CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 9 ottobre 2012

IO POVERO PAGANO (2)










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da Dio a Dio &

un altro pagano








....Finalmente vide il buio.
Oltre la fossa assordante dove sfrecciavano luci gialle e rosse.
Da ore vagava per strade infinite cercando di uscire dalla città.
Aveva attraversato la ferrovia, era finito in mezzo a una sterminata distesa di automobili
ferme, circondata da grandi insegne luminose che si accendevano e si spegnevano, vuo-
tandosi d'un colore per riempirsi di dieci altri.
Si era fatto rincorrere da uomini minacciosi che urlando gli avevano lanciato dietro bot-
tiglie e rottami. E attorno a lui sempre tutta quella luce, quei fari abbaglianti, quelle urla
di pazzi furiosi, che non davano ombra, non davano ragione.
Ivan si aggrappò alla rete e annusò l'aria. Tra le zaffate di nafta sentì l'odore del fango
e delle alghe. Buttò il sacco oltre la recinzione, ma il tamburo no! Se lo legò stretto alla
vita. Poi si arrampicò e saltò dall'altra parte.
Decine di autocarri uguali a quelli della miniera rombavano sull'asfalto schizzando neve
che s'ammucchiava ai lati della strada e subito si rapprendeva sotto le sferzate del vento.
Ivan si appostò, raccolse i muscoli e scattò.





















Le trombe dei camion barrirono, gomme bagnate slittarono sull'asfalto scivoloso e fra
i guizzi dei fari qualche automobile slittò andando a adagiarsi di lato contro i cumuli di
neve. Poi il traffico si ricompose, i clacson tacquero e il grido dei motori riprese identi-
co a prima.
Ivan si era buttato di pancia sulla neve azzurra.
Scappò verso il largo volgendosi ogni tanto a guardare inquieto le braccia rossastre
dei fanali che friggevano nella bufera. Presto raggiunse il silenzioso mare aperto.
Sopra di lui pulsava una luce violacea.
Il soffio improvviso del vento lanciava in aria una polvere che ricadeva come vetro
sulla crosta pietrificata delle onde.
Ivan l'aveva già visto quel paesaggio.
Quando con suo padre andava a pescare sul lago ghiacciato. Al ritorno, il buio li
inseguiva alle prime betulle della spiaggia. Rotolava silenzioso fra i totem bianchi
contro il cielo nero mentre lontano il ghiaccio si richiudeva con schianti paurosi.

























Appesi al laccio, i pesci brillavano lungo il sentiero. Le loro squame argentate cat-
turavano gli ultimi sussulti di luce. Poi non restava che il riflesso opaco della neve.
Ma appena oltre la collina sorgeva il bagliore del fuoco.
Nella iurta tutti i visi diventavano rossi, incisi da lunghe rughe nere, come le mas-
chere appese al soffitto. Ivan ricordò la prova del freddo. Raccolse in bocca un
grumo di saliva e lo sputò in alto. Ricadde con un tonfo. Voleva dire che neppu-
re le folaghe volavano più. Che il fuoco non aveva aria per bruciare e gli escre-
menti delle bestie non mandavano più nessun odore.
Il vostiaco camminava spaccando con i tacchi la crosta della neve per non scivo-
lare. Non sapeva dove andava, ma un istinto muto lo guidava. Una striscia nera
avanzava fra i nugoli che volavano verso il lago. Ne proveniva un fragore di legno
che si squarciava. Presto si trovò davanti i tronchi marmorei d'un bosco di betul-
le. In alto, i rami schioccavano come fruste a ogni folata di vento. Poi ondegiav-
vano senza toccarsi, crepitando asciutti nell'aria come se stessero per incendiarsi.
Ivan raggiunse una riva illuminata da fiochi fanali che tremavano contro il cielo.
Un pontile intrappolato nel ghiaccio si staccava dalla bottiglia perdendosi in una
duna di neve.





















Dentro il bosco, oltre i pali neri di un recinto, il vostiaco distinse qualcosa che si
muoveva. Si chinò. Fiutò l'aria e si mise sottovento. C'era una rete inchiodata ai
pali. Ivan la costeggiò senza toccarla fino al grosso tronco d'un pino mutilato.
Si arrimpicò, sedendosi sul ramo più grosso, e scrutò il paesaggio sotto di lui.
Aveva smesso di nevicare, ma il vento soffiava più forte facendo cadere zolle
di neve dalle fronde dei pini. Quei tonfi sembravano passi misteriosi, balzi d'una
creatura gigantesca nel bosco cupo. La cappa fumosa che oscurava il cielo si
alzava a occidente scoprendo nuvole di sasso. Quand'ecco, un taglio rosso
strappò l'orizzonte, liberando una luce radente che s'infranse contro i tronchi
di betulle. Nel recinto gli occhi dei lupi scintillarono per un attimo alla luce del
sole.



















Ivan fece appena in tempo a vedere i fiati bianchi radunarsi sotto il suo albero,
sentì i lupi guaire e accucciarsi ai suoi piedi. Allora poggiò il tamburo sulle co-
sce prese la bacchetta d'osso e cominciò a percuotere il suo strumento.
Prima piano, strisciando l'osso sulla pelle ancora fredda, legata stretta al telaio
di legno d'abete. Poi più forte, abbandonando tutto il corpo al ritmo fondo
che sembrava pulsare dalla terra chiusa sotto la crosta del ghiaccio.
Gli animali dello zoo di Korkeasaari non avevano mai sentito rullare il tambu-
ro degli uomini della tundra. Erano nati dietro una rete e mangiavano carni
morte che i guardiani buttavano loro dentro i recinti in blocchi surgelati.
Ma a quel battito dirompente e sonoro, uscirono tutti dai ripari. Allungarono
il collo e dilatarono le narici per cercare nell'aria l'odore dell'essere che li
chiamava.



















E allora l'orso bramì rigirandosi nel suo letargo, i lupi ulularono graffiando la
corteccia dei lerci viburni succhiatori di latrine, le renne corsero imbizzarrite
nel loro recinto travolgendo la capanna di tronchi della mangiatoia, i falchi
artici spalancarono le ali sui loro trespoli, le linci digrignarono i denti piantando
gli artigli contro i pali del recinto e i gufi, arruffando inquieti le penne, puntaro-
no gli occhi ciechi nella tenebra che scendeva.
A sentire quel fremito vivo attorno a sé Ivan suonava sempre più forte.
Sudava scuotendo con tutto il corpo e nel respiro gli fiorì un canto profondo,
che crebbe sempre più alto sopra le cime degli alberi.
Gli animali allora ascoltarono immobili quelle parole antiche.
Avevano paura dell'essere che conosceva il nome di ognuno di loro e sapeva
imitare con il tamburo il palpito misterioso che veniva dal profondo della ....
terra.
(D. Marani, L'ultimo dei vostiachi)











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