giuliano

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IL TOMO

mercoledì 1 agosto 2012

OTTO RAHN: ESEMPIO DI ANTISTORIA AL SERVIZIO DEL NAZISMO














Prosegue in:

l'inglese detto 7  (2) (3)


e il tedesco 8 (1)













....Il giovanotto tedesco piombato in Linguadoca come una sorta di messaggero
non era né un facilone, né uno stupido.
Aveva intuito che il suo tempo, e non solo in quella periferica regione della Francia,
aveva una sete furiosa di miti, voleva storie nuove in cui credere, era disposto ad
ascoltare nuovi profeti.
Pur di sognare.
Pur di vivere dentro una grande narrazione che ridisegnasse il mondo.
Il 'modello' dei notabili di provincia, scrittori e ricercatori fantasiosi, era forse espor-
tabile sulla grande scena d'Europa.


























A Berlino, per esempio.
Andava trasformato in un messaggio semplice e trascinante, e reso più presentabile,
più smaliziato culturalmente; il successo sarebbe stato assicurato.
Quel che forse Rahn non capì fino in fondo, invece, era che proprio in quel momento
i grandi miti dell'umanità stavano per muoversi guerra fra loro. I nazisti sapevano me-
glio di lui, tant'è vero che poi lo arruolarono: ma questa, almeno per ora, è un'altra
storia. Qualunque fosse lo scopo con il quale era venuto, Rahn decise che non fosse
il caso di preoccuparsi troppo dei dati storici, perché non era questa la via in grado
di procurare fama e gloria.


















Disdegnò gli archivi ed evitò di proposito gli accademici, e ripudiò una più probabile
via storica, antropologica, scientifica. E di conseguenza riservò alla verità una beffer-
da diffidenza.
Nella 'Corte di Lucifero' narra, con divertito distacco, di essere andato, quando ov-
viamente già si trovava in Germania, con due professori di letteratura al castello di
Wildenberg, nell'Odenwald, e di essersi messo a discutere con loro se in quel manie-
ro in rovina potesse aver trovato rifugio Wolfram von Eschenbach, e se avesse anzi
scritto lì il suo 'Parzival' 'ereticale' su ordine di un signore, il cavaliere von Durne, i
cui parenti erano stati accusati di appartenere all'eresia 'luciferina'.
E' il suo tipico procedere per associazioni e accostamenti suggestivi a non convince-
re per nulla gli accademici.


Nella 'Crociata contro il Graal' compare una favola, che, dice Rahn, gli fu raccontata sulle alture verso Montségur: un 'vecchio pastore', sugli erti sentieri, evoca il giorno in cui le 'muraglie di Montségur erano ancora in piedi' e 'i catari, i puri, vi conservavano il Santo Graal'.
Ma le armate di Lucifero vennero ad assediare il maniero, perché volevano riprendersi 'quel gioiello', ossia il Graal, caduto dalla corona del loro capo quando fu precipitato sulla terra per essersi ribellato al creatore.
'Allora, nel momento più critico, una colomba bianca arrivò dal cielo e fendette col suo becco il Thabor. Esclarmonda, la guardiana del Graal, gettò il sacro gioiello nella montagna. Questa si rinsaldò, e così fu salvato il Graal'.
La scena è grandiosa, il miracolo della montagna che si schiude per ricevere il tesoro più prezioso - in base alla tradizione che considera il Graal non un calice, ma una pietra - è degna di un grande pittore,

o di un vero sognatore.
Rahn si innamora di quella descrizione al punto da replicarla, molte pagine dopo,
completandola: 'Tutti i Puri perirono nel fuoco, salvo Esclarmonda. Quando ella sep-
pe il Graal in luogo sicuro, salì alla sommità del Thabor, si mutò in una bianca colom-
ba e volò verso le montagne dell'Asia.
Esclarmonda non è morta.
Ancora vive laggiù, nel Paradiso terrestre'.
Per lui, questa è 'la voce della saggezza immemoriale'.
...E' un peccato che quel vecchio pastore depositario di una sapienza così arcana
non sia probabilmente mai esistito.



























Così si installò a Ussat-les-Bains in una pensione famigliare, e ne fece il suo quartier
generale. Forse non aveva altra scelta, data la costante penuria di denaro.
Una locanda come quella dove prese alloggio era comunque l'ideale per un escursio-
nista, che doveva oltretutto iniziare un duro apprendistato da speleologo. Lui non era
stato mai uno sportivo: ma bisognava conquistare le grotte, e per far questo era neces-
sario il fisico e imparare rapidamente le tecniche per affrontare un ambiente sconosciuto
e pericoloso.


