giuliano

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IL TOMO

giovedì 21 aprile 2022

L'AVVENIRE DEL LAVORATORE (e briciole di Memoria...) (13)

 









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Circa l'Avvenire 








del lavoratore (12) 


Prosegue con un...: 


Dialogo.... 


(fra passato e presente) (14)







Un altro utile incontro fu per Mussolini quello con Angelica Balabanoff, personaggio già di notevole rilievo nel socialismo internazionale. Era una russa di buona famiglia borghese, che fin da giovanissima si era imbrancata con quella intellighenzia rivoluzionaria da cui venivano anche i Lenin, i Trotzky, e gli altri futuri grandi del bolscevismo. A spingercela era stata la ribellione contro la meschinità, lo snobismo provinciale, il sussiego di casta, i tabù del suo ceto. Essa stessa ha raccontato che, per una cerimonia nuziale, suo zio aveva fatto fermare un treno per dare tempo agl’invitati di fare i brindisi d’uso mentre gli altri viaggiatori aspettavano rassegnatamente seduti sui loro bagagli.

 

A ventidue anni era espatriata e aveva girovagato per i Paesi occidentali, guadagnandosi la vita come traduttrice perché aveva, come tutti i russi, gran disposizione alle lingue, e ne parlava correntemente otto. Gli anni più felici li aveva trascorsi in Italia, dove fra l’altro aveva seguito le lezioni di Antonio Labriola, il più serio interprete di Marx. Ma, a differenza della sua compatriota Anna Kuliscioff con cui non fu mai in buoni rapporti nonostante la comunità di origine e di idee, non era soltanto un’intellettuale del socialismo. Lo praticava da militante, vivendo da proletaria fra i proletari. 




Fu così che nel 1902, mentre teneva a Ginevra un piccolo comizio a un gruppo di emigrati italiani, vide fra i suoi ascoltatori un giovanotto dagli occhi sbarrati e dal volto cadaverico sotto la barba mal rasata. Scesa dal podio, volle conoscerlo. Mussolini le si presentò come un disperato, minato dalla sifilide e da una tabe ereditaria, e incapace di sopportare qualsiasi lavoro. Non si è mai saputo con certezza se la sifilide l’avesse davvero. Ma si sa ch’egli se ne faceva quasi un vanto, come di una garanzia di virilità e di successo con le donne.

 

Ad Angelica disse anche che gli avevano offerto cinquanta franchi per la traduzione di un opuscolo di Kautsky, ma che doveva rinunziarci perché non conosceva abbastanza il tedesco. Angelica, che invece lo sapeva benissimo, si offrì di aiutarlo. E così fra i due nacque un’amicizia di cui è difficile stabilire l’esatta natura. Angelica non era bella, non aveva la grazia eterea ed esangue di Anna. Ma non era nemmeno sgradevole, nonostante i fianchi massicci e gli zigomi pronunciati, e poi era russa, cosa che faceva grande effetto al piccolo provinciale di Predappio.




Anche se fra loro non divampò la passione che aveva legato Anna ad Andrea Costa, qualcosa ci fu, ed ebbe la sua importanza. Angelica cercò d’incivilire quel selvaggio trasandato che passava da ostinati mutismi a interminabili sproloqui conditi di orrende bestemmie. Lo sfamava, gli lavava la biancheria, lo iniziava, sia pure con poco successo, al marxismo, lo difendeva dalle accuse di un’anarchica italiana, Maria Rygier, che lo detestava e diceva di aver le prove ch’egli era al servizio della polizia francese: un’accusa che ogni poco sarebbe tornata a circolare contro di lui e che aveva lo stesso fondamento di quella lanciata contro Serrati.

 

Tuttavia anche Angelica piano piano si rese conto che nel socialismo di Mussolini pesava più l’odio verso i ricchi che l’amore verso i poveri, mentre Mussolini diceva di lei che ‘nel suo corpo i succhi circolano, ma nella sua mente le idee si disseccano’. Il fatto è che, pur legato a lei sul piano umano, Mussolini repugnava alla sua ideologia.

 

Leggiamo dalle memorie di Angelica….:




Durante gli intervalli, fra un atto e l’altro della rappresentazione, Lenin mi fece alcune comunicazioni circa il mio lavoro di segretaria della Internazionale Comunista, dopo di che io, spinta da quella tale mia indagine psicologica, gli rivolsi una domanda:

 

‘Credete che gli attori proverebbero soggezione se sapessero che voi vi trovate in questa sala?’.

 

Lenin mi guardò sbalordito:

 

‘Lo sanno bene; anzi mi hanno già pregato di prendere la parola. Io, naturalmente, ho rifiutato di farlo. Non capisco, però, che questa domanda mi venga da voi. Proprio da voi, oratrice così esperta, così efficace. Come mai vi è venuta in mente?...’.




‘Durante un mio giro nelle sezioni del Partito socialdemocratico russo in Isvizzera’

 

 continuò poi Lenin

 

‘parlai diciassette volte ripetendo ogni sera lo stesso discorso, senza che m’importasse nulla di chi si trovava tra i miei ascoltatori’.

 

‘Wladimir Iljich’,

 

 …ribattei…

 

‘quanto vi invidio! Se sapeste quello che mi costa ogni discorso!’.




Egli mi guardò meravigliato.

 

Quel breve colloquio confermò la mia opinione su Lenin quale oratore. Il suo modo elementare di trattare gli argomenti era connesso allo scopo che egli si prefiggeva. Voleva soltanto che le sue parole diventassero un credo assoluto per gli ascoltatori, una guida del loro pensiero e della loro azione.

