giuliano

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IL TOMO

martedì 24 luglio 2012

LA CROCIATA (idiota & infinita) DI SIMON DE MONTFORT















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....Il tema dell'Iliade è anche quello di un frammento epico composto nel medioevo
in lingua d'Oc, e che costituisce la seconda parte del testo noto come 'Chanson de
la croisade contre les Albigeois'.
Tolosa ne è il centro, come Troia è il centro dell'Iliade.
Certo, un paragone tra i due poemi è inimmaginabile per la lingua, la versificazione,
lo stile, il genio poetico; eppure, nel poema di Tolosa, l'autentico accento epico si
fa sentire, e non sono rare le note strazianti.
Composto durante la lotta, prima che fosse noto l'esito, da un sostenitore della città
minacciata, tali circostanze lo privano della meravigliosa poesia che avvolge l'Iliade,
ma ne fanno un documento di grande valore. L'autenticità della testimonianza,
confermata dal confronto con altri racconti contemporanei, è garantita dall'abbon-
danza e minuzia dei dettagli, ma soprattutto dall'accento, da quella mescolanza di pas-
sione e imparzialità che crea il tono delle grandi opere. La civiltà di cui narra il poema
non ha lasciato altre tracce oltre al poema stesso, a qualche canto di trovatori, a rari
testi sui catari, e a qualche splendida chiesa.

Il resto è scomparso; possiamo solo tentare d'intuire cosa fu questa civiltà uccisa dalle armi, di cui le armi hanno distrutto le opere. Con dati tanto scarni, si può sperare di ritrovarne lo spirito; e anche se il poema ne dà una raffigurazione idealizzata, è per noi una buona guida; poiché è lo spirito stesso di una civiltà che si esprime nelle raffigurazioni dei suoi poeti.
Simon de Montfort e i suoi vescovi parlano tre o quattro volte degli eretici; alcuni vescovi, alla pre- senza del papa, accusano il conte di Tolosa e di Foix di favorirli, e il conte di Foix se ne difende: i difensori di Tolosa e il poeta stesso, a ogni vittoria, si felicitano di essere sostenuti da Dio, dal Cristo, dal Figlio della Vergine, dalla Trinità.
Ma invano si cercherebbero altre allusioni a controversie religiose; silenzio che, in un poema così vivo, in cui palpita tutta una città, può essere spiegato.
Solo ammettendo l'assenza pressoché totale di dissensi religiosi nella città e tra i suoi
difensori.
I disastri che si abbatteranno su questo paese avrebbero potuto spingere la popolazione
o a prendersela con i catari, perché causa della sua sventura, e a perseguitarli, o a far
propria la loro dottrina in odio all'invasore e a considerare i cattolici come traditori.
Apparentemente non si verificò né l'una né l'altra reazione.
Ed è cosa straordinaria.
Che si voglia lodare, biasimare o scusare gli uomini del medioevo, oggi si vede volentieri
nell'intolleranza una fatalità della loro epoca; come se per i tempi e i luoghi esistessero
delle fatalità. Ogni civiltà, come ogni uomo, ha a sua disposizione la totalità delle nozioni
morali, e sceglie. Se il padre di san Luigi, come è narrato nel poema, credette di servire
Dio autorizzando freddamente il massacro di un'intera città dopo che questa si era arresa,
è perché aveva scelto così; suo nipote doveva più tardi scegliere allo stesso modo, e
così lo stesso san Luigi, lui che considerava il ferro come un buon mezzo, in mano ai laici,
per regolare le controversie.

