IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 15 agosto 2014

IL RITORNO DEL FOLLE... SIMEONE (Eretici 5)






































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'Due Nature' (Eretici 4)

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Il ritorno del folle... Simeone (Eretici 6) &


 









La Gnosi  (2/11)













Mentre la Chiesa istituzionale era impegnata a meglio definire i propri contenuti dogmatici e a darsi un più stabile ordinamento interno, mistici in fuga dal mondo al volgere del secolo III al IV si ritiravano nei deserti d’Egitto e di Siria alla ricerca di una più intima e diretta comunione con una divinità altrimenti trascendente e inaccessibile.
Era il monachesimo degli anacoreti (separazione), uomini solitari che in quell’arido clima aspiravano, tramite alla rinuncia ai beni materiali e in totale rottura con la società profana, al completo dominio di desideri e di passioni quale indispensabile via per elevarsi a Dio in attesa del giudizio ultimo.
Dall’esperienza di tali eremiti, laici che sebbene non distaccati sul piano formale dalla Chiesa ufficiale liberamente decidevano della propria condotta personale da ogni condizionamento, si sviluppò in maniera spontanea il monachesimo cristiano: un movimento multiforme propagatosi con rapido successo nelle regioni sudorientali del Mediterraneo e passato in seguito, tra i secoli V e VII, in Occidente.




Invero, malgrado un comune preconcetto, le manifestazioni monastiche non furono proprie del solo mondo cristiano trovando anzi evidenti riferimenti e riscontri nelle aspirazioni religiose e morali diffusesi in Estremo Oriente soprattutto là dove, sin dal secolo V a.C., la meditazione buddista si era tradotta in un atteggiamento di lucida imperturbabilità e di totale distacco da attività sensoriali e mentali affinché l’uomo, alfine dissoltosi nell’assoluto, si liberasse dalla sofferenza connaturata all’esistenza temporale.
A lungo andare si è dibattuto tra gli studiosi su possibili relazioni tra la professione monacale nel cristianesimo e le anteriori esperienze spirituali dei monaci indiani, conosciuti nel mondo greco a partire dai tempi di Alessandro Magno, senza peraltro pervenire a risposte del tutto soddisfacenti. Meglio definiti per contro appaiono i nessi, evidenti anche a livello lessicale, con la tradizione ascetica elaborata dal tardo pensiero greco – stoico, pitagorico e soprattutto neoplatonico -, impegnato non solo a formulare teorie intellettuali ma a tradurle in attivo esercizio di vita e in scelte di condotta morale.




Pierre Hadot ha potuto dimostrare in modo convincente come nella pratica monastica la meditazione delle Scritture rappresentasse una diretta derivazione storica del rapporto che i filosofi della tarda antichità intrattenevano con i testi delle loro scuole. E altresì ha chiarito come molti dei caratteri della pietà monastica derivassero dalla ricezione, tramite la patristica orientale, della filosofia tardoantica intesa nel suo senso peculiare di ‘pratica di esercizi spirituali’. 
Vale a dire una pratica di attenzione costante alla vita interiore e di meditazione dei precetti divini, di abbandono profondo alla grandezza dell’Essere e di contemplazione della propria coscienza, in sintesi di ‘ascesi’ ovvero – secondo l’originario significato del termine greco – di ‘esercizio’, sorta di ‘allenamento’ metafisico diretto alla purificazione interiore. L’esperienza spirituale del monachesimo cristiano, lungi dal rappresentare un’assoluta novità era dunque in armonia con molteplici esigenze diffuse al di fuori di quel mondo e si confermava perfettamente alla mentalità delle tarde élite intellettuali pagane e neoplatoniche che, ansiosamente protese per desiderio di perfezione all’esercizio della virtù, erano se mai propense a rimproverare  al cristianesimo non l’eccesso ma il difetto di ascesi, non il disprezzo bensì l’importanza attribuita al corpo in stretta connessione con la dottrina della sua resurrezione, onde la polemica del neoplatonico Plotino secondo il quale ‘il vero risveglio....

















martedì 12 agosto 2014

VERITA' SCIENTIFICA E VERITA' TEOLOGICA: in difesa degli Eretici (44)

















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Verità scientifica e verità teologica (43)


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Verità scientifica e verità teologica: in difesa degli Eretici (45)