 

Però, spingendo l’analisi più lontano, si potrebbe dire che la caratteristica oratoria di Lenin derivasse in gran parte dal suo modo di trattare il movimento operaio. Secondo lui, questo doveva essere guidato da una élite, senza che la base comprendesse perché doveva pensare ed agire in una maniera piuttosto che in un’altra.

 

Uno degli aspetti più tragici del destino di Lenin stava appunto nell’avere aspirato da una parte alla eguaglianza umana e nell’essere stato dall’altra il creatore della più funesta e più umiliante delle gerarchie, quella che impone di adottare il pensiero di chi comanda!

 

[….]




 Ero arrivata a Kiew nella mia qualità di Commissario degli Affari Esteri per l’Ucraina e di Segretario dell’Internazionale.

 

Data l’instabilità del governo bolscevico, sembrava, più ancora che a Mosca e nel resto della Russia, di vivere in una bolgia infernale. Non ancora insediata, fui presa d’assalto da innumerevoli persone che tutte, in condizioni oltremodo tragiche, si rivolgevano a me con preghiere di assistenza e lagnanze d’ogni genere.

 

Spesso mi si riferiva che gente innocua veniva tratta in arresto e non di rado fucilata. Di notte si sentivano colpi di fucileria, mi dicevano trattarsi di esercitazioni di tiro. Solo in un secondo tempo seppi che, durante le evacuazioni, veniva fucilata la maggior parte dei cittadini per evitare che in un modo o nell’altro potesse essere utilizzata dal governo nemico.




Ad aumentare la mia costernazione, diverse persone, degne della massima fiducia, e che conoscevo da tempo, mi raccontarono che, nella stessa Kiew, si era installato un individuo che si spacciava per ambasciatore di un paese esotico e si dichiarava disposto a procurare i passaporti per tutti coloro che volevano rifugiarsi all’estero. Nello stesso tempo costui fungeva da cambia-valute.

 

Quell’individuo aveva causato la fucilazione di alcune persone cadute nel tranello. Fra queste vittime vi erano vecchi ebrei che avevano messo da parte per lunghi anni qualche risparmio o che possedevano un’inezia in valuta estera mandata loro dai figli emigrati in America.

 

Ne informai il Presidente dei Commissari del Popolo dell’Ucraina ed i miei colleghi membri del governo. Il loro modo di reagire alle mie informazioni, non mi parve corrispondente alla gravità dei fatti.




Decisi di recarmi immediatamente a Mosca per mettere Lenin al corrente di un procedimento del quale non mi sapevo capacitare, tanto mi sembrava inverosimile. In pari tempo volli informare il capo della Ceka, Djerginsky, su tutto ciò che avevo saputo. Djerginsky lo avevo conosciuto e stimato, sia per la sua lotta per la libertà del popolo, che per la dignità con la quale, esiliato in Siberia, aveva sopportato le conseguenze della sua fede rivoluzionaria. Appena arrivata a Mosca gli chiesi un appuntamento d’urgenza. Fu d’una brevità eloquente. Djerginsky credeva che io fossi venuta per attirare la sua attenzione su qualche ‘deviazione’ del suo impiegato e cadde dalle nuvole quando gli feci capire che non soltanto ero indignata ed esasperata, ma aspettavo la condanna di colui che io ritenevo essere soltanto uno scellerato avventuriero. Da lui appresi invece che si trattava, nientedimeno, che di un suo incaricato.



Più esasperata di prima mi recai da Lenin. Dovetti fare uno sforzo per non dare in escandescenze. Rimasi di stucco quando Lenin, fissandomi come al solito con un occhio chiuso — come faceva quando voleva scrutare una persona per penetrare nel suo intimo — mi disse, col tono di un padre che, con affettuoso compatimento, constata la inadattabilità del figlio alle esigenze della vita:

 

‘Compagna Balabanoff, qual è l’uso che la vita può fare di voi? Agenti provocatori? Se potessi ne manderei nello stesso esercito di Korniloff...’.

 

Fu, per me, una rivelazione che ancor oggi devo annoverare fra le più terrificanti della mia vita. Una classe chiamata ad elevare e trasformare la società ricorreva agli stessi mezzi obbrobriosi di cui si era servito il regime sociale che essa aveva combattuto e si apprestava a sostituire. Una implacabile nemesi sembrava aver colpito Lenin di cecità proprio nel campo che gli richiedeva la più grande chiaroveggenza. 

(Lenin visto da vicino)




Dopo Pareto, le sue grandi scoperte erano Kropotkin e Sorel. Sono scelte significative. Kropotkin era il grande teorico dell’anarchia che vede nel socialismo un figlio bastardo e degenerato, e Sorel l’esaltatore della violenza come ‘levatrice della Storia’. Questi incontri non rimasero senza effetti. Da allora egli cominciò a seguire con attenzione il movimento sindacalista rivoluzionario e i suoi araldi: Arturo Labriola, Olivetti, De Ambris, Panunzio, Corridoni, Orano, alcuni dei quali ritroveremo in posizione di precursori nel composito calderone fascista.

 

Fin allora essi avevano militato come ala rivoluzionaria del partito socialista. Ma nel ’904 ne uscirono e per accentuare la propria indipendenza fondarono un giornale, Avanguardia socialista. Mussolini cominciò a collaborarvi. Non risulta che s’iscrivesse al movimento, ma che vi aderisse ideologicamente non c’è dubbio, ed egli stesso lo dichiarò in una lettera a Prezzoline.

 

(I. Montanelli)









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