Avrebbero potuto scegliere altrimenti, e la prova ne è che le città del Mezzogiorno, nel XII secolo, scelsero altrimenti.
Se vinse l'intolleranza, fu solo perché le spade
di quelli che avevano l'intolleranza furono vittoriose.
Si trattò di una decisione puramente militare.
Contrariamente a un pregiudizio molto diffuso, una decisione puramente militare può influire sul corso dei pensieri per molti secoli, su vasti spazi; poiché l'impero della forza è grande.
L'Europa non ha mai più ritrovato allo stesso livello la libertà spirituale perduta per effetto di questa guerra.
Infatti nel XVIII e XIX secolo soltanto le forme più grossolane della forza furono eliminate dalla lotta delle idee; la tolleranza allora in auge finì col contribuire alla costituzione di partiti cristallizzati e sostituì alle costrizioni materiali le barriere spirituali.
Ma il poema di Tolosa ci mostra, con il silenzio stesso mantenuto al riguardo, quanto il paese d'Oc, nel XII secolo, fosse lontano da ogni lotta di idee.
Le idee non vi si scontravano, esse vi circolavano in un ambiente in certo qual modo
continuo. E' questa l'atmosfera propizia all'intelligenza; le idee non sono fatte per lottare.
Neppure la violenza della sventura riuscì a fomentare una lotta di idee in questo paese;
cattolici e catari, lungi dal costituire gruppi distinti, erano a tal punto integrati che lo shock
di un terrore inaudito non poté separarli. Ma le armi straniere imposero la costrizione, e
la concezione della libertà spirituale che allora morì non resuscitò più.
Se c'è un luogo del globo terrestre dove un simile grado di libertà possa essere prezioso
e fecondo, questo è il contorno del Mediterraneo. A chi osserva la carta geografica, il
Mediterraneo sembra destinato a costituire un crogiolo per la fusione di tradizioni venu-
te dai paesi nordici e dall'Oriente; questo ruolo forse lo svolse prima dei tempi storici,
ma pienamente l'ha svolto solo una volta nella storia, e ne risultò una civiltà il cui fulgore
costituisce ancora oggi, o poco ci manca, la nostra unica luce, cioè la civiltà greca.
Questo miracolo durò qualche secolo e non si ripeté più.





















Ventidue secoli fa' le armi romane uccisero la Grecia, e il loro dominio condannò alla
sterilità il bacino mediterraneo; la vita spirituale si rifugiò in Siria, in Giudea, infine in
Persia. Dopo la caduta dell'Impero romano, le invasioni dal Nord e dall'Oriente, pur
portando una nuova vita, impedirono per qualche tempo la formazione di una civiltà.
In seguito la preoccupazione dominante dell'ortodossia religiosa ostacolò le relazioni
spirituali tra l'Occidente e l'Oriente.





















In seguito tale preoccupazione scomparve, il Mediterraneo diventò semplicemente la
strada su cui le armi e le macchine dell'Europa andarono a distruggere le civiltà e le
tradizioni dell'Oriente. L'avvenire del Mediterraneo giace sulle ginocchia degli dèi.
Eppure nel corso di questi ventidue secoli è nata una civiltà mediterranea che avrebbe
forse potuto con il tempo costituire un secondo miracolo, che forse avrebbe raggiunto
un grado di libertà spirituale e di fecondità altrettanto elevato di quello della Grecia
antica, se non la si fosse uccisa.
Dopo il X secolo, la sicurezza e la stabilità erano diventate sufficienti per lo sviluppo
di una civiltà; lo straordinario mescolarsi di popoli dopo la caduta dell'Impero romano
poteva infine portare i suoi frutti.





















Ma da nessun'altra parte questo poteva avvenire con la stessa intensità che nel paese
d'Oc, dove il genio mediterraneo sembra essersi allora concentrato. I fattori d'intolle-
ranza determinati in Italia dalla presenza del papa, in Spagna dalla guerra ininterrotta
contro i Mori, qui non avevano l'eguale; le ricchezze spirituali vi affluivano da ogni
parte senza ostacoli. L'influenza araba penetrava facilmente in paesi strettamente le-
gati all'Aragona; per un prodigio inesplicabile il genio della Persia mise radice in questa
terra e vi favorì proprio nello stesso periodo in cui sembra essere penetrato fino in
Cina.





















E forse non è tutto; così a Saint-Sernin, a Tolosa, è dato vedere teste scolpite che e-
vocano l'Egitto. I legami di questa civiltà risalivano lontano nel tempo come nello spa-
zio. Questi uomini furono probabilmente gli ultimi i quali l'antichità era ancora cosa
viva. Per quanto si sappia poco dei catari, sembra chiaro che essi furono in qualche
modo eredi del pensiero platonico, delle dottrine iniziatiche e dei Misteri di quella
civiltà preromanica che abbracciava il Mediterraneo e il Vicino Oriente; e, che sia per
caso o no, la loro dottrina ricorda per certi tratti il buddismo, e la filosofia di Pitagora
e Platone.
Uccisi loro, tutto questo diventò semplicemente materia di erudizione.
Quali frutti ha portato una civiltà tanto ricca di elementi diversi?
E quali avrebbe potuto portarne?
L'ignoriamo; l'albero è stato tagliato.
Con la peggiore crociata, con la peggiore calunnia, con la peggiore intolleranza....
(Simone Weil, I Catari e la civiltà mediterranea)










        



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