giuliano

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IL TOMO

lunedì 18 aprile 2022

LA GRANDE SVOLTA (9)

 






 



 

 Precedenti capitoli: 


Il cimitero di guerra (5)


Un appello! (1/8) 


Il paesaggio muta  


La 'Grande Svolta' 


prosegue.... 


fra Stalin & Dugin (10/1)









Dopo oltre un decennio di varie e contraddittorie sperimentazioni, il sistema economico-sociale dell’URSS fu forgiato col ferro e col fuoco in un brevissimo arco temporale, rimanendo quasi inalterato - se si eccettuano pochi ritocchi - per più di mezzo secolo, finché non si dissolse per interno disfacimento al tempo di Gorbačëv. All’improvviso, all’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana. Un così audace e radicale progetto non poteva non suscitare l’accanita resistenza, nelle più svariate forme, delle vittime, in primo luogo dei contadini ai quali, da un giorno all’altro, venne imposto di consegnare attrezzi e bestiame e di entrare nelle fattorie collettive (cioè statalizzate).




La collettivizzazione forzata dell’agricoltura fu, sin dal principio, il vero perno del nuovo sistema economico, che mirava ad una faraonica industrializzazione da attuarsi, secondo i piani, in tempi rapidissimi e che venne di fatto realizzata a rotta di collo e con inauditi squilibri. E, poiché nelle campagne viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, la lotta alle piccole aziende agricole significò lo scatenamento di una guerra sociale di proporzioni gigantesche e richiese l’uso dei più spietati mezzi repressivi. Quella guerra, iniziata nel 1929, causò spaventose ecatombi umane e si concluse, qualche anno dopo, con il completo assoggettamento dei contadini dell’URSS, ridotti al rango di servi della gleba. La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor.




Non occorre adesso indagare sui dibattiti che precedettero la collettivizzazione né sulle ragioni che indussero Stalin e i suoi compagni d’arme a quella fatale scelta. In principio, la decisione di porre fine al sistema delle aziende individuali, fino allora prevalente, fu annunciato in termini rassicuranti e tali da fugare i timori di un mutamento celere e brusco. La risoluzione approvata nel dicembre 1927 dal XV congresso del partito comunista, infatti, ribadiva la necessità della ‘trasformazione delle piccole aziende contadine individuali in grandi complessi collettivi’, ma teneva a precisare che ‘un tale processo può avvenire solo con il consenso dei contadini lavoratori’. 

[…..] 

Quando, nella lettera del 24 luglio 1932 a Kaganovič e a Molotov, Stalin si disse favorevole a ridurre l’entità degli ammassi imposti all’Ucraina, la nuova proposta fu presentata anzitutto come un atto di giustizia verso una regione particolarmente colpita dalla crisi. Ma, subito dopo, il segretario generale soggiungeva che quello sconto era altresì motivato dalla peculiare collocazione dell’Ucraina, ossia dalla ‘frontiera comune con la Polonia’. Per capire il senso del lapidario e sibillino accenno, bisogna ora dire qualcosa sulle preoccupazioni di politica estera che, assieme alle difficoltà interne, allora angustiavano Stalin e il vertice del partito.




Non è il caso di ripercorrere qui le relazioni internazionali e le linee di politica estera dell’URSS all’inizio degli anni ’30. Basterà ricordare fugacemente almeno alcuni aspetti del problema, che ci aiutano a inquadrare meglio le vicende di cui faremo menzione. La prima cosa da dire è che, se fin dalla sua nascita lo Stato sovietico aveva mostrato un atteggiamento insieme cinico e mutevole nei rapporti con il mondo esterno, dalla fine degli anni ’20 la sua condotta fu ancor più dettata dalla furbizia tattica e dalla confusione. Alla naturale volontà di salvaguardare ad ogni costo il loro regime, i gerarchi comunisti avevano sempre unito il desiderio di gettare il seme della rivoluzione comunista nei paesi con i quali avevano normali e, in taluni casi, eccellenti relazioni diplomatiche.

