giuliano

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IL TOMO

domenica 3 aprile 2022

COSI' LONTANI... eppure...

 










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(così lontani ... eppure...) COSI' VICINI

 

 

 

 


 

 

…Silenti percorremmo quindi la breve via sino all’Eremo della Ruta. Quando la luce rischiarò la biblioteca ci guardammo, ed io vidi il nobile splendore irraggiante dal viso di fratello Ottone. In quello specchio riconobbi che l’incontro non era stato illusione, e muti ci stringemmo le mani. Io salii nelle stanze ov’era disposto l’erbario, ed anche in seguito non parlammo mai più fra di noi di quell’incontro.

 

Sedetti lassù assai a lungo dinanzi alla finestra aperta: una grande serenità era in me e sentivo nel mio cuore il tessuto della vita svolgersi dal fuso in aurei fili. Il sole sorgeva su Alta Plana e i campi se ne illuminavano, risplendendo di luce sino ai confini di Burgundia. Le selvagge rosse balze ed i bianchi ghiacciai brillavano al sole e le ripide sponde si rispecchiavano nelle tremule verdi acque della Marina.

 

Ora sul comignolo aguzzo i codirossi iniziavano il giorno e nutrivano la seconda covata, il cui pigolio era simile, per lo stridio, all’affilarsi di piccoli coltelli. Dai canneti della riva branchi di anatre si alzavano a volo e il fringuello e il cardellino beccavano gli ultimi acini delle vigne. Di poi udii la porta della biblioteca aprirsi e fratello Ottone uscì in giardino per accudire ai gigli.




Ma la primavera noi festeggiavamo al modo dei folli, secondo l’uso di quelle terre; e indossavamo vesti variopinte, formate di diverse stoffe, vivaci come striate piume, e mettevamo le rigide maschere a foggia di becco di uccello. Quindi scendevamo a balzelloni, al modo dei folli e agitando le braccia a guisa di ali, verso la piccola città dove l’alto albero della follia era stato eretto nella piazza del mercato vecchio. Quivi alla luce delle fiaccole si snodava il corteo delle maschere : gli uomini così a foggia di uccelli, e le donne travestite secondo le fastose fogge dei secoli trascorsi. Esse ci buttavano parole scherzose a voce alta simulata e cantante e noi rispondevamo con stridule grida di pennuti.

 

Dalle osterie e dalle cantine il suono delle varie corporazioni degli uccelli ci attirava, il suono sottile e acuto degli zufoli dei cardellini, le frullanti chitarre delle civette, i trillanti mandolini del gallo di montagna e gli stridenti organini con i quali la congrega dell’upupa strumenta i suoi versi vituperosi.



Fratello Ottone ed io ci accompagnavamo alla congrega del picchio rosso, la cui marcia si suona battendo ramaioli e cucchiaie contro un mastello di legno, e tenevamo buffoneschi consigli e giudizi. Quivi era necessario bere con cautela, poiché si doveva aspirare il vino dal bicchiere mediante paglie e attraverso le narici del becco, che ci mascherava. Quando la testa cominciava a girarci, una scorribanda per i giardini e i viali presso i bastioni della città ci rinfrescava; ed anche si vagava dall’uno all’altro luogo di ballo all’aperto, poi sotto la pergola di un’osteria deponevamo le maschere, e assieme all’innamorata di una sera mangiavamo un piatto di lumache, cucinate nell’apposita padella gibbosa, al modo di Burgundia.

 

Dovunque e sino all’albeggiare si udivano in quelle notti le stridule grida di pennuti, negli oscuri vicoli e alla Grande Marina, nei castagneti e di tra i pergolati di vigna, dalle gondole adorne di lampioni sulla oscura superficie delle acque e sinanco di tra gli alti cipressi del cimitero. E sempre, come una sua eco, si udiva anche il grido fuggevole di spavento, che vi rispondeva. Le donne di questo paese sono belle e piene della esuberanza che la vecchia testa vulcanica denomina la virtù donatrice.




Voi non sapete forse che non i dolori della vita, ma la sua baldanza e la sua selvaggia pienezza suscitano, nel ricordare, il nostro pianto. Questo gioco di varie voci io riodo ancora, nel profondo animo, e il represso grido di Lauretta, al nostro incontro. Una crinolina bianca bordata d’oro nascondeva le linee del corpo e la maschera madreperlacea ne celava il viso, e tuttavia io la riconobbi, pur nell’ombra del viale, al modo come nel passo moveva le anche, e mi nascosi maliziosamente dietro un albero. E la spaventai d’improvviso con l’irridente grido del picchio e la inseguii agitando le ampie nere maniche della mia veste. Al sommo del colle a vigneti, ove ancora sta il segno miliare romano, io la raggiunsi, esaurita di forze, e la strinsi trepida fra le mie braccia e chinai sopra il suo viso la mia rossa maschera. Allorché la sentii quasi per potenza di magia e come in sogno abbandonatasi alla mia presa, n’ebbi pietà e sorridendo sollevai la maschera, scoprendomi il viso.

