giuliano

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IL TOMO

giovedì 12 giugno 2014

LE SFIDE DELLA NATURA: l'orientamento (3)



































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Le sfide della Natura: un nobile viaggiatore....

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L'orientamento (1)  &  (2)













Negli uccelli, a differenza di altri mammiferi, l’orientamento per mezzo dell’olfatto è meno diffuso ed è noto solo fra berte e uccelli delle tempeste. In queste specie pelagiche, in cui l’olfatto è più sviluppato che in tutti gli altri uccelli, le narici sono protette da una sorta di doppio tubo che si protrae lungo il becco.
L’importanza di questo olfatto particolarmente sviluppato è probabilmente relativa quando l’animale si trova in mare aperto e viene presumibilmente utilizzato solo per identificare le carcasse putrefatte di pesci e cetacei.
Uccelli delle tempeste e berte devono però avvicinarsi alla costa per riprodursi; ogni anno questi uccelli abbandonano le loro abitudini eminentemente pelagiche e si raggruppano in colonie costituite da migliaia di coppie. Arrivati alla costa di qualche isola, essi si predisporranno a nidificare in cavità scavate dai conigli o da loro stessi.



 
Durante le ore diurne una colonia di questi uccelli appare come un luogo quasi deserto. Qualche adulto è in mare a cacciare, mentre gli altri sono al sicuro nelle cavità a incubare le uova o ad accudire ai pulcini. Questi uccelli alimentano i loro pulcini con le sostanze oleose che ricavano cibandosi di pesci e altri animali marini; questa sostanza, di odore molto intenso, viene anche utilizzata per allontanare i predatori, e i dintorni del nido ne sono spesso cosparsi.
L’odore dei rigurgiti, unito a quello delle deiezioni e a quello degli uccelli stessi, fa sì che l’ambiente circostante la colonia risulti molto puzzolente e, sulla base di questa constatazione, alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che l’orientamento degli uccelli avvenga grazie alla loro grande sensibilità olfattiva.
In ogni caso, molti altri sistemi di riferimento per l’orientamento possono essere utili ai nostri ‘amici con le ali’, e forse anche più affidabili. Il campo magnetico terrestre, ad esempio, non viene oscurato dalle nuvole, né scompare durante la notte; è inoltre fisso e assicura quindi un punto di riferimento costante per gli animali che in base ad esso si orientano.




Fra questi, il piccione viaggiatore è forse la specie più conosciuta. La varietà selvatica di questa razza, il piccione selvatico, è un animale piuttosto sedentario, che permane per tutta la vita in un territorio piuttosto ridotto. Gli uomini scoprirono però, fin dall’antichità, che questa specie, se trasportata lontano dal suo ambiente, ha una sorprendente capacità di ritornarvi, anche se deve attraversare territori completamente sconosciuti.
La varietà domestica della specie fornisce agli scienziati odierni la possibilità di studiare le cause di questo fenomeno. Alcune osservazioni hanno permesso di appurare che gli animali osservano attentamente l’ambiente circostante prima di allontanarsi, quasi a rinfrescarsi le idee sulle sue caratteristiche. Per capire se questo tipo di ricognizione visiva gioca un ruolo nella loro capacità di orientarsi, gli occhi degli uccelli sono stati coperti di lenti a contatto affumicate, che limitano il campo visivo a pochi metri. I risultati mostrano che i piccioni sono comunque in grado di far ritorno al luogo di partenza.
Si è allora pensato che essi si orientino tenendo conto della posizione del sole, in modo simile alle api, ma uccelli trasportati lontano dalle piccionaie in presenza di cielo coperto sono invariabilmente tornati al luogo di partenza.




Al contrario, se durante questi esperimenti venivano applicati piccoli magneti al capo degli uccelli, essi smarrivano la via del ritorno. Talvolta, allora, il campo magnetico terrestre serve a questi uccelli per l’orientamento, e subito sorge spontanea una domanda: come fanno a percepirne la presenza?
Questo meccanismo non è ancora perfettamente conosciuto: recentemente sono state scoperte, nel cranio e nei muscoli del collo, particelle magnetiche che probabilmente giocano un ruolo importante in questo processo.
L’orientamento è condizione indispensabile per codesti figli di ‘Madre Natura’, oltre che per la sopravvivenza nella difficile sfida della vita, anche per la migrazione, che per milioni di uccelli rappresenta una condizione di sopravvivenza da milioni di anni. Ogni autunno la metà delle specie che hanno nidificato nell’Europa settentrionale si sposta verso sud. Con l’approssimarsi dell’inverno, infatti, l’abbondanza di anfibi, insetti e piccoli mammiferi comincia a declinare e la temperatura a scendere.




La migrazione di alcune specie sarà solamente a corto raggio, e il viaggio si interromperà in prossimità delle coste meridionali. Altre specie attraverseranno invece il Mediterraneo e il Sahara e arriveranno fino all’Africa meridionale. Spostamenti simili avvengono nelle Americhe, con specie che si portano dal nord all’America Meridionale per sfuggire al freddo invernale.
I minuscoli colibrì, per esempio, discendono la Nuova Inghilterra e la Florida per intraprendere un lungo viaggio di 900 chilometri che li condurrà attraverso il Golfo del Messico e la penisola dello Yucatàn fino alle accoglienti foreste dell’America Centromeridionale.
La migrazione più lunga è senza dubbio quella compiuta dalla Sterna Artica; questa specie nidifica a nord del Circolo Polare Artico e, dopo avere allevato i pulcini, migra lungo la costa occidentale americana per raggiungere la Patagonia. Alcuni individui migrano invece verso l’Europa occidentale e, attraversando la costa occidentale africana, raggiungono la zona del Capo di Buona Speranza. Molte continueranno la migrazione attraverso l’Oceano Antartico, dove troveranno un lungo periodo di illuminazione continua, mentre i territori di nidificazione sono coperti da una lunga notte.




Entrambe le rotte sono lunghe circa 18.000 chilometri e vengono percorse senza interruzioni da parte delle sterne, che sopravvivono alimentandosi dei pesci che riescono a catturare in mare. Effettuando questi lunghi e sorprendenti viaggi, gli uccelli utilizzano sensi che ben conosciamo, insieme a qualche altro sistema di orientamento che non conosciamo ancora del tutto. Molte specie elaborano certamente mappe visive dei territori che devono sorvolare e riescono ad orientarsi osservando attentamente la geomorfologia dei territori; valli, catene montuose e fiumi rappresentano i probabili punti di riferimento per i migratori.
In questo modo i migratori europei valicano il Mediterraneo nel suo punto più stretto, lo stretto di Gibilterra, o lo costeggiano scendendo il Bosforo e la costa occidentale della Palestina. Un’altra rotta abituale, anche se meno frequentata, è quella che attraversa la penisola italiana.
Gli scienziati si sono chiesti a lungo come abbiano fatto gli uccelli a sapere che in altri parti del globo le situazioni climatiche e alimentari erano migliori di quelle dell’ambiente in cui sostavano. Alla fine dell’era glaciale, circa 11.000 anni fa’, la calotta di ghiaccio si estendeva attraverso l’Europa e gli uccelli africani trovavano molto facile raggiungerne i margini settentrionali durante l’estate, periodo in cui trovavano un’ampia disponibilità di cibo e pochi competitori. Alla fine del periodo glaciale i ghiacciai iniziarono a ritirarsi, ma fra gli uccelli rimase l’abitudine di portarsi in estate verso nord. Questo comportamento è rimasto fino ad oggi, anche se gli spostamenti sono ora dell’ordine delle centinaia o migliaia e non più di pochi chilometri.

(Prosegue) 















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