della viva amicizia dei due soggetti del quadro, che l’artista mostra di aver ben  compreso e che ha espresso collegando e conciliando le loro personalità, apparentemente molto diverse.




Qualche anno prima, Holbein aveva eseguito l’altro doppio ritratto – ora perduto – di Desiderio Erasmo e del suo editore e amico Johannes Froben; perciò da questo punto di vista il quadro londinese non fu un esperimento.
E’ stato spesso affermato che nelle arti il segno del passaggio dal Medioevo al Quattrocento e al Rinascimento consiste nell’accento posto sull’importanza e unicità dell’individuo. Da quel momento, si dice, nelle arti figurative i caratteri dei personaggi vanno letti nei volti invece che immaginati in base alla vicenda – di solito religiosa – che l’artista rievoca, e alla quale in precedenza il carattere dei singoli era quasi sempre subordinato.
A partire dal Rinascimento l’individuo si muove con maggiore autonomia, fisicamente e spiritualmente. Holbein contribuì molto all’affermarsi di questa tradizione nell’arte dell’Europa settentrionale. Difficilmente ciò sarebbe stato possibile senza la finezza e gli artifici di una nuova tecnica pittorica, capace tra l’altro di dare profondità all’immagine  come là dove Holbein raffigura uno dei due diplomatici con un piede più vicino all’osservatore, il quale avrà ancora di più l’impressione di essere di fronte a persone reali in uno spazio tridimensionale; tutti sintomi di indebolimento dell’antico ordine sociale.




Dipinto quando l’artista aveva tra i trenta e i quarant’anni, e al culmine della forza creativa, ‘Gli ambasciatori’ è una magnifica illustrazione della discontinuità tra vecchio e nuovo ordine sociale.
I due uomini del dipinto erano i rappresentanti della Francia presso la corte inglese, e in questo senso il titolo attuale è corretto. Alcuni lo contestano per le stesse ragioni per cui gli appassionati di Mozart si oppongono all’uso di termini non scelti dal musicista per denominare le sue composizioni. Nessuno si aspetta che un titolo possa dire tutto il dipinto, ma almeno non dovrebbe essere fuorviante. Chiamare l’imponente quadro di Holbein semplicemente ‘Gli ambasciatori’ significa presentarlo prima di tutto e soprattutto come un ritratto, e sollevare questioni che non hanno mai avuto una risposta soddisfacente – perché in realtà il dipinto rappresenta anche molte altre cose.
Se l’opera sembra suggerire innumerevoli commenti e interpretazioni non è tanto a causa delle biografie dei due uomini che essa raffigura, quanto per gli strumenti che affollano lo scaffale e occupano il centro della composizione, senza contare il teschio fortemente deformato e inclinato che è in primo piano vicino al bordo inferiore.




Senza dubbio, le allusioni al mondo della cultura e alla transitorietà della vita umana intendono illuminare le personalità, i precedenti e le aspirazioni dei due diplomatici; eppure, per ragioni tutt’altro che ovvie, Holbein sembra aver dato loro uno speciale risalto. Perlopiù, le prime spiegazioni di questo fatto singolare sono state di tipo generale.
Alcune hanno sottolineato il temperamento malinconico di uno degli ambasciatori o di entrambi, e letto l’intera opera come un ‘momento mori’, un complesso di variazioni sul tema dell’onnipresenza e ineluttabilità della morte. Altri si sono accontentati di un breve accenno all’opposizione di materiale e spirituale, vanità delle arti e delle scienze e più profonde verità della religione. La complessità della natura morta al centro del quadro è senza paragoni nell’opera di Holbein.




Alcuni vi hanno visto un’allusione ai trionfi del XVI secolo nei campi del sapere e delle esplorazioni, senza mai, o quasi, entrare nei particolari. Coloro che hanno provato a indagare i possibili sensi simbolici del dipinto hanno di solito guardato alle vicende della Riforma e alle tensioni politiche e religiose di quel periodo. Di solito, veniamo sollecitati a immaginare i pensieri dei due soggetti, e principalmente la loro preoccupazione per il futuro del mondo cristiano, di particolare importanza per loro sia in quanto diplomatici, sia a causa delle loro posizioni nella gerarchia civile o religiosa.
Un innario luterano sul ripiano inferiore è stato considerato un indizio della loro generale tolleranza in materia di religione; come una preghiera allo Spirito Santo quale guida in un difficile momento storico; e perfino un appello alla completa tolleranza della causa protestante, con la quale, peraltro, né Dinteville né de Selve si identificavano personalmente.

(Prosegue...)












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