CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 26 maggio 2019

GLI ORRORI DEI GHIACCI E DELLE TENEBRE (22)










































Precedenti capitoli:

'Sinfonie' & 'Movimenti' (20/1)

Prosegue in:

L'orrore dei ghiacci e delle tenebre (23)















& Nell'eterna fuga (24)














L’ultima estate di Mazzini e la sua partenza erano state precedute da mesi di corrispondenza che, all’idea che egli si era fatto degli scenari del viaggio di Weyprecht e Payer nel Mar Glaciale, contrappose gradualmente vaghe immagini della realtà artica contemporanea.

La corrispondenza avuta con il governatore di Spitsbergen, con i rappresentanti dell’Istituto polare norvegese e gli uffici della Store Norske Spitsbergen Kulkompani era iniziata senza alcun impegno, quasi per gioco, e aveva infine condotto a degli accordi precisi trasformando le fantasie di Mazzini in piani ben definiti.

Non credo che egli fosse fin dall’inizio determinato a intraprendere questo Viaggio e che lo abbia proprio voluto realmente. Sembrò che le cose avessero effettivamente preso il loro corso e che Mazzini soltanto in un secondo tempo avesse cercato di spacciare questo Viaggio come una sua decisione.




Anche quando alla fine della sua corrispondenza preliminare c’era non solo la rassicurante conferma di un alloggio in foresteria a Longyearbyen, ma anche la certezza di un posto in cabina a bordo della ‘Cradle’ - un peschereccio di 3200 cavalli vapore e di media tenuta contro il ghiaccio, l’Artico, nella stessa misura in cui diventava più raggiungibile e vicino, gli pareva però anche più inospitale, respingente e talvolta persino minaccioso.

Nei deserti di ghiaccio creati dalla sua immaginazione e dalle sue elucubrazioni mentali, Josef Mazzini non aveva avuto bisogno di vestiti imbottiti di piuma, né di alcuna protezione contro la luce abbagliante e neppure di un fucile. Ma ora... man mano che si avvicinava al mondo insulare artico, finora mero palcoscenico o sfondo alle sue fantasie, questo cominciava ad assumere forme aspre e bizzarre che lo spaventavano e lo attraevano allo stesso tempo.

E così procedeva nell’attuazione del suo proposito.




“Caro signor Mazzini”,

….aveva scritto il governatore Ivar Thorsen nella sua prima lettera di risposta da Long-yearrbyen,

“con tutta la stima per il suo interesse per la storia polare, dubito però che lei sia sufficientemente informato sulle condizioni dell’Artico norvegese. Le conviene dimenticare al più presto l’idea di spingersi con un peschereccio nel Mare di Barents settentrionale partendo da Spitsbergen. Un simile proposito sarebbe molto avventato e rischioso in qualsiasi stagione. Inoltre qui da noi non esistono né pescatori né pescherecci. Quanto alla sua domanda in merito a un’eventuale partecipazione a uno dei viaggi di ricerca dell’Istituto polare norvegese, la rimando agli uffici competenti di Oslo. Ma non si faccia troppe illusioni. Come lei sa, Novaja Zemlja, come del resto la Terra di Francesco Giuseppe, è territorio sovietico...”.


Con il giorno della sua partenza Mazzini mi diventa distante proprio come l’equipaggio della ‘Admiral Tegetthoff’.




Vicende che si intrecciano entro la sottile trama della Storia…

Uomini che fuggono dall’abisso del terrore…

Apostrofati per pazzi salutiamo questo mondo da cui ghiaccio tenebre e dolore. 




Klotz diventa sempre più taciturno.

….Nessuno più riesce a confortarlo.

…Vuole tornare a casa!

Deve tornare a casa!

Ma la terra!

In fondo, hanno scoperto una terra, delle belle montagne. Ora hanno una terra.

La terra?

Ah, questa terra.

Ma le montagne non hanno boschi di abeti né di pini silvestri, né abeti nani, niente. E le valli sono colme di ghiaccio. A casa vuole tornare, Klotz.

