giuliano

giuliano
IL TOMO

mercoledì 18 luglio 2012

DA NORIMBERGA A VENEZIA 3








































Precedenti capitoli:

http://dialoghiconpietroautier2.blogspot.com/2012/06/da-norimberga-venezia.html (1) &

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/07/17/da-norimberga-a-venezia-2.html (2)










Di Verona, Schaseck, il cavaliere che dà il resoconto del viaggio di Lev z
Rozmitalu, aveva descritto l'Arena, che prende per il palazzo di Teodori-
co, abbandonato e in rovina; di giorno vi stanno 'faeminae nobiles' (in
realtà prostitute) che di notte sono scacciate dagli spettri.
Al centro dell'anfiteatro il boemo vede una forca, riservata, gli dicono, al-
le esecuzioni di malfattori locali, cui viene così risparmiata la vergogna di
essere impiccati insieme a stranieri.
A Padova, Mantegna (gli affreschi nella cappella degli Ovetari agli Eremi-
tani) e Donatello: sulle immagini del paesaggio italiano che riempivano gli
occhi curiosi del giovane artista di Norimberga, si venivano sovrapponen-
do le figurazioni intense, sconvolgenti della nuova maniera italiana di fare
arte.
L'università, da sempre di grande prestigio, richiamava molti stranieri; ci
andavano anche i giovani di Norimberga; da poco ne era tornato l'uma-
nista Willibald Pirkheimer, amico di Durer.
In questa città si prendeva la barca per scendere la Brenta; così fece
Philippe de Commynes, in missione diplomatica presso la Signoria negli
stessi mesi in cui era a Venezia il norimberghese.


























'A la Chafasine' (Fusina), scrive il francese, si lascia il battello col quale
si è arrivati da Padova lungo il fiume e ci si mette in piccole barchette,
ben pulite, rivestite di 'tappisserie' e con tappeti di velluto per sedersi:
sono le gondole con cui percorrere le acque calme della laguna, color
di perla all'imbrunire.
In nessuna città al mondo, forse, si ha l'impressione di potersi riportare
nel passato quanto a Venezia. Sulle sue isole labili, nell'autunno del
1494, doge Agostino Barbarigo, la città in effetti non aveva configura-
zione molto diversa dall'attuale; quella sua architettura, che pare una
cagiante coagulazione di colore tra acque e cielo, dispiegava già tutto
il proprio fascino.
Nei particolari risalterebbero più differenze di quante immediatamente
pensabili; nell'immagine attuale della città ha infatti parte proponderan-
te il gusto classicistico del rinnovamento cinquecentesco, prima artefi-
ce il fiorentino Iacopo Sansovino.


















La basilica di San Marco era quasi interamente quella che vediamo,
ma intorno alla grande piazza - il Petrarca che l'aveva vista col pavi-
mento di mattoni si era chiesto 'se la terra ne abbia un'altra simile' -
non v'era quasi nulla in quel che si vede ora: gli stessi portici continui
delle Procuratie vecchie, la parte più antica della cornice architettoni-
ca, non erano proprio quelli attuali, cui si pose mano, ricostruendoli,
al principio del '500; il campanile, che non aveva la cuspide, era alli-
neato all'ospedale di Pietro Orseolo, non più esistente.
Sulle facciate del Palazzo Ducale il sole illuminava il prezioso tessu-
to delle losanghe bianche e rosa sopra i loggiati di pietra d'Istria, già
chiaroscurata del salino, ma sul lato verso la Piazzetta non c'era an-
cora il grande finestrone centrale.


























Quando dal campanile la 'trottiera' chiamava a consiglio, i patrizi en-
travano dalla Porta della Carta, come oggi passano i visitatori, ma
vedevano la facciata sul cortile dell'ala verso il Rio di Palazzo e la
Scala dei Giganti entrambe in costruzione, dopo l'incendio del 1483.
Dirigeva i lavori il veronese Antonio Rizzo, che aveva già scolpito
l'Eva e l'Adamo dell'Arco Foscari, ma che tra poco (1498), accu-
sato di peculato per 12.000 scudi, sarebbe scappato a Cesena.
Nella immensa sala Maggior Consiglio, i patrizi alzavano gli occhi
non la vorticoso 'Paradiso' del Tintoretto, ma a quello tutto angeli
aureolati dell'affresco del padovano Guariento.
Sul Canal Grande c'era gran movimento di imbarcazioni e un solo
ponte, quello di Rialto, che era di legno, coperto e con la parte di
mezzo levatoia.
La descrizione di Philippe de Commynes è entusiasta: 'la grant
rue, qui 'ilz appellent le Canal grant', è molto larga; vi passano le
galee e accanto alle case si vedono navi di oltre 400 botti; 'è la
più bella strada che credo vi sia in tutto il mondo'......
(L. Camusso, Guida ai viaggi nell'Europa del 1492)




....Sotto il velame.....

http://paginedistoria.myblog.it/archive/2012/07/17/appunti-eretici-di-viaggio.html










Nessun commento:

Posta un commento