…. Cosa significa affermare che le parole sono ispirate da Dio se la maggior parte delle persone non ha alcun accesso a tali parole, ma solo a interpretazioni più o meno goffe in una lingua, come per esempio l’inglese, che non ha nulla a che spartire con il testo originale?
A mano a mano che approfondivo la riflessione sui manoscritti che tramandavano quelle parole, le mie domande diventavano sempre più complicate. Più studiavo il greco, più mi interessavano i manoscritti che conservavano il Nuovo Testamento, e la critica testuale che, si presume, possa aiutare a ricostruire quali fossero le parole originali. Continuavo a tornare al mio interrogativo di fondo: come può essere di aiuto affermare che la Bibbia è la parola infallibile di Dio quando in realtà non abbiamo le parole che Dio ispirò in modo infallibile, bensì solo quelle copiate dagli scribi, talvolta in modo corretto, talaltra (spesso!) in modo errato?
A che serve dire che i manoscritti autografi (cioè gli originali) furono ispirati? Noi non abbiamo gli originali! Abbiamo solo delle copie piene di errori, in grande maggioranza distanti secoli dai primi scritti, da cui si discostano in maniera evidente in migliaia di modi. Questi dubbi mi tormentavano (ma non solo l’autore di questo interessante libro…) e al tempo stesso mi spingevano a scavare sempre più a fondo per comprendere che cosa fosse veramente la Bibbia…..




… Nel secondo semestre, mentre frequentavo un corso con un professore molto riverito e pio di nome Cullen Story, giunsi a una svolta.  Il corso riguardava l’esegesi del Vangelo di Marco, all’epoca (e tuttora) il mio vangelo preferito. Per il corso dovevamo essere in grado di leggere in greco quel vangelo da cima a fondo e tenere un taccuino di appunti sulle nostre riflessioni riguardo all’interpretazione di brani importanti. Discutevamo i problemi relativi e dovevamo scrivere un saggio finale su una difficoltà esegetica di nostra scelta. Optai per un passo in Marco 2, dove Gesù viene apostrofato dai farisei perché i suoi discepoli, affamati, di sabato avevano attraversato un campo di grano, raccogliendone le spighe. Gesù vuole mostrare agli interlocutori che ‘il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato’ e così ricorda loro come si era comportato il grande re Davide quando lui e i suoi uomini avevano avuto fame: come fossero cioè entrati nel tempio ‘al tempo del sommo sacerdote Abiatar’ e avessero consumato i pani sacri, che solo ai sacerdoti era lecito mangiare.
Uno dei ben noti problemi di questo brano è che, se si consulta il passo dell’Antico Testamento citato da Gesù si scopre che l’episodio di Davide era avvenuto non quando era sommo sacerdote Abiatar, ma quando lo era Achimelec, suo padre. In altre parole, quello in questione è uno dei passi che sono stati segnalati per dimostrare che la Bibbia non è affatto infallibile, anzi contiene degli errori.




…. E forse gli ‘errori’ riguardavano anche questioni importanti. Quando Marco dice che Gesù fu crocefisso il giorno dopo il pranzo della Pasqua ebraica e Giovanni dice che morì il giorno prima che esso fosse consumato, forse si tratta di un’autentica discrepanza. Oppure quando nel suo resoconto della nascita di Gesù Luca rivela che Giuseppe e Maria tornarono a Nazareth poco più di un mese dopo che erano venuti a Betlemme, mentre Matteo afferma invece che fuggirono in Egitto, forse questa è una differenza. O quando Paolo dice che dopo la propria conversione sulla via di Damasco non andò a Gerusalemme per vedere coloro che erano stati apostoli prima di lui, mentre gli Atti dicono che fu la prima cosa che fece dopo aver lasciato Damasco, anche questa forse è una differenza.
A tale consapevolezza si aggiunsero i problemi che incontravo a mano a mano che studiavo più da vicino i manoscritti greci superstiti del Nuovo Testamento. Dire che gli originali furono ispirati va bene, ma la realtà è che noi non ne siamo in possesso, e dunque quell’affermazione non è di grande aiuto, a meno che non si sia in grado di ricostruirli. Inoltre, in tutta la storia della Chiesa la maggioranza dei cristiani non ha avuto accesso agli originali, fatto che ne rende l’ispirazione una questione un po’ controversa. Non soltanto non abbiamo gli originali, ma non siamo neppure in  possesso delle loro prime copie. Anzi, non abbiamo nemmeno le copie, e neppure le copie delle copie delle copie. Quello che possediamo sono copie eseguite più tardi, molto più tardi. Nella maggior parte dei casi, diversi secoli dopo. E le copie sono tutte differenti una dall’altra, in migliaia di punti. I passi divergenti sono così tanti che non sappiamo neppure quante siano le differenze. La cosa più semplice è forse esprimersi in termini comparativi: fra i tanti manoscritti in nostro possesso esiste un numero di differenze superiore a quello delle parole del Nuovo Testamento.




