giuliano

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IL TOMO

domenica 12 maggio 2019

LA MOLTITUDINE (12)



















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…La presenza di un serpente, di una talpa, di uno scorpione, una lucertola o una salamandra non può farmi trasalire; e la vista di un rospo o di una vipera non provo il desiderio di raccogliere un sasso per ucciderli.

Non trovo in me quelle comuni antipatie che riesco a notare in altri. Quelle ripugnanze nazionali non mi toccano, e giudico senza preconcetti i Francesi, gli Italiani, gli Spagnoli o gli Olandesi; ché se anzi mi accorgo che le loro azioni equivalgono a quelle dei miei connazionali, io li onoro, li amo e do loro la mia amicizia nello stesso identico modo.

Io sono nato nell’ottavo clima, ma è come se fossi configurato e posto sotto una stella che a tutti si addice; non sono una pianta che non prospera se vien tolta da un giardino. Non esiste cosa alcuna, insomma, né pianta, né animale, né spirito, cui senta d’essere avverso; la mia coscienza mi smentirebbe se dicessi di detestare o di odiare in modo assoluto una qualsiasi essenza che non sia il Diavolo, o per lo meno di aborrire una qualche cosa a tal punto da non poter giungere ad un accordo.




Se tra quegli oggetti comunemente odiati uno ne esiste di cui io possa tranquillamente affermare che lo guardo con disprezzo e con scherno, questo è quel grande nemico della Ragione, della Virtù e della Religione, che è la moltitudine; quel mostro numeroso, che preso nelle sue singole parti sembra composto d’uomini di creature di Dio dotate della Ragione, ma confuso insieme forma un’unica grossa bestia, e una mostruosità più prodigiosa dell’idra; non è mancanza di carità chiamare stolti costoro, tale è l’appellativo che ricevono da tutti gli scrittori sacri, inserito da Salomone nella Scrittura canonica, ed è un punto di fede per noi pensarla così.

E nel nome della moltitudine non includo solo la gente di qualità bassa e inferiore: vi è una plebaglia perfino tra la gente ben nata, una specie di menti plebee, la cui fantasia si muove con l’identica ruota; uomini proprio al livello stesso dei lavoratori manuali, sebbene la loro fortuna in un certo modo indori le loro infermità, e la loro borsa compensi la loro balordaggine.




Ma come alla resa dei conti tre o quattro uomini riuniti risultano inferiori ad un unico uomo posto più in basso di loro, ugualmente un gruppo di questi ignoranti indorati non ha certo lo stesso pregio e valore di più di un disgraziato che la posizione sociale sotto i loro piedi. Se vogliamo esprimerci da uomini accorti, esiste una nobiltà senza l’araldica, una dignità naturale mercé la quale un uomo vien posto sullo stesso piano di un altro, e un altro elencato prima di lui, secondo la qualità del suo merito e la preminenza delle sue doti.

Benché la corruzione del nostro tempo e la tendenza ora manifesta seguano un altro indirizzo, così avveniva negli stati di un tempo, e ancora avviene nell’integrità iniziale dei governi bene ordinati, finché non prende piede la corruzione, adoperandosi per i desideri più volgari per ottenere ciò che i ragionamenti più saggi disprezzano, e ciascuno essendo libero di ammassare e accumulare la ricchezza, che costituisce la licenza o la facoltà di fare o acquistare qualsiasi cosa (la qual cosa non si può né acquistare né rendere propria senza il dovuto dono di Natura, eccetto e per l’appunto, la detta licenza nella falsa facoltà acquisita eterno problema del passato quanto presente Tempo…).




Questo mio nobile temperamento versatile ed imparziale mi rende più disposto ad accostarmi a quella nobile virtù, sì che posso raggiungerla con più facile misura di grazia. È una felicità esser nato già formato alla virtù, e crescere dai semi della Natura, anziché dell’inoculazione e dai forzati innesti dell’educazione; pure, se siamo unicamente guidati dalla nostra particolare natura, e regoliamo le nostre tendenze secondo una legge che non sia più alta della nostra Ragione, siamo nulla più che moralisti; la Teologia ci chiamerà ancora Pagani.

Io ritengo inoltre che esista una fitonomia, ovvero fisionomia, non solo degli uomini, ma delle piante e dei vegetali; ed in ciascuno di essi alcune figure esteriori, che se ne stanno esposte come insegne o frasche delle loro forme interiori. Il dito di Dio ha apposto un’iscrizione su tutte le sue Opere, una grafica o composta di lettere, ma fatta delle loro varie forme, costituzioni, parti e operazioni; e queste poste accortamente insieme, formano una parola che esprime la loro Natura.




Mediante queste lettere Dio chiama le stelle col loro nome, e mediante questo alfabeto Adamo assegnò a ciascun essere un nome peculiare alla sua natura. Esistono, ora, oltre a questi caratteri del nostro viso, certe linee e figure mistiche sulle nostre mani che non oso definire come semplici segni o tratti à la volée, ovvero frutto del caso, essendo essi tracciati da una matita che mai opera invano; ed io le osservo con cura più particolare, dato che porto nella mia mano quello che non potrei mai leggere o scoprire.


















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