giuliano

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IL TOMO

giovedì 9 agosto 2012

UN BUSINESS CHE SPARA (4)














 


















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.....Per la verità, Mussolini di mafia s'intende poco.
Nei diciotto mesi di governo non ha ancora avuto tempo di approfondire
il problema. Così il quadro che gliene fa il prefetto Scelsi, di Palermo, lo
rende furioso.
L'isola è praticamente controllata dall'onorata società che, approfittando
della confusione e