La gran parte di esse è, però, del tutto irrilevante. In genere dimostra solo che gli antichi scribi non conoscevano l’ortografia meglio della maggioranza di noi. In ogni caso, che cosa bisogna dedurre da tutte queste differenze? Che senso ha sostenere che Dio ha ispirato ogni singola parola delle Sacre Scritture dal momento che noi non le abbiamo? In alcuni punti non possiamo affatto essere sicuri di avere ricostruito il testo originale con precisione. E’ un po’ difficile conoscere il significato delle parole della Bibbia se non sappiamo neppure quali esse siano!
…. I cristiani, come naturale, erano interessati a saperne di più sulla vita, gli insegnamenti, la morte e la resurrezione del loro Signore, e così furono scritti numerosi vangeli che narravano le tradizioni legate alla vita di Gesù. Quattro di questi testi divennero i più comuni (quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni nel Nuovo Testamento), ma ne furono scritti molti altri, alcuni dei quali ancora in nostro possesso. Ne sono un esempio i vangeli attribuiti al discepolo di Gesù Filippo, a suo fratello Giuda Tommaso e alla sua compagna Maria Maddalena.




Altri vangeli, inclusi alcuni fra i più antichi, sono andati perduti. Ne siamo a conoscenza grazie, per esempio, al Vangelo di Luca, il cui autore rivela che, per scrivere il suo racconto, ha consultato ‘molti’ predecessori, che senza dubbio sono scomparsi. Una di queste precedenti narrazioni può essere stata la fonte che gli studiosi hanno denominato Q, con ogni probabilità un resoconto scritto, per lo più dei detti di Gesù, utilizzato sia da Luca sia da Matteo per molti degli insegnamenti del Maestro che li contraddistinguono. Come abbiamo visto, la vita di Gesù fu interpretata da Paolo e da altri alla luce delle Scritture ebraiche. Anche tali libri, il Pentateuco e vari scritti ebraici, come i libri profetici e i Salmi, erano molto usati fra i cristiani, che li studiavano per vedere che cosa potessero rivelare sulla volontà di Dio, soprattutto riguardo a come essa fosse stata compiuta in Cristo. Nelle prime comunità cristiane copie della Bibbia ebraica, di norma nella traduzione greca, erano assai diffuse come fonti di studi e riflessioni.




Le fiorenti comunità cristiane del I e del II secolo erano interessate non solo alla vita di Gesù, ma anche a quelle dei suoi primi discepoli. Non è una sorpresa, quindi, che i racconti degli apostoli giungessero a occupare un posto importante agli occhi degli adepti interessati a saperne di più sulla propria religione. Una di queste narrazioni, gli Atti degli apostoli, entrò alla fine del Nuovo Testamento. Ma molti altri racconti furono scritti, per lo più riguardanti singoli apostoli, come quelli trovati negli Atti di Paolo, e negli Atti di Tommaso. Di altri Atti, quando non sono andati del tutto perduti, sono rimasti solo frammenti…..
…. In base alle testimonianze superstiti siamo in grado di risalire anche più da vicino alla formazione del canone cristiano delle Sacre Scritture. Nella stessa epoca in cui scriveva Giustino, verso la metà del II secolo, a Roma era attivo anche un altro illustre cristiano, il maestro filosofo Marcione, in seguito dichiarato eretico. Marcione è per molti aspetti una figura affascinante. Era giunto a Roma dall’Asia Minore, dopo aver fatto fortuna in quella che era senza dubbio un’attività nel settore delle costruzioni navali. Restò a Roma cinque anni, dedicando gran parte del suo tempo a insegnare la propria interpretazione della fede cristiana e a elaborarne i dettagli in numerosi scritti. La sua produzione letteraria forse più importante non fu qualcosa che scrisse, bensì qualcosa di cui curò l’edizione.




