giuliano

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IL TOMO

domenica 6 marzo 2022

KULTURA & CIVILTA' (42)












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Di kultura & civiltà (41/1) 


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Un acquisto di civiltà è, per esempio, ogni grande opera d’arte che è accolta dagli uomini di un dato tempo e trova eco tra loro. Questo effetto può essere visibile in una cerchia più ristretta o più larga, può durare poco o molto ed estendersi in certi casi fin dove giunge l’occhio della mente. Sarebbe un’impresa fuor di luogo illustrare questo fatto con una serie di esempi: un vero commento equivarrebbe a un elenco di tutte le grandi opere d’arte di tutte le epoche, di tutti i pensieri filosofici e infine di tutti i sistemi religiosi che sono ‘più che civiltà’, è vero, ma fanno parte di essa. Sorge immediatamente la questione se ogni scoperta scientifica e ogni constatazione di fattori ignoti nella natura siano da considerarsi senz’altro come acquisti di civiltà. 

 

Sarà difficile rispondere di no, ma bisognerà trattare il problema con cautela. La scienza col suo potente sviluppo e la sua sorella minore, la tecnologia, hanno avanzato dal secolo XIX in qua la pretesa di essere esse la civiltà. Purtroppo però l’esperienza insegna che le più alte forme di evoluzione scientifica possono abbinarsi alla peggior barbarie.

 

[…] Alla lunga serie delle citate perdite di civiltà che ci straziano il cuore dobbiamo aggiungere ancora un amaro capitolo. Si tratta, è vero, di una perdita di civiltà che risale solo indirettamente alla stoltezza degli uomini e va quindi citata a parte. Alludiamo al tramonto del paesaggio, alla scomparsa cioè di quella Natura immediata che una volta circondava quasi dappertutto le dimore umane. Questa sparizione dell’intatta Natura è un fenomeno che si manifesta in misura diversa nei singoli paesi e nelle varie regioni.




La scomparsa della Natura intatta è un fenomeno che soltanto ora, verso la metà del secolo XX, appare in tutta la sua estensione. Esso è lamentato specialmente da quelli che oggi hanno raggiunto la vecchiaia, poiché hanno visto coi propri occhi svilupparsi e allargarsi la distruzione del paesaggio. I giovani non se ne dolgono o se ne dolgono poco: sono cresciuti infatti in una Natura già sfigurata e non sanno quel che dicono quando affibbiano a noi vecchi, che rimpiangiamo la bellezza perduta, il titolo di romantici in ritardo. Per intendere il nostro dolore i giovani avrebbero dovuto conoscere direttamente le regioni intatte dove per interi distretti non esistevano strade, come io stesso potei constatare ancora cinquant’anni or sono nel Westerwolde e in grandi parti del Drente. Sarebbe grave errore pensare che qui si voglia rammentare una bellezza scomparsa sostituita ormai da un’altra bellezza. Qui si parla invece di distruzione di civiltà, del fatto che la terra diventa inetta ad accogliere la vera civiltà dacché la si lavora per lo sfruttamento e il rendimento di una quantità sempre maggiore di prodotti utili.

 

Quando il professor Baas Becking, direttore dell’Orto Botanico di Buitenzorg, ebbe a dirmi: ‘Dio ha creato la natura e l’uomo il deserto’, non fece così per dire, ma parlava con la massima serietà.




…Il grande botanico testé mentovato crede però che la verità delle sue parole sia riconoscibile alquanto oltre i limiti della storia che tutti conoscono. Dove oggi si estendono i grandi deserti (salvo le zone polari) il terreno rivela tracce di una rigogliosa vegetazione che deve avervi prosperato prima che quei territori inaridissero. Il secolare processo di rovina del paesaggio a opera dell’uomo continua ancora, nonostante i seri provvedimenti per il rimboschimento, dovunque sorgano come funghi le brutte città su quei terreni che una volta erano brughiere o boscaglie. Può darsi però che la distruzione della Natura pura sia inevitabile fino a un certo punto. Considerazioni e argomenti economici circa l’evoluzione della popolazione (e non solo) agraria portano alla conclusione che l’uomo è costretto a distruggere il paesaggio intatto. La terra deve ‘nutrire’ i suoi abitanti e perciò si sarà sempre più costretti a mettere ogni metro quadrato di terreno a disposizione della produzione e dell’industria; per quanto si faccia, non è possibile che tutta la terra sia dichiarata parco nazionale. E così una regione dopo l’altra finisce col non essere più creatrice o conservatrice di civiltà.

