giuliano

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IL TOMO

martedì 29 marzo 2022

L'UOM, FIERO PIU' DELLA PIU' FIERE BELVE (54)

 










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Circa l'odierno teatro (50/3) 


Prosegue con i...:  


Duetti (55) 


& Il capitolo completo, 


ovvero:



 






Il Poema Tartaro


Con gli animali parlanti 








La caricatura abbisogna (e abbisognerà) d’un breve ‘commentario’ per meglio comprendere l’ironia del vero aspetto del dramma umano. Se qualcuno rimembra come la storia del teatro nata per causa del Tiranno, si accorgerà che il Dramma in merito alla perenne disumana guerra rappresentata con se medesimo come con il prossimo, supera ogni immaginazione come aspettativa. 

 

Ovvero, oltre la rappresentazione della distruzione della Storia con i personaggi che al meglio o al peggio l’hanno interpretata e la interpretano ancora nostro malgrado, sollevando motivi spirituali e grotteschi (i quali veicolano la farsa al dramma e viceversa sino alla satira meditare e cogitare se medesima) in conflitto, oltre che con sé stessi anche con gli avversati elementi, replicati con impareggiabili interpretazioni e alterni ruoli, che al meglio si confanno ad ogni aspirante attore.




Per ciò detto nell’odierno (‘progresso’) transitato - nostro malgrado - abbiamo rilevato e ancora rileviamo, come dal Dramma (circa l’eterno èvo del Tiranno) si componga per Atti di ugual Storia procedere verso il Grottesco inscenato; il quale per sua natura deplorato da ogni buon ‘critico’ assiso dalla più rinomata loggia sino alla stiva della più povera galleria della replicata contro-Rivoluzione divenire gassata rivoluzione armata e non più proletaria inscenata per ogni borgo e fiera di paese per il bene della ‘gazza ladra’.   

 

Altri giornali apparvero in effetto,

che, le cose ponendo al punto vero,

della Corte ogni vizio, ogni difetto

rilevaro, e gli error del ministero;

ma, come alla rivolta instigatori,

perseguitati furono gli autori.

 

E benché verità riconosciuta

oggi ella sia, non già sofisma e fola,

che aver debba ciascun piena assoluta

libertà di pensiero e di parola

(ché se tal un tal libertà gli toglia,

del più bel dritto natural lo spoglia),

 

pur, s’esser vuolsi in ragionar sinceri,

la petulanza esser dovea repressa,

e la temerità de’ gazzettieri;

poiché non da color dei fatti espressa

era la verità con quel candore

che conviensi a fedele espositore;

 

ma di division sparser semenza,

confuser le cagioni e il quando e il come,

e alla perversa lor maledicenza

d’opinione pubblica dier nome;

secondaro il disordine e il delitto,

e i furbi sol ne trassero profitto.

 

E l’instituzion, che a giusto fine

diretta, esser potea germe fecondo

d’instruzion, di lumi e di dottrine,

divenut’ era un botteghino immondo

di calunnia, d’intrigo e di menzogna,

e di malignità fucina e fogna.

 

Or come in dubbio ornai più non si mette

che le Gazze non sian fra gli animali

le prime che stendesser le gazzette,

bestie mendaci, garrule e venali,

perciò i loro discepoli e seguaci

furon venali, garruli e mendaci.




Ma ciò che in questa sede viene rilevato e non certo proclamato, è l’atto ‘rivoluzionario’: ovvero procedendo in circolo su medesima ugual eterna delirante (in)ferma immobile Scena (…o piatta Terra non ancor affogata…), palco contesa & giostra dell’intera platea, disegnare compiuta geometria circa la forma, ovvero trofeo della propria immutata ‘eternità’ confermare l’infermità dell’equazione in guerra, in cerca della propria ed altrui quadratura economica alla maggiore potenza di fuoco ottenuta & poi restituita...

 

Nell’esclusivo circolo o circolarità della seppur piatta Terra in cui coniata la Storia detta… & la sua moneta!