Marcione fu il primo cristiano del quale sappiamo che redasse un vero e proprio ‘canone’ delle Sacre Scritture, vale a dire una raccolta di libri che, come affermava, costituivano i testi sacri della fede. Per comprendere questo iniziale tentativo di fissare il canone, dobbiamo sapere qualcosa di più circa l’insegnamento di Marcione. Questi era assorbito dalla vita e dalle dottrine dell’apostolo Paolo, da lui considerato l’unico ‘vero’ apostolo della Chiesa delle origini. In alcune sue lettere, come quella ai romani e quella ai galati, Paolo aveva insegnato che una buona reputazione al cospetto di Dio derivava solo dalla fede in Cristo, non dal compimento di alcuna delle opere prescritte dalla legge ebraica. Marcione condusse questa differenziazione fra la legge ebraica e la fede in Cristo a quella che riteneva la sua conclusione logica, l’esistenza di una distinzione assoluta fra la legge da una parte e il vangelo dall’altra.
Vangelo e legge erano a dire il vero tanto diversi da non poter essere venuti entrambi dallo stesso Dio. Marcione ne deduceva che il Dio di Gesù (e di Paolo) non fosse, pertanto, il Dio dell’Antico Testamento. Esistevano, in realtà, due diversi dei: il Dio degli ebrei, che aveva creato il mondo e chiamato Israele a essere il suo popolo dandogli la sua severa legge, e il Dio di Gesù, che aveva mandato Cristo nel mondo per salvare la gente dall’adirata vendetta del Dio creatore degli ebrei.




Marcione credeva che questa interpretazione di Gesù fosse insegnata dallo stesso Paolo, e così, naturalmente, il suo canone includeva le dieci lettere di Paolo  a sua disposizione. E poiché Paolo qualche volta parlava del suo ‘vangelo’, Marcione incluse nel canone un vangelo, una forma di quello che è ora il Vangelo di Luca. E questo era tutto. Il canone di Marcione era composto da undici testi: nessun Antico Testamento, solo un vangelo e dieci epistole. Ma non basta: Marcione era giunto a credere che dei falsi credenti, che non condividevano la sua interpretazione della fede, avessero diffuso questi undici libri copiandoli e aggiungendo qua e là delle parti per adeguarli alle proprie convinzioni, inclusa l’‘errata’ opinione che il Dio dell’Antico Testamento fosse anche il Dio di Gesù. E così Marcione ‘corresse’ gli undici libri del suo canone eliminando i riferimenti al Dio dell’Antico Testamento o alla creazione come opera del vero Dio, o alla legge come qualcosa da osservare.
Il tentativo di Marcione, per il vero, di rendere i suoi testi sacri più conformi al suo insegna-
mento modificandoli non era proprio una novità. Sia prima sia dopo di lui, i copisti della pri-
ma letteratura cristiana di tanto in tanto.....

(Prosegue....)












domenica 10 agosto 2014

'DE MONSTRIS' (Eretici 3)


















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Eretici (1)  &  (2)  &

Il viaggio della Speranza  (1)  &  (2)

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'Due Nature' (Eretici 4)













Si dice che nel Duecento lo spirito che aveva animato le crociate si andasse ormai affievolendo. E in realtà i vari signori cristiani d’Europa parevano disposti a vestire la croce più per interessi economici e di prestigio personale che per la salvezza dell’anima o di Gerusalemme.
Così il mondo cristiano vide i crociati latini distruggere l’impero romano d’Oriente, prendere e saccheggiare Costantinopoli, svuotare case e chiese, depredare infinite ricchezze. Gli ori, gli argenti, i drappi, le reliquie bizantine impreziosirono l’Occidente, le sue regge, le sue chiese, mentre sovrani occidentali si spartivano feudalmente la Grecia e le sue isole.
La quarta crociata, infatti, era stata deviata dal suo scopo iniziale e Gerusalemme era rimasta in mani arabe. Fu un imperatore scomunicato, Federico II, ad ottenere per via diplomatica nel 1229 l’assegnazione della città, senza combattere.




La scomunica restò, ed anzi il papa fulminò l’interdetto su Gerusalemme, altro fatto inaudito e mai prima veduto, comunque, il controllo occidentale su Gerusalemme non durò più di quindici anni.
Anche per il mondo islamico fu un secolo di mutamenti e per l’Iraq in particolare di decadenza. Da Oriente arrivavano ora i mongoli….
Proprio in quegli anni, fidando nelle simpatie dei signori mongoli per i cristiani, si trova in Mesopotamia un dotto domenicano, Ricoldo da Montecroce, al secolo Ricoldo Pennini. A quanto ne sappiamo, è il primo occidentale ad essere entrato in contatto con i mandei, intorno al 1291.
Nato prima della metà del secolo, conclusi gli studi delle arti liberali, si fece monaco; dopo aver insegnato a Pisa, Prato e Firenze, fra il 1288 circa e l’inizio del Trecento compì lunghi viaggi per ordine di Niccolò IV. Fu in Palestina, Armenia, Turchia, Persia e Mesopotamia.
Come egli stesso narra in una sua ampia ‘Confutazione del Corano’, dopo ‘aver attraversato molti mari e deserti’ era finalmente giunto a Bagdad, dove si era messo a studiare l’arabo e il Corano, discutendo con gli stessi dottori islamici. Aveva anche intrapreso una traduzione latina del Corano, ma ‘pieno di amarezza’ per le menzogne trovatevi, pose mano a epistole e libelli apologetici contro l’islam e, in particolare, alla sua ‘Confutazione’.




Fu uno dei pochi occidentali dei suoi tempi ad avere una buona conoscenza del Corano e della lingua araba: tanto che, nel 1291, negli sconvolgimenti connessi con la vittoria mamelucca, catturato dai mongoli islamizzati che volevano circonciderlo, riuscì a fuggire travestendosi da cammelliere arabo.
Lontano da quegli anni concitati, nella calma del convento di Santa Maria Novella, dove morì nel 1320, Ricoldo riprese quel che doveva essere stato il suo diario di viaggio e stese in latino un ‘Itenerarium’ o ‘Libro della peregrinazione nelle parti d’Oriente’, che ebbe una discreta fortuna manoscritta, ma che fu stampato soltanto nel secolo scorso.
L’ultimo capitolo è una specie di appendice intitolata ‘De monstris’. Questi ‘monstra’ sono le stranezze che, a  diletto del lettore, ogni viaggiatore di plaghe lontane ci si attendeva descrivesse; Ricoldo non è da meno e, come ha fatto per altre regioni, qui narra delle cose più strane da lui viste in Mesopotamia, l’ultimo paese visitato.
Vi appaiono descrizioni di pigmei incluse nelle mostruosità umane; dopo Ricoldo passa a quella animale, e proprio qui, come ultima stranezza da lui osservata, questa volta non più fisica, ma spirituale, Ricoldo descrive i mandei:




Una certa gente assai strana (mostruosa) e singolare per quanto concerne i propri riti vive nel deserto dalle parti di Bagdad: si chiamano Sabei. Vennero da me a Bagdad numerosi di loro a pregarmi con insistenza di andare a trovarli. Sono uomini molto semplici e dicono di avere una legge di Dio segreta, che conservano scritta in bei libri. La loro scrittura è una specie di via di mezzo fra il siriaco e l’arabo. Detestano Abramo a causa della circoncisione e sopra tutti venerano Giovanni Battista. Abitano soltanto presso qualche fiume nel deserto. Si lavano giorno e notte per non essere condannati da Dio, a tal punto che, quando una donna prepara la farina con una mano per fare il pane, tiene l’altra mano in acqua corrente, così che non le accada di morire e di essere condannata da Dio perché aveva una mano impastata. Battezzano non solo i bambini, ma anche gli animali e, quando una mucca partorisce, battezzano mucca e vitello. Dicono certe loro messe e sacrificano pane e uva passa e quando celebrano indossano sette paramenti. Non hanno contatti di alcun tipo con alcuna altra razza di questa terra, se non solo nel vendere e nel comprare; ma il pane toccato da una persona di un’altra religione, non lo mangiano.

Questa è la prima notizia occidentale sui mandei…..

(E. Lupieri, I Mandei gli ultimi gnostici)

(Prosegue...)