giuliano

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IL TOMO

martedì 5 aprile 2022

I VERMI DEL FUOCO (3)

 










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Così lontani... 


eppure.... 


Così vicini...  


Prosegue con il: 


Diario di bordo (4)

  



 

 

 

…Sembrava di esser privi della vista, in simile stagione, e avevamo la sensazione che la sventura si insinuasse nel paese, nascondendosi in ampio ammanto, e nondimeno di sovente seguivamo l’impulso di uscire fuori all’aperto, infatti nei giorni di nebbia quella gentaglia, che il paese chiamava ‘vermi del fuoco’, più imperversava, e a noi sembrava che perfino il paesaggio mutasse sembianza e che la sua verità concreta se ne sminuisse. 




Perciò decidemmo sovente di uscire in escursione anche nei giorni di nebbia, e ci recavamo preferibilmente nella regione dei pascoli. 


Ci proponevamo sempre quale mèta di ritrovare una ben precisa pianta, e se così posso dire, cercavamo di attenerci, nel caos, all’opera mirabile di Linneo come ad una delle torreggianti colonne, donde lo spirito domina la zona della efflorescenza selvaggia. In questa significazione una piccola pianticina, che raccoglievamo, assumeva per noi un grande valore.




Qualcosa ancora si aggiungeva a tutto ciò, un sentimento che vorrei dire di pudore, per cui ci ripugnava il ritenerci avversari della marmaglia che abitava la foresta. E insistevamo nella persuasione di esser alla ricerca di piante, per studio, e non già in una lotta contro nemici, e che perciò fosse nostro dovere di evitarne le malvagità come si evitano le paludi e le belve. 




Non ammettevamo insomma che il popolo dei Lemuri fosse dotato di libertà del volere, e non poteva esser lecito a codesta genia d’imporre a noi la loro legge in tale misura da sottrarci la visione del vero.




Le gradinate che adducevano alle cime delle Scogliere di Marmo erano umide in simili giorni e freddi venti buttavano contro di esse la nebbia. Sebbene molte cose fossero mutate nella regione dei pascoli, i vecchi Sentieri ci erano noti ancora: essi conducevano attraverso le rovine di ricche fattorie, donde ora spirava il freddo odore delle ceneri. 



Vedevamo nelle stalle cadute in rovina gli scheletri del bestiame biancheggiare, con gli zoccoli e le corna e ancora al collo le catene: nella corte interna le masserizie erano accatastate, buttate dalla finestra per opera dei ‘vermi del fuoco’ e saccheggiate, e quivi giaceva la culla spezzata, fra sedia e tavolo, e le ortiche verdeggiavano sopra di essa. Di rado s’incontravano sparsi gruppi di pastori, che conducevano poco e povero bestiame: dai cadaveri che imputridivano nella landa erano sorte epidemie che avevano portato la moria nelle mandrie. La rovina dell’ordine non porta mai ed a nessuno salute.

 

(E. Junger)




Quando appoggiai con ugual gesto l'antico fossile sui libri, medesimo di quando alzai i fogli sparsi di una complessa e articolata grammatica di vita…, ritrovai quello che un tempo furono appunti disordinati, forse ora che li osservo… sono più vecchio… più saggio.


La guerra è passata come una bufera portata da uno strano Dio… un’altra dovrà arrivare. Come un temporale, come un terremoto, dove tutto appare precario: come la vita in balia di un elemento, come una parola in balia di una virgola. Come una strofa in balia di una strana rima.




Così, anche se il discorso può sembrare in apparenza retto, saggio, di... irremovibile e saldo principio, in realtà basta una punteggiatura sconnessa per mortificare anche la più bella preghiera di un Dio sceso su questa terra con l’immagine riflessa e nascosta di ciò che appare ma non è (sua poesia…).

 

Nel poema di questi luoghi, imparai, alla fine quello che fu il terrore della terra e dell’uomo, che convergono e si abbracciano in un saluto nominato guerra. Imparai a riconoscere le virgole e i punti, quelli interrogativi… e quelli esclamativi. Gli accenti, le parentesi, gli asterischi, le parole argute strette fra virgolette, come monumenti eretti alla vita.




È la grammatica della vita, sempre più complessa, sempre più difficile.

 

Un tempo era tutto molto più semplice più povero. Non vi erano gli innumerevoli ‘punti discorsivi’ di una grammatica asterisco di un ricordo o formula sacra, che appariva, sì povera, ma senza la sua geografia.


Fatti narrati e conservati.


La storia conservata era della stessa o peggiore ferocia, ma le sottigliezze grammaticali, come complesse trame dialettiche o diplomatiche non vi dimoravano.




Ricordi quei rotoli…, papiri, incisioni, i loro principi… le loro visioni?

 

Fors’anche illusioni!

 

Certo che la vita se pur semplice, era complessa nelle preghiere… nei riti. Se pur semplice nella scrittura, geroglifico o disegno senza alcuna punteggiatura, complessa nella mitologia, di un Dio passato e narrato su di un …rigo…, su di un papiro.


Inciso su una stele come un sogno antico.


Se pur semplice e dura questa vita è figlia della sua natura.