 

Qual parte il ciitadin, qual prender puote

interesse il cultor, di pace amico,

alle altrui pretendenze oscure, ignote,

a titol dubbio di retaggio antico?

Sicché i popoli sieno in guerra spinti,

per servir sempre, o vincitor o vinti!

 

L’uom, fiero più delle più fiere belve,

è di sua specie disonor, vergogna!

Pugnan color nelle natie lor selve

in lor difesa e per la lor bisogna;

l’un contro l’altro s’armano in lor dano

gli uomini folli, e lo perché non sanno.




Ovvero, ed ancora, il Primo Attore da ognun odiato seppur da tutti amato, si alterna al trofeo del circolo esclusivo della immobile Scena; dalla Rivoluzione al suo contrario, per poi volgere nel grottesco (da cui il Dramma) e da cui nato evoluto… e dicono maturato.

 

Dacché ogni scena, come ben noterete voi assisi se sopravvissuti, in galleria platea o palchetto numerato sino alla grotta del Teatro, immune dalla Storia così come la trama che al meglio la compie e la numera scissa nei vari ma non certo disgiunti ‘Atti’: divenendo, o meglio regredendo, al sulfureo fuoco prometeico dell’antico palcoscenico, ove il Dramma nato dal celato custodito segreto, e sul quale incisa e coniata la segreta moneta della materiale ricchezza, alternare ruoli ed immutati scostumati costumi di corte.




Il motivo del Mondo Perduto proprio questo, l’incompresa volontà degli Dèi non men del Dio unico non certo ben tradotta come interpretata, ovvero il principio e il fine dell’intera ‘rappresentazione’ il quale sfugge ad ogni materiale comprensione da parte della (bestiale) natura umana; negando alla divinità la rimossa Coscienza da cui la derivata Ragion persa e con essa l’Intelletto; regredito all’antico istinto qual solo principio di sopravvivenza, istinto con cui leggere la bestia nostra amica, e porre differenza, rilevando che quest’ultima tende a godere dei benefici evolutivi della detta Divinità (in nome della Natura) dei quali l’uomo ha disgiunto e rimosso ogni arbitrio, aspirando solo all’istinto di sopravvivenza letta nel sulfureo fuoco della comune grotta.

 

Dacché - per ultimo - il rappresentarli quali animali ci sembra cosa gradita alla somma antica (rimossa ed esiliata) Divinità, la quale come l’intera Opera evolve ma non solo per grazia dell’istinto, ma per Superiore amore di Natura ad immagine di Dio!   

(Giuliano) 

 


 

 Quando nel 1769 l’imperatore Giuseppe II andò a Firenze in visita al fratello, tanto ammirò l’ingegno del Casti che lo volle con sé a Vienna. Apprezzato dalla società della Corte, si strinse particolarmente d’amicizia col figlio del principe di Kaunitz e lo accompagnò nei suoi viaggi in Europa, venendo introdotto nelle varie Corti come personaggio del seguito del conte, sebbene egli non ricoprisse nessuna carica diplomatica.

 

Nel 1778 fu a Pietroburgo.

 

L’imperatrice gli dimostrò grande simpatia, ma non per questo egli rinunciò a dare della Semiramide del Nord e dei costumi russi un ritratto crudamente satirico nel Poema tartaro. Le avventure del protagonista, Tommaso Scardassale, crociato che, prigioniero del califfo di Babilonia, di fronte al pericolo di essere promosso eunuco del serraglio fugge con la bella Zelmira e ripara tra i Mongoli, danno modo allo scrittore di illustrare personaggi e costumi della Russia settecentesca…




 …Sotto il personaggio di Siveno il Casti ha  adombrato se stesso per commentare liberamente quanto egli aveva osservato dei costumi russi. Sebbene non pubblicato allora, il Poema tartaro suscitò gravi risentimenti alla Corte russa, e Giuseppe ritenne opportuno allontanare il poeta, che, recatosi a Venezia, di lì intraprese il suo viaggio in Oriente descritto nella Relazione di un maggio a Costantinopoli. Tornato a Venezia, passò poi qualche tempo a Torino, indi a Milano dove rimase sino al 1790.