I gestori sembrano rappresentare la migliore soluzione possibile: uno di loro faceva anche il servizio di taxi, ed era abituato ad accompagnare
i turisti, forse anche a dare buoni consigli.
C'erano tutte le attrezzature disponibili, la padrona sapeva come preparare gli zaini, insomma la sistemazione era perfetta. Ma dobbiamo aggiungere che, nella leggenda di Otto Rahn, quel modesto albergo per amanti della montagna giocò un ruolo decisivo, in virtù di una coincidenza curiosa.
Forse non sapremmo tanto su di lui se si fosse rivolto a un altro indirizzo:
perché il giovane cugino della locandiera Louise Bernadac, Christian, sarebbe diventato giornalista e scrittore, divulgatore storico particolarmente interessato ai tedeschi e ai nazisti, e grande conoscitore dell'Ariège.
Una volta adulto, lui che come molti suoi compaesani - e in particolare tutti gli intellettuali e i notabili - era atrratto dalla religiosità latente, dal clima di sacralità di quei suoi borghi lontani,
volle ricostruire punto per punto la figura di Otto Rahn, l'uomo che era passato 'dal

catarismo al nazismo'.
Il 25 maggio 1932 il giovane tedesco firma un contratto piuttosto oneroso con cui
affitta a Ussat-les-Bains 'per tre, sei o nove anni consecutivi' l'albergo ristorante 'Des
Marroniers' ossia dei castagni, impegnandosi a pagare entro ottobre, in tre rate, 15.000
franchi, il canone per un anno.
Inoltre assume a proprio carico le spese per dotarlo di acqua corrente e di riscaldamento.
Chi gli ha dato tanto denaro?
A questo punto, tutti i sospetti sono legittimi: dietro l'albergo, una massiccia costruzione
ornata appunto di alberi di castagno, prospiciente la stazione ferroviaria, c'è un sentiero
che si perde per i monti.


















Potrebbe essere l'ideale per traffici poco chiari, contrabbandi, movimenti di spie.
Ma se i contrabbandi erano una costante attività economica a cavallo dei Pirenei, non
è tuttavia per nulla chiaro in che cosa ciò potesse rappresentare un motivo d'interesse
per eventuali agenti segreti tedeschi.
In paese si intrecciano leggende, si spia l'andirivieni degli ospiti, che forse è stato addi-
rittura clamoroso: in Germania, poco tempo dopo, rimpiangendo quel paradiso perduto,
Rahn avrebbe confidato a un nuovo amico, Adolf Frisé, quel che lo rendeva più fiero
della breve stagione da 'hotelier'.







































Lì erano passate, gli disse, Joséphine Baker e Marlene Dietrich.
Le due donne più belle del mondo, le più ammirate, le più scandalose.
Ed erano con lui in rapporti di grande cordialità e intimità.
Era un sogno, una vanteria, un 'romanzo' nel romanzo della sua vita?
Nessuno ha più ritrovato i registri dell'albergo, il mistero delle due cantanti e attrici
resta insoluto. Ma la loro presenza è verosimile, compatibile con i tempi: la Baker
aveva debuttato a Parigi con la Revue Nègre nel 25; durante la tournée in Germania,
dopo l'enorme successo francese, aveva conosciuto Max Reinhart, che la voleva nel
suo teatro a Berlino, e frequentato per un breve periodo la sua scuola di recitazione
dove c'era anche, fra gli allievi, Marlene Dietrich.




















I giornali locali non ne fanno menzione, ma non è impossibile immaginare la Baker e
la Dietrich ai Marroniers.
L'attrice tedesca aveva finito, nel 32, di girare 'Marocco'.
La comparsa della Dietrich, nei discorsi di Otto Rahn, non è di per sé sorprendente.
Quella di Joséphine Baker, che è americana e nera, sì: e anche se fosse stato un'astu-
tissima spia, non avrebbe avuto alcun motivo di parlare di lei una volta tornato nella
Germania ormai nazista.
Il giovane scrittore parla di tutto e di nulla, della lunghezza delle gonne delle ragazze
incontrate per la strada, dei 'grandi iniziati', di Cristo 'questo piccolo sporco ebreo',
di 'altri messaggeri che verranno'.
Le donne trasaliscono, gli chiedono di essere più chiaro, e lui fa il misterioso, cambia
argomento, discorre del Graal, di Napoleone, di Mussolini. Si lancia verso la porta,
poi ancora si volta verso quell'uditorio rapito e un po' spaventato, e dichiara di esse-
re il pre-messaggero, 'l'umile portatore del Graal della Conoscenza, della Promessa',
proclama di non poter abbandonare la sua patria tedesca, spara due frasi a effetto:
'Alla fine, la vera patria dell'uomo è l'umanità. La geografia seguirà'.
(M. Baudino, Il Mito che uccide)











    


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