 

Allora anch’ella sorrise e poggiò lieve la sua mano alla mia bocca, così lievemente che nella sopravvenuta quiete solamente un sospiro io avvertii ancora di tra le sue dita.




Di solito però vivevamo giorno per giorno nella severa ritiratezza del nostro Eremo. Esso era edificato ai margini delle Scogliere di Marmo, nel mezzo di una delle isole pietrose che interrompono qui e là la terra fertile di vigneti. Il suo giardino era costruito su strette banchine sottratte al pietrame; e ai margini dei rialzi di mura eretti senza calce le erbe selvatiche che prosperano nella terra succosa dei vigneti s’erano insediate. All’inizio di primavera vi fioriva l’azzurro grappoletto del giacinto muscoso e in autunno il corniolo ci rallegrava col suo frutto luminoso come un rosso lampione. Ma in ogni tempo casa e giardino erano adorni di cespugli di ruta dal color verde argenteo, dai quali, quando il sole era alto, si spandevano onde odorose.

 

A mezzodì, allorché il gran caldo maturava l’uva, nell’Eremo vi era invece una frescura ristoratrice, poiché non solo i pavimenti vi erano a mosaico, secondo il costume dei paesi del Sud, ma inoltre più di una fra le stanze si addentrava nella roccia. Nondimeno in quelle ore io rimanevo anche volentieri sdraiato sulla terrazza e ascoltavo nel dormiveglia lo stridente frinire delle cicale. Le farfalle svolazzavano per il caldo giardino, sfiorando i fiori selvatici, e le lucertole si scaldavano al sole sulle rocce. Infine, quando la bianca sabbia del viale ardeva infiammata, lentamente le lachesi lanceolate vi strisciavano, e il viale n’era presto coperto come un papiro lo è di geroglifici.




Non avevamo timore di codeste bestie, che dimoravano in buon numero nei valloni e nelle incrinature rocciose dell’Eremo della Ruta e piuttosto ci dilettava, durante il giorno, lo splendore dei loro colori e durante la notte il sottile sibilo con il quale esse accompagnavano i loro giochi amorosi. Di frequente, e un poco sollevando le vesti, noi passavamo tra di loro, e se ricevevamo visitatori, che ne paventavano, scostavamo coi piedi le serpi dal viale. Sempre ad ogni modo guidavamo gli ospiti per mano in quel tratto del viale, che noi dicevamo dei serpenti; e di frequente io notai come lo stesso sentimento di libertà e di gioiosa sicurezza, che ivi ci coglieva, sembrasse comunicarsi ai nostri ospiti.

 

Eravamo venuti all’Eremo con il piano di dedicarci a profondi studi circa le piante, e cominciammo, secondo l’ordine antico nelle cose dello spirito, dagli esercizi del respiro e dall'imporci un regime nella nutrizione. Come tutte le cose di questa terra anche le piante ci vogliono parlare, ma una mente chiara è necessaria per comprenderne il linguaggio. Seppure nel loro germinare fiorire e sfiorire si nasconda la fallacia, cui niente di ciò che fu creato si sottrae, assai bene però vi si può intuire l’elemento immutevole racchiuso nello scrigno delle apparenze. L’arte di rendere, in tal guisa acuto lo sguardo, fratello Ottone diceva comparabile ad una ‘astrazione del tempo’: e riteneva che la pura astrazione non fosse raggiungibile al di qua della morte.




Dopo che ci fummo stabiliti nell’Eremo notammo che il nostro tema, quasi contro il nostro volere, si andava ampliando. Forse l’aspra aria dell’Eremo della Ruta dava una nuova direzione al pensiero, come la fiamma arde più chiara e vibrante nel puro ossigeno. Dopo qualche settimana, già ci sembrò che le circostanze si fossero mutate, e il mutamento intesi dapprima quale una deficienza, poiché il linguaggio usato più non mi soddisfaceva.

 

Presso i Mauretani regnava la quiete intatta che persiste nel centro del ciclone. Quando ci si precipita nell’abisso, dicesi, si vedono le cose in una suprema chiarità come attraverso lenti esattissime; e questo sguardo, ma libero da paura, si acquistava nell’aura propria dei Mauretani; la quale era fondamentalmente malvagia.