A casa!

E’ un buon pomeriggio di… dell’anno 1873, il freddo è atroce, ed è in quel pomeriggio che il cacciatore Alexander Klotz, appena ritornato con Payer e Haller da una delle loro escursioni sulla costa, getta via la pelliccia congelata, i guanti, il berretto di pelo, il copriviso di pelle, getta via tutto e poi indossa i suoi abiti estivi.

Là dove sta andando non ha bisogno di una pelliccia pesante. Gli inverni a Sankt Leonhard, gli inverni nella Val Passiria sono nevosi e miti. Klotz svuota la propria cuccetta, poi però lascia lì il sacco di tela con tutti i suoi averi. Prende con sé soltanto le cose più preziose, l’orologio con scappamento a cilindro, che ha vinto all’ultimo tiro a segno in onore del compleanno di sua maestà, le banconote elargitegli da Payer per particolari servigi prestati al signor tenente e, infine, un rosario di legno...

…Poi, serio e maestoso, Klotz si presenta ai suoi compagni e stringe la mano a ciascuno:

ADDIO!

– Klotz! Sei impazzito?

…chiede Haller.

– Addio anche te, Haller,

dice Klotz e sale sul ponte di coperta.

Chi lo segue lo vede ritto al parapetto con il fucile in spalla, immobile come in un quadro, non risponde a nessuno e guarda nel buio, sopra i ghiacci. Forse lo si deve solo lasciar stare, Klotz. 

Tornerà sicuramente in sé.

Bisogna solo lasciarlo stare.

– Ma quello si è preso una sbornia, dice il fochista Pospischill.

– Solo una sbornia; si è scolato tutta la sua razione di rum e vodka.

– D’accordo. Lasciamolo stare. Tornerà sotto coperta da solo. Lasciamolo stare.

Ma quando,  due ore dopo, Weyprecht viene  dal quadrato ufficiali  dove i signori hanno  ancora una volta discusso del futuro della spedizione senza accorgersi della follia di Klotz, e quando il comandante ordina di andare a recuperare il cacciatore e… Johann Haller sale obbediente sul ponte, al parapetto Klotz non c’è più; il tirolese è scomparso.

Quella non era follia. Quella non era una storia, quello era un congedo. Il cacciatore e conducente dei cani Alexander Klotz è andato a casa. Adesso il tempo fugge come non mai. Ora, che non c’è nemmeno un minuto da perdere, il tempo improvvisamente vola. Ed essi  lo rincorrono!

Klotz, che morirà  congelato nel giro  di poche ore, se non lo ritrovano. Quel maledetto passiriese! Uscire con questo gelo in abiti estivi! Si dividono in quattro gruppi e si precipitano in tutte le direzioni dei punti cardinali; l’aria tagliente li colpisce alla gola come un coltello. Non fermarsi.

Più veloci!

Klotz!

Ma che muoia congelato, QUEL PORCO!

Vuole morire congelato! Ma quello è già morto. Deve essere morto già da un pezzo.

Invece, non lo trovano così. Dopo cinque ore, finalmente lo rintracciano: lento e solenne, a capo scoperto, con il volto ormai quasi completamente congelato, Alexander Klotz marcia verso sud, la sua terra natia, la grande madre Russia. Lo fermano; cercano di convincerlo; gli gridano addosso dei rimproveri. Egli però non dice una parola. Lo riportano sulla nave, lo conducono via. Non oppone resistenza.

Nella sala dell’equipaggio scongelano il fuggiasco russo, gli strappano i vestiti di dosso, gli immergono le mani e i piedi congelati in acqua frammista ad acido muriatico, lo frizionano con la neve, che è dura come polvere di vetro, gli fanno bere acquavite e imprecano per la disperazione.

Klotz lascia fare e rimane impassibile, ogni tanto ride. Poi lo coricano nella sua cuccetta, lo coprono e lo vegliano. Egli giace lì con lo sguardo fisso, non prende più parte alla loro vita, alle loro feste, ai balli, alle bevute. Sta solo disteso e li fissa....













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