Tutti abbiamo provato ad imprigionarla dentro una ‘parola’, ad immortalarla come sogno antico..., ad incastrarla fra una virgola e un punto interrogativo.


A decifrarla e narrarla su una pagina… su un libro.


Ora il tempo ha fatto la sua comparsa, ha lasciato la sua impronta.


Ha scritto la sua pagina.


Tutto è iniziato con una ‘parola’, e poi un punto. Poi è proseguito con un aggettivo, forse un po’ più lungo, di quel termine che… sì… poteva apparire muto e incompiuto.




L’aggettivo più compiuto è stato qua e là interrotto da una virgola… poi da un punto. E l’intero discorso, iniziato con una parola, ha mutato la sua corsa, il passo, il minuto. L’ora e l’intero giorno.


Forse la prima parola detta, prima dell’intera vicenda, conteneva tutto il componimento (ancora non espresso).


Il principio del libro su cui fondarono l’intera parola di un Dio che vuole ogni uomo uguale e libero dinanzi al suo perdono divenuto martirio.


Poi il discorso interpretato di quel verbo, si è fatto più complesso, da come è apparso… nella Sua parola. L’intero evento ha assunto un diverso componimento. E la parola semplice e composta, ha assunto una diversa interpretazione. La punteggiatura e la grammatica della vita ha scomposto la parola ed il pensiero… in un Primo e Secondo Dio, in un primo e altro uomo.




Blasfema eresia.

 

Bestemmia antica.

 

Tutto il nostro pensiero detto e non detto, dettato da un Dio al suo popolo eletto, non può contenere il seme o il punto di questo grande disappunto che divide l’uomo in essere superiore e inferiore.


Ecco, così, la grammatica della vita: la virgola e il punto che frammentano l’uomo e la sua natura, ma certo non è geografia della sua parola, Primo Dio… senza quella strofa.


L’uomo e la sua Natura.




Di una sola parola che urlò lo stupore, come l’animale, amico astuto, compose l’intero discorso, mentre l’urlo rimase muto e senza più voce.


Forse è proprio per questo che penso a quella natura che ora in silenzio mi scruta: lei ha scritto la sua storia, muta per l’intera ora. Solo nell’ultimo minuto ho capito dove risiede la Prima Parola, il Creatore muto che mai ha scritto il nostro libro arguto.


Il resto della grammatica la osservo in ogni momento.


Non è certo quella prima parola.

 

L’ho vista un giorno in cima da un albero, sembrava un punto esclamativo.




Il discorso era lungo e contorto.


La pagina una lunga tortura, stanco componevo la mia prima rima.


Attraversavo fiumi senza lacrime e domani, con solo le ossa poggiate sui letti, torrenti stanchi e senza più sole tra le dita.


Attraversavo case come corpi sventrati, un terremoto a scuotere l’eterno sonno di una parola divenuta urlo. La punteggiatura a dettare o decidere la ragione, il principio o la fine di quella sola parola.




Quella grammatica, non certo la natura, ho visto, mentre attraversavo una delle tante pagine di questo difficile libro.

 

Come ho detto, il punto esclamativo l’ho visto un giorno…. forse un mattino. Era appeso fra gli alberi in compagnia dei rami, con il volto sulle mani. Tenuto ben stretto con la corda, dritto pendeva senza sorriso. Le mani aggrappate in un ultimo grido muto, quando la parola gli era morta all’improvviso, e l’urlo soffocato è divenuto rantolo, solo l’istinto è sopravvissuto per chiedere motivo del suo peccato, di quel linciaggio consumato.

 

Gli occhi inchiodati al cielo, l’urlo fra le mani. Spalancati come due sassi bianchi scagliati contro un Dio assurdo, nascosto muto nell’azzurro, riflesso del suo occhio venato di rosso, specchio della fine quando solo il sangue versa l’inchiostro per la grammatica di quella frase detta un giorno sul far del mattino e morta all’imbrunire…




Sangue denso come l’inchiostro, rosso come il sole che scrive la sua preghiera in una pagina di storia con in fondo una parola ed… un punto esclamativo! A descriverne l’orrore… e il contorno.

 

Ora so come leggere questa frase, questa pagina, senza quel punto esclamativo forse avrei frainteso oppure sottovalutato l’intero senso del Creato. Ma l’esclamazione finale mi fa comprendere la paura che ora debbo avere, e cercare di non perdere l’intero filo del discorso nella geografia della grammatica… della vita.


Perché quel punto esclamativo incontrato quel giorno mi fa riflettere l’orrore dell’intera loro Creazione.




Proseguo…, il passo indeciso, come chi deve.


Le gambe mi dolgono nel tratto scomposto, come se l’uomo impiccato quel giorno si voglia svegliare lo stesso mio mattino, e guardare il mondo con un occhio diverso e senza quel respiro affannato che sa di martirio.


Come se volesse scrivere la parola, la pagina e l’intero libro con un diverso principio, senza quell’ortica… quella corona di spine.


Come se volesse riscrivere l’intero componimento con una diversa fine.


Con un’altra grammatica in questo dire.


Ma è scrittura di vita, e questa è la storia dell’Eretico  Libro…, che lento ho scritto… lungo il mio cammino.

 

(G. Lazzari, Lo Straniero)









 

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