 

Quando regnava lo spavento, allora la freddezza dei pensieri aumentava lo spirituale distacco, e il buon umore imperava allorché avvenivano le catastrofi. Si usava scherzare a quel proposito, come gli appaltatori di un banco da gioco irridono fra di loro alle perdite della clientela. Ma divenne allora chiaro che il panico, la cui ombra pende sempre sulle nostre grandi città, ha il suo riscontro nella audace baldanza dei pochi che si aggirano sopra il comune torbido dolore, simili ad aquile. Una volta, mentre noi sedevamo a tavola bevendo assieme al Capitano, egli fissò lo sguardo nel calice umido di vino, come in un cristallo attraverso di cui il passato gli riapparisse, e come in sogno disse:

 

Nessun bicchiere di spumante fu mai tanto delizioso come quello che ci fu offerto presso le nostre macchine, la notte quando bruciammo Sagunto sino a farne cenere.




E noi pensammo: meglio ancora la rovina assieme a costui, piuttosto che il vivere assieme a coloro che la paura costringe a strisciare nella polvere.

 

Ma io divago.

 

Presso i Mauretani si potevano apprendere i giochi capaci ancora di rallegrare lo spirito, quando nulla più lo lega ed esso è stanco anche dell’ironia. Per loro il mondo si riduceva ad una carta incisa per amatori mediante compassi e lucenti strumenti di misurazione, piacevoli al tatto. Perciò sembrava strano di imbattersi in figure quali il Forestaro in quest’atmosfera chiara, senz’ombra e assolutamente astratta. Ma quando lo spirito libero fonda per sé le proprie signorie, gli autoctoni della potenza gli si accompagnano sempre come la serpe striscia verso il fuoco. Essi sono gli antichi conoscitori della violenza e vedono apparire l’ora nuova per ristabilire la tirannide che dall’inizio vive nei loro cuori. In questa guisa nei grandi Ordini si formano le vie segrete e le arcate a volta, la cui direzione e l’avvio nessuno storico può indovinare; ed anche sorgono i più sottili contrasti, che si esprimono nell’intimo ambito della potenza; e siano i contrasti fra il pensiero e la sua raffigurazione oppure fra gli idoli e lo Spirito.




In tali dissensi già più d’uno dovette esperimentare quale sia l’origine dell’astuzia terrena; e così era avvenuto a me pure, quando ero penetrato nel dominio di caccia del Forestaro per ricercarvi di Fortunio, ch’era sparito. Da quei giorni io conoscevo i limiti tracciati alla baldanza ed evitavo d’inoltrarmi al di là del margine oscuro dei boschi, che il vecchio amava denominare la sua ‘Selva di Teutoburgo’; ed egli era maestro nello infingere una rude onestà, ricca però di raggiri.

 

Quando ero andato alla ricerca di Fortunio mi ero spinto sino al margine settentrionale di codesti boschi, mentre l’Eremo della Ruta si trovava non lontano dal margine meridionale, che confina con i paesi di Burgundia. Al nostro ritorno, invero, avevamo ritrovato alla Marina appena l’ombra dell’antico ordine di cose. Sin allora quest’ordine si era conservato pressoché immutato dai tempi di Carlo, e seppure le signorie straniere si succedevano diverse, il popolo che vi coltivava le vigne permaneva fedele ai suoi costumi e alle leggi. La stessa ricchezza e la perfezione di quella terra e del paesaggio raddolcivano presto ogni nuovo regime, per quanto aspro all’inizio: così la bellezza influisce sulla forza.




Alla Marina la vita proseguiva secondo il suo ritmo, e tuttavia non era già più la solita. Qualche volta, mentre sostavamo sulla terrazza riguardando la fiorita corona di orti e giardini attorno, sembrava a noi di udire il sospiro di una celata stanchezza e dell’anarchia. E la bellezza di quelle terre più ci accorava come i vividi colori più risplendono prima che il sole scenda all’orizzonte.

 

In quel primi tempi noi udivamo appena parlare del Forestaro, e nondimeno era singolare cosa che nella misura stessa nella quale l’antico ordine di cose vacillava e perdeva consistenza, il Forestaro sembrava avvicinarsi.

 

Dapprima furono solamente dicerie, come una epidemia che infierisca in porti lontani usa dare di sé vaghi ed oscuri annunci. Di poi, e riportate di bocca in bocca, si diffusero notizie di soverchierie e di violenze, e infine simili fatti furono compiuti apertamente e senza velame. Alla guisa come nella montagna una folta nebbia è nunzia di tempesta, una nube di terrore precedeva il Forestaro. Il terrore lo circondava ed io sono certo che la sua forza consisteva nella sua tremenda fama assai più che in lui stesso. Egli poteva agire solo quando l’ordine antico vacillasse, già sfibrato nell’intimo; ma i suoi boschi erano poi favorevoli alle scorrerie per le terre circostanti.


(Prosegue...)








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