 

Uscì in quell’anno a Roma la prima edizione delle Novelle galanti, delle quali diciotto erano state composte già al tempo del viaggio in Russia; altre poi ne aggiunse il Casti sino nel 1802, componendone in totale quarantotto. Sono esse l’opera che sopra tutto valse al Casti le severissime censure per le quali dal Parini al Carducci e allo Zanella egli è passato in fama di scrittore osceno ed esecrando. In vero anche a proposito di queste novelle, per le quali noi non ammettiamo, se non per riscontri esterni e contenutistici, che si faccia il nome del serenissimo e monellesco Boccaccio e nemmeno quello del molto più geniale Aretino…




Nonostante le aspre critiche italiane i giudizi favorevoli di Goethe (vedi Viaggio in Italia), o di Stendhal (vedi Promenades dans Rome, Lettera del 19 giugno 1828), lo portano alla nostra attenzione, e si assommano al breve Saggio-poetico che stiamo per introdurre - e per il quale - si posò l’attenzione di Lady Morgan adottandolo quale epigrafe al suo libro su La Francia una sestina degli Animali parlanti!

 

In quello che doveva essere il ‘prologo’ degli Animali parlanti e fu dato invece in appendice al poema col titolo di ‘origine dell’opera’, il Casti racconta come la sua storia derivi da un antichissimo testo indiano, ceduto da un vecchio bramino a un viaggiatore inglese e giunto a lui dopo varie traversie. Le vicende si fingono così in un tempo preistorico nel quale gli animali avevano l’uso della ragione e della parola, erano come sono ora gli uomini con le medesime passioni e i medesimi vizi (alle virtù vien fatta ben poca parte); e questo fa sì che il lungo apologo assuma, senza ricorrere a sottili allusioni, il significato di una satira diretta della società in cui il Casti viveva, e, in parte, di qualunque società umana; ma se ogni magagna morale ed intellettuale degli uomini è messa in luce, la satira ha sopra tutto un significato politico.




Lo scrittore narra infatti come, volendo gli animali darsi un governo, per l’abile politica del Cane, capo di parte democratica, elessero re il Leone e come, senza rispetto della libertà, venne costituita una monarchia assoluta, che riuscì pur sopportabile alla maggior parte dei sudditi grazie al carattere bonario del sovrano. Ma alla morte di Leone I la situazione muta: la Leonessa assume la reggenza in nome del figlio deficiente e inetto; congeda il Cane e nomina primo ministro la Volpe, personificazione del peggiore machiavellismo.

 

Cresce la corruzione alla Corte, e, per combattere il partito realista, gli scontenti si organizzano in un loro club del quale sono anima l’Elefante e il Cane, e in seguito la Tigre. Le astuzie della Volpe non valgono ad evitare l’irreparabile sconfitta del partito monarchico, ed in una sanguinosa battaglia campale per la sua incoscienza il Leoncino trova la morte.




Quando si viene alle trattative di pace, delle quali il più attivo intermediario è il Coccodrillo, i plenipotenziari dell’una e dell’altra parte mettono in moto tutta la loro abilità diplomatica. Ma tutto è vano: il grande incontro fissato nell’Atlantide è interrotto da un cataclisma che subissa l’intero continente e gli animali. In questa trama e nei vari episodi che essa implica non è difficile riconoscere molti caratteri della vita politica francese tra gli ultimi anni del regime monarchico e la Rivoluzione, e questo aiuta a comprendere la grande fortuna che il poema ottenne ai suoi giorni. La satira insistentemente rivolta contro le assurdità dei, governi assoluti, il diritto divino dei, sovrani, l’inutilità dei cortigiani e la loro corruzione…., sfocia nel grottesco…






 IL PORCO E’ NOMINATO AMBASCIATORE

 

 

Un Porco ambasciador! Nelle assemblee

si sa però che il Can volea brillare,

e il Porco è un animal che mangia e bee

e dorme e non s’impaccia, e lascia fare;

questa del Can fu la ragione, e in Corte,

come nel ministero, è ragion forte.