 

Tale condotta si fece sempre più schizofrenica dopo l’inizio della grande crisi economica, che squassò il mondo capitalistico e che coincise con l’avvio della ‘grande svolta’ all’interno dell’URSS. I faraonici progetti industriali esigevano l’apporto delle più avanzate tecnologie occidentali e la fattiva collaborazione dei migliori esperti stranieri. Ma come poteva tutto ciò conciliarsi con i progetti di rivoluzione mondiale, proclamati ad alta voce dal Comintern (l’Internazionale comunista)? E come programmare e trattare sempre nuovi accordi commerciali con paesi - quelli del progredito occidente -, dei quali si predicava e si sperava l’imminente crollo?




In verità, siffatti dilemmi non furono di ostacolo ai comunisti russi i quali sapevano ormai coniugare anche in politica estera realismo e fantasticheria, intransigenza dottrinaria e capacità di adattamento. Sta di fatto che mai, come negli anni del primo piano quinquennale, furono così stretti i rapporti economici tra l’URSS e il mondo occidentale (senza il cui concorso, del resto, non sarebbe stata possibile l’industrializzazione sovietica).

 

Eppure, anche allora la psicosi da fortezza assediata - che da sempre li ossessionava e che mai cesserà di angustiarli - tormentava i signori del Cremlino, pronti a immaginare piani bellici orditi da ogni dove contro di loro. All’inizio degli anni ’30 erano la Polonia, in occidente, e il Giappone, in oriente, i paesi imperialistici dai quali il regime comunista si attendeva le più pericolose minacce di guerra. Abbiamo già avuto modo di ricordare la lettera a Molotov del 1° settembre 1930, nella quale Stalin paventava la formazione di un aggressivo blocco militare degli Stati baltici capeggiato proprio dalla Polonia.




A paventare il pericolo polacco, nei palazzi del Cremlino, era più di tutti Stalin, convinto che il maresciallo Pilsudski intendesse approfittare del caos all’interno dell’URSS per muovere guerra al vicino orientale e impadronirsi dell’Ucraina. Di qui la sua ansia di concludere al più presto con la Polonia un patto di non aggressione, le cui trattative si trascinavano da lungo tempo.

 

In quegli anni Stalin non aveva molto tempo da dedicare alle faccende di politica estera, le quali, infatti, occupano uno spazio minore nella sua corrispondenza segreta con Molotov, Kaganovič e altri gerarchi del Cremlino. Ma ciò non vuol dire che i suoi messaggi e ordini riguardo agli affari internazionali fossero meno imperiosi di quelli, ben più numerosi, dedicati alle drammatiche vicende interne. Proprio a causa della relativa scarsità delle missive di Stalin concernenti le questioni internazionali, è meno facile ricostruire la sua strategia in tale materia.




…Leggendole, si ha l’impressione che egli non avesse le idee molto chiare e che sovente navigasse a vista, fosse cioè più incerto e titubante che nelle scelte di politica interna. Anche queste ultime, come abbiamo visto, sembravano improntate al tatticismo e all’improvvisazione; ma tale condotta, in realtà, si originava dalla necessità di far fronte ai nuovi e imprevisti ostacoli via via incontrati nell’attuazione della ‘grande svolta’.

 

La meta finale non venne mai persa di vista, ma sempre perseguita con tenacia, malgrado i clamorosi insuccessi e i sordi malumori all’interno del partito. In politica estera, invece, gli obiettivi di fondo (la sopravvivenza dell’URSS e la rivoluzione in altri paesi) erano troppo generici per indicare il concreto cammino da percorrere. La prima finalità, non occorre dirlo, era un’assoluta priorità per Stalin e per tutti i comunisti. Ma anche al secondo obiettivo, strombazzato dal Comintern, egli sembrava allora credere, quantunque in forme meno ingenue e invasate rispetto ai suoi compagni d’arme; ciò, almeno, pare emergere dalle lettere di quegli anni.