 

Abbiamo già detto che violando la Natura intatta l’uomo perde più che la sola bellezza del paesaggio. Ma anche questa bellezza è un elemento molto importante e chi l’ha veduta nella sua purezza sa quale valore rappresenti nella vita. Con la mutilazione di un paesaggio non scompare soltanto uno sfondo idillico o romantico; si perde una parte di ciò che costituisce il senso della vita. Concluderò queste osservazioni con alcune parole che cito da una dissertazione del professor Burgers sul rapporto fra il concetto di entropia e le funzioni vitali. In questa dissertazione, che seguì la conferenza di Baas Becking sull’entropia e la dissipazione, si legge:




‘La stragrande maggioranza delle azioni umane consiste nel costruire ordinamenti a spese di qualcosa che in altro riguardo potrebbe essere considerato ugualmente un ordine. L’esatta conoscenza di questo fenomeno è di grande importanza pratica, soprattutto perché la Terra (prescindendo dall’energia solare che essa riceve) è per noi un ambiente chiuso. La spensierata demolizione, e in special modo lo spreco inconsiderato dei prodotti di demolizione e di rifiuto, senza che si badi alle conseguenze, celano il pericolo di un impoverimento e di un intossicamento della cui gravità quasi non ci rendiamo conto. Basta pensare al modo in cui l’uomo distrugge le forme e la bellezza naturale della vegetazione, del mondo animale e della natura del suolo, e immaginare come queste distruzioni, anche chi non pensi alle conseguenze materiali, covino grandissimi pericoli per la nostra sanità spirituale. Fin tanto che il numero degli uomini era più piccolo questo problema aveva poca importanza; infatti in sostituzione dei territori guasti si poteva servirsi di zone sempre nuove e intanto c’erano forze rigeneranti che agivano nella natura circostante. Ora invece il territorio assoggettato all’attività umana comprende quasi tutta la Terra e di questo fatto ci rendiamo conto più chiaramente che mai. La crisi dolorosa nella quale l’umanità si dibatte è collegata, possiamo dire, col fatto che l’uomo non ha più territori nuovi a sua disposizione’.

 

A questo punto chiuderemo il nostro esame di quella triste serie di perdite di civiltà che affliggono il nostro tempo, benché l’argomento non sia affatto esaurito. Ma desideriamo passare finalmente alla parte positiva del nostro assunto, alle prospettive cioè di un risanamento della nostra civiltà. Al principio del 1940, su invito della redazione della “Fortnightly Review”, scrissi un articolo che fu pubblico nell’aprile dello stesso anno, poco prima che il nostro paese fosse sopraffatto, col titolo ‘Conditions for a recovery of civilization’. Quanto segue è in un certo senso una più ampia rielaborazione dei pensieri allora formulati; e spero che, in base alle esperienze dei quattro anni dolorosi passati fino a oggi, il mio pensiero abbia preso aspetti più esaurienti.




Il nostro discorso non tocca, come abbiamo già osservato, il problema della ricostruzione economica e sociale perché in questo campo mi sento del tutto incompetente. Ci limiteremo pertanto a chiedere che cosa sarà necessario dal punto di vista politico per passare dallo stato di guerra allo stato di pace o almeno alla fine vera e propria della violenza armata.

 

Immaginiamo che la guerra in Oriente e in Occidente abbia a terminare nel modo più favorevole, più favorevole, s’intende, per la civiltà. Vorrebbe dire ristabilire e confermare un ordine giuridico internazionale sulla base del diritto delle genti che vigeva nel 1939; si annullerebbe dunque ogni mutamento territoriale avvenuto, in seguito ad aggressioni, dopo lo scoppio del conflitto e alcuni anni prima, in attesa delle decisioni di un congresso della pace che, dopo attento esame, potrebbe introdurre modificazioni definitive nella distribuzione politica della Terra. Supponiamo inoltre che si sia creata almeno l’impalcatura di una sana amministrazione della Terra da parte di alcuni Stati grandi e di numerosi piccoli, uniti tutti insieme in un organo dotato di potere. Infine vogliamo supporre ancora che per la ricostruzione economica si sia trovata una formula la quale soddisfi, se non tutti, per lo meno una buona maggioranza.