 

Ma di quel Can politico le mire,

gli occulti intrighi ed i maneggi suoi

con precision vi vo’ scoprire,

acciò se ambasciador siete anche voi,

esser sappiate a tempo e loco scaltri,

né vi lasciate intrappolar dagli altri.

 

È noto che al Leon procurò il regno

il Can per divenir primo ministro;

ma essendo a vòto poscia ito il disegno,

pensò cangiare al solito registro,

e di nuovo in repubblica vorria,

s’è possibil, cangiar la monarchia.

 

Poiché, vedendo esser follia por fede

Nell’arbitraria volontà d’un solo,

di governar più facilmente crede

qual docil gregge un numeroso stuolo,

e, acciò non sia chi gli osti in tale idea,

trovar miglior del Porco non potea.

 

Temea pertanto che la Tigre, infetta

di regie pretendenze essendo anch’essa,

per far più memorabile vendetta

della rivale sua la Leonessa,

in sé non meditasse il gran disegno

di formar nuovo separato regno.

 

Scusar voleasi il Porco, a cui molesta

è ogni incumbenza, ogni fatica è critica,

e al Can dicea: ‘Cosa ti salta in testa

d’aggregar anche i Porci alla politica?’

E il Can: ‘Esperienza, a quel ch’io veggio,

non hai del mondo ancor; tu vedrai peggio. 

 

Credi tu che politiche incumbenze

in corti animalesche, in gabinetti,

in pubblici congressi, in conferenze

non si maneggin spesso da soggetti

in paragon di cui tu co’ tuoi pari

più fatto sei per maneggiar gli affari?

 

Scuotiti dunque al fin: nulla far vuoi

acciò dei Porci ancor parli la storia?’

E il Porco: ‘Ciascheduno ha i gusti suoi;

lascia a me l’ozio, e lascio a te la gloria;

tu piacer trovi a fare il faccendiere

E io trovo in non far nulla il mio piacere’.

 

E il Can: ‘M’avveggio ben che non presumi

come tant’altre bestie, e che diffidi

de’ tuoi propri talenti e de’ tuoi lumi:

ma se ardue cose odi vantar, deh! ridi:

il mestier per cui credi acume e ingegno

richiedersi, in due motti io te l’insegno’.

 

Ad altro stil l’indole tua natia

dalle usate abitudini non torco:

continuerai, come facesti pria,

a far la vita del beato Porco.

Potrai, senza contrarre alcun legame,

mangiar, dormir, finché avrai sonno e fame.

 

Fa sol quel che dich’io, né fallirai;

lascia le cose andar com’ esse vanno:

se andranno ben, tutto l’onor n’avrai;

se mal, la colpa i subalterni avranno.

Gli animai per lo più guastar le cose,

Natura al posto lor poi le ripose.

 

Basta per farti onor che ti procuri

per lo servigio solito, ordinario,

due buoni appoggi solidi e sicuri:

un bravo cuoco e un bravo segretario, 

l’un per gli affari, e l’altro per la mensa;

e ciò da ogni altra cura ti dispensa.

 

Il mondo, Porco mio, va da se stesso,

e chi governa men, meglio governa;

e se me vedi attivo ed indefesso,

ciò vien da malattia innata, interna;

ambo la causa pubblica con frutto

servirem, tu nulla facendo, io tutto’.

 

Mentre il Can già così sillogizzando

Coll’ordinaria sua persuasiva,

il Porco grufolando e bofonchiando

sonnecchiava talor, talor grugniva;

stanco e noiato alfin d’ascoltar più,

disse: ‘Giacché lo vuoi così, fa tu’. 








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