 Il fatto che Stalin non avesse, tante volte, una chiara visione delle scelte da operare si ripercuoteva, inevitabilmente, nella politica estera sovietica, accrescendone il caos. Un altro fattore di confusione era, per quanto ciò possa sembrar paradossale, la relativa autonomia del commissariato del popolo per gli affari esteri (Narkomindel), retto da funzionari i quali, anch’essi comunisti, vantavano tuttavia una lunga esperienza diplomatica e ragionavano quindi in termini un po’ diversi dai loro compagni di partito.

 

Il responsabile del commissariato era, dal luglio 1930, Maksim Maksimovič Litvinov, il quale si mostrava indipendente anche dal capo del governo Molotov, solendo anzi rivolgersi a lui senza troppe cerimonie. Il Narkomindel era il solo importante settore dell’apparato governativo, sul quale Stalin non esercitasse ancora uno stretto controllo. Quando capitava che le sue proposte divergessero dalle scelte di Litvinov, egli doveva ricorrere ad uomini di fiducia, condurre cioè una sorta di diplomazia parallela. Tutto poi si risolveva e si decideva in seno al Politbjuro, le cui riunioni sin dai tempi di Lenin erano presiedute dal capo del governo (e dunque, dalla fine del 1930, da Molotov) e dove Stalin la faceva da padrone ottenendo quasi sempre vittoria. Ma il lavoro diplomatico ha regole e ritmi ben più complessi, necessitando di lunghi sondaggi e preliminari, a cui solo i funzionari di carriera sono allenati; e, quindi, la diplomazia personale del segretario generale rischiava a volte d’intralciare il normale operato del Narkomindel.




La questione polacca, che qui c’interessa, è un esempio degli attriti e delle incomprensioni tra il commissariato per gli affari esteri e il vertice del partito. La Polonia di Pilsudski, allora abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne del limitrofo Stato comunista, suo acerrimo nemico sin dalla guerra del 1920. Della carestia in Ucraina tutti sapevano: ne parlavano liberamente i giornali; si svolgevano manifestazioni antisovietiche, organizzate dai gruppi patriottici ucraini; giungevano quotidianamente lugubri notizie di prima mano, portate dai tanti profughi che varcavano la frontiera per sfuggire alla fame. Ma il governo non era così maldestro e avventato da gettarsi in una rischiosa impresa militare contro l’URSS, pur essendo il paese dei soviet devastato da una lacerante crisi interna.

 

Il fatto è che il quadro delle relazioni internazionali, assai mutato negli ultimi anni, inquietava non poco il governo di Varsavia. Non è agevole riassumere in poche frasi le tante novità che, mettendo in crisi il fragile equilibrio esistente, spingevano le cancellerie europee alla ricerca di un nuovo e più stabile assetto. Ricordiamone, a volo d’uccello, almeno alcune.




Il riavvicinamento tra Francia e Germania angosciava il governo polacco, tradizionale alleato della prima e fiero antagonista della seconda. La conferenza di Locarno, svoltasi nell’ottobre 1925 e conclusasi con l’omonimo patto, aveva riconosciuto le frontiere tra Francia, Germania e Belgio, fissate dai trattati di pace conclusi dopo la prima guerra mondiale; e il successivo ingresso della Germania nella Società delle nazioni (settembre 1926) fu un ulteriore passo verso la fine dell’isolamento tedesco e il riavvicinamento tra Francia e Germania. Ma l’atto simbolico più importante della riconciliazione tra i due paesi, fino a pochi anni prima acerrimi nemici, fu il viaggio a Parigi del ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann (agosto 1928). Il quale, benché malato, volle recarsi nella capitale francese per la solenne firma del patto Kellogg-Briand sulla rinuncia alla guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. Lo statista tedesco venne accolto da manifestazioni entusiastiche, così descritte dall’inviato parigino della ‘Frankfurter Zeitung’: ‘Si sventolavano i cappelli, si alzavano in braccio i bambini: voci francesi e tedesche si mescolavano in un potente coro di benvenuto, nel quale non mancavano tuttavia alcuni fischi acuti - ne abbiamo potuto contare tre’.


[Prosegue con il capitolo quasi completo]









 

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