 

S’intende che tutto ciò non sarebbe assolutamente sufficiente per riportare la civiltà a un alto livello. Anzi il sistema pacifico, dato qui per ipotesi, non avrebbe alcuna possibilità di agire in maniera conforme allo scopo. Gli organizzatori della pace si troverebbero dapprincipio di fronte a una quantità di problemi (e così sarà effettivamente), l’uno più difficile dell’altro, benché anche questi compiti siano più che altro uno sgombero di macerie. Certo non si tratta di rovine materiali dovute a devastazioni di pietre, calce e terreno, ma di rovine spirituali che questa guerra si lascerà dietro di sé. Sarebbe molto importante che a quella parte del mondo che rimarrà senza rancori e senza sete di vendetta si potesse presentare una visione della storia purgata dalle menzogne più grossolane. Una siffatta visione storica, anche se non potesse mai raggiungere l’oggettività perfetta, qualità impossibile nella storia, si fonderebbe almeno sulla ragionevolezza senza prevenzioni e sul sincero desiderio di verità.




Quanto ne siamo lontani, è noto a tutti, da qualsiasi parte abbiano combattuto e sofferto. È indubitabile che nessuna vittoria militare, per quanto possa essere decisiva, sarà mai in grado di debellare o mettere in fuga le forze della menzogna. Lo spirito della menzogna risorgerà immediatamente e impiegherà tutte le energie per erigere, sull’ancor fresca bruttura d’una mentalità bugiarda che infettò interi popoli, nuovi edifici di menzogne; la radio, la stampa e la scuola si metteranno presto a disposizione di quella pericolosa mentalità.

 

Come ovviare però al nuovo male se, ritornata la pace, non si sarà ancora sconfitto il male vecchio?

 

Come si vede, anche volendo limitare il pensiero al campo politico, si è tosto trascinati nella zona dei problemi etici e culturali.

 

Una visione sincera della storia del recente passato è dunque una delle imprescindibili condizioni del risanamento della civiltà, anche se paia impossibile portare gli uomini a una concezione unitaria degli avvenimenti. Solo a poco a poco si vedrà se lo spirito di certi popoli nella loro totalità fu sconvolto, dalle filosofie fatte in serie e loro imposte, così profondamente da rendere impossibile la riparazione dei danni causati. Certo però gli sforzi per guarire e ristabilire la civiltà danneggiata non si possono prorogare fino a che questa questione sia risolta. Per quanto la parte pensante dell’umanità sia profondamente convinta che fra cent’anni nessuno parlerà di dottrine razziali politiche e di simili parti mostruosi dello spirito umano, questa convinzione non avrà alcun valore pratico nel prossimo avvenire. Prima di tutto si tratterà di agire con intervento immediato su un processo morboso già molto avanzato.




E, per illuminare il compito da un altro lato, si farà ancora in tempo a tentare possibilmente la rieducazione delle generazioni ormai guaste?

 

In parecchi paesi si è avvelenata la gioventù per anni e anni con teorie assurde e la si è umiliata ammaestrandola a occupazioni del tutto sterili, di modo che si poté diffondere una quantità inaudita di stupidità e di radicale mancanza di umanità. In questi paesi la nefanda introduzione della promiscuità giovanile e l’esagerazione ed eccessiva stima della cultura fisica hanno reso persino molti giovani inetti alla riproduzione igienicamente sana. Non tratteremo qui ampiamente del pericolo d’una sopravalutazione della cultura fisica. Che un pericolo ci sia, mi sembra manifesto. I pregi degli esercizi fisici e particolarmente dello sport sano sono superiori a ogni dubbio; ma non si deve esagerare la stima della cultura fisica al punto da respingere l’educazione dello spirito, non senza menare qualche botta all’“intellettualismo” o a qualche cosa cui si dà questo nome. Guardiamoci dall’innalzare a ideale esempi simili a quello di Milone di Crotone che sosteneva sul collo il peso d’un toro.

 

Soltanto l’avvenire mostrerà se con un’azione pedagogica, sia pure svolta in modo eccellente, si possa ancora raggiungere qualche cosa nel senso di umanizzare le generazioni traviate e corrotte; ma noi non vogliamo abbandonare questa speranza.




Non tutti i guasti, ai quali si dovrà ovviare nel prossimo avvenire tra la giovane generazione, sono conseguenze dirette della guerra o di cattivi principi politici. Si deve tener conto del fatto universalmente diffuso che anche la vita privata è senza mèta, senza direttive precise. Questa mancanza incominciò a diffondersi già negli ultimi anni del secolo XIX e non trova una spiegazione sodisfacente nella diuturna crisi economica e nelle convulsioni sociali. Si manifesta in una diminuzione della voglia di eseguire lavori ordinati, in un disorientamento entro un dato ambiente e nell’assenza di un vero e fondato rispetto per i valori e gli ideali.

 

Ora, se ci rivolgiamo al problema dell’epurazione dello spirito stesso, la quale sarà indispensabile quando esso debba ridiventare un creatore di civiltà, è evidente che anzitutto si dovrà debellare l’esagerazione del nazionalismo. L’ipernazionalismo come dogma e convinzione, vale a dire come atteggiamento spirituale, lo si può combattere, vogliamo sperare, anche con mezzi spirituali; sarebbe un enorme passo avanti se la media degli uomini relativamente colti comprendesse la quasi universale sopravalutazione ed errata interpretazione del concetto di comunità nazionale. E non sono soltanto i fascisti e i loro amici ad avere una stima esagerata di questo concetto, ma tutti noi l’abbiamo.




L’opinione, professata sempre con tanta insistenza, che le nazioni sono antichissimi prodotti del sangue e del suolo o per lo meno di circostanze storiche inevitabili e predestinate, si rivela errata alla più semplice considerazione storica. La conoscenza di questo errore è indipendente dalla convinzione o concezione politica e richiede soltanto un minimo di nozioni storiche e di capacità di giudizio. Certo in tutte le questioni che riguardano il concetto di nazione ci s’imbatte subito in un’antinomia, vale a dire una deduzione contraddittoria, un “è così, eppure non è così”. Questa interiore contraddizione si potrebbe eliminare affermando che le nazioni sono fenomeni antichissimi, le nazionalità invece, nel senso di carattere popolare e costume unitario, fenomeni molto recenti. Se nell’Antico Testamento si parla di gentes (“nazioni” o “popoli”), si può effettivamente mettere questa denominazione in rapporto col moderno concetto di nazione; in queste associazioni si deve però ricordare sempre che l’antichità, da Babilonia all’impero romano, non ha mai pensato in categorie etniche, come il carattere popolare, il costume popolare o la comunità linguistica, ma al posto di queste categorie si trova il concetto di dominio (regno, cioè comunità di signoria o di culto).

 

[….] Nessuno avrà il coraggio di affermare che il mondo moderno nelle sue maggiori suddivisioni di Stati e popoli sia maturo per un siffatto progresso morale. Eppure lo si deve considerare un postulato impellente, essenziale per un risanamento culturale, indispensabile persino per l’elemento più esteriore e superficiale di questo risanamento, per la fiducia fra gli Stati. In verità non si vedono le basi necessarie per ravvivare una vera e propria civiltà nei prossimi tempi. In nessun luogo sono messe al bando l’avarizia, la violenza, la smania di dominio, e il mondo va incontro al prossimo avvenire come una comunità di predoni avidi di guadagno e di godimento. Per la civiltà occidentale le prospettive sono ancora tenebrose.

 

Dovremmo dunque constatare la necessità di adattarsi al suo ulteriore decadimento?

 

Niente affatto.

 

L’incrollabile risultato delle nostre considerazioni dev’essere invece questo: anche se la comunità non è matura e forse non sarà mai matura per un essenziale miglioramento dei suoi difetti, ogni individuo nella sua minuscola personalità deve fare continui sforzi per attuare almeno in piccola parte quell’indispensabile progresso nell’amore del prossimo.


(J. Huizinga)







 

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