giuliano

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IL TOMO

martedì 23 ottobre 2012

ALLA 'GROTTA' CON I COSACCHI DELL' AMMIRAGLIO (il declino di Harbin)




























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Olga Mikhailovna

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le notti

bianche











Alle due di notte il colonnello Kracenski mi conduce in una taverna dell'-
Artilleriskaia.
Piove a dirotto.
La città è completamente al buio perché da otto giorni si stanno svolgendo
le grandi manovre giapponesi. Per una scaletta stretta, rigida e tutta sboc-
concellata scendiamo in un antica cantina nella quale un vecchio cosacco
di buona volontà e la sua donna hanno attrezzato una taverna notturna fre-
quentata dai residui dell'Armata Bianca della Siberia.
Il pavimento è stato arrangiato alla meglio con un po' di cemento.
Contro le pareti sono situati i tavoli, rozzi e pesanti, con intorno delle pan-
che da caserma. Il soffitto è basso ed affumicato. Da molti anni le pareti
sono state imbiancate e sono tutte piene di iscrizioni in russo, a lapis, a
carbone, a sugo di pomodoro.































Sono cognomi; evviva; insolenza; maledizioni; date di battaglia; nomi di
donne; nostalgie di luoghi e di amori.
Sulla parete di fondo un pittore ha abbozzato col carbone una vecchia
veduta di Pietroburgo coi ponti sulla Nevà e le cupole di Santa Sofia.
Un pianoforte male in arnese, finito quaggiù chissà come, è il mobile prin-
cipale del luogo. Un tipo altrettanto vecchio e scalcagnato quanto lo stru-
mento siede sopra una cassa vuota dinanzi alla tasteria e ne estrae balla-
bili nord-americani o musiche russe a seconda delle preferenze della clien-
tela.
Tutto è povero nella 'Grotta', come la chiamano, povero e piuttosto sudi-
cio, ma contigua allo stanzone principale vi è una piccola cucina dove la
moglie del cosacco confeziona una squisita cucina russa, quale è difficile
trovare altrove a Harbin; i prezzi sono estremamente modici e la vodka
è di buona qualità.






















Alla 'Grotta' sogliono raccogliersi la notte i cosacchi che non hanno son-
no, qualche legionario calmucco o kirghiso che è rimasto a Harbin coi
suoi compagni d'arme, cinque o sei colonnelli, due o tre generali, i musi-
ci dei 'dancings' di Harbin che sulle due chiudono i battenti, alcune don-
ne anziane che sono anch'esse macerie dell'Armata Bianca, varie ragaz-
ze giovani, amanti od amiche degli avventurieri cosacchi.
E vi fanno capo periodicamente tutti quei russi di Harbin che, maschi o
femmine, giovani o vecchi, con soldi o squattrinati, sentono una data se-
ra la nostalgia della vecchia Russia degli Czar e di Rasputin e sanno tro-
varla alla 'Grotta' con vodka e zabruski con musiche e canzoni, con alle-
grie chiassose e tristezze fonde.






















Ogni tanto vi fanno capolino i pochi capi sopravvissuti alla tormenta, il
vecchio generale Kislitzin, il filosofo Kunst, sicuri di trovarvi qualcuno
dei loro antichi battaglioni o, se non altro, dei cosacchi della loro stessa
pasta che hanno combattuto con Kolciak in Siberia, che hanno visto ca-
dere Resiukin alla battaglia di Gobi, che hanno condiviso col barone
Unzern-Stenberg i fastigi dell'effimero Regno cosacco di Mongolia che
comunque hanno battagliato agli ordini del generale Bialov, del generale
Dutov, del generrale Bakisc, del generale Kaigorodov, del generale Ka-
zanev, del generale Annekov, del bizzarro generale Kazagrandi di origine
lombarda, dei tanti altri improvvisati generali bianchi, morti in combat-
timento nelle steppe gelate della Siberia o fucilati dai tribunali rossi di Ir-
kutsk, di Novo-Nicolaievsk e di Troitskosavsk.
- Nottata calda!
mi dice il colonnello nel prendere posto all'unico tavolo ancora libero.
Il locale è infatti pieno di gente e di fumo.































Nell'atmosfera greve è sospeso un potente odore di tabacco, di alcole,
di olio bollente, di pesce in salamoia, di ascelle sudate.
Il pianista - una faccia alla Beethoven, ma scolorata e scarnita dai digiu-
ni - martella sul piano una canzonetta popolare russa che vari ubriachi
accompagnano dai tavoli canticchiando. In un angolo della vecchia dal
mento aguzzo e dalla pelle color sughero sgranocchia avidamente ceci
arrostiti ed ogni dieci, dodici ceci si fa il segno ortodosso di croce.
Alle pareti sono appese varie fotografie di generali russi in colbàc e pel-
liccia: ingiallite, affumicate, male incorniciate, preistoriche.
- Quello
mi dice il colonnello indicandomi un ritratto più grande degli altri,
- è l'ammiraglio Kolciak, capo di tutte le forze bianche della Siberia,
fucilato dai bolscevichi nel 1920 ad Irkustk.





















- Viva Kolciak!
grida qualcuno che ha inteso nell'ebrezza il nome dell'ammiraglio.
- Viva Kolciak!
Ed ancora della vodka per me!
- E' Ghisleief!
precisa il colonnello.
- Un valoroso che era aiutante di campo dell'ammiraglio. Aveva il grado
di capitano ed era un tipo in gamba. Oggi la vodka lo ha abbrutito.
Scoppia uno schiamazzo d'inferno in un angolo tra un gruppo di Kolcia-
kisti ed un gruppo di semionofisti. Tra Kolciak e Semionof i rapporti era-
no pessimi. La loro rivalità personale sopravvive alla loro morte, nei cuo-
ri e nelle ubbriachezze degli ex-dipendenti.
- Kolciak è stato tradito dal generale Sirowy!
urla un gigante biondo, tutto ciuffo, assestando un tremendo pugno al ta-
volo che vibra dolorosamente in tutti i suoi piatti sudici e le zuppiere vuo-
te.
- Sirowy?
chiedo.
- Il cecoslovacco?
- Sì
mi spiega il colonnello,
- Sirowy, l'ex Primo ministro di Cecoslovacchia. Egli è ben conosciuto
da noi. Comandava in Siberia la Legione ceca ed ha combattuto i bolsce-
vichi di Kolciak. I cosacchi non amavano i cechi i quali facevano la guer-
ra con troppa ferocia, bruciavano i villaggi, uccidevano donne e bambini.
Il ceco è un popolo feroce! Dove passavano i cechi seminavano il terrore
e ciò contribuì a farci perdere molte simpatie in Siberia, fra i russi e fra
i mongoli.
(M. Appelius, Al di là della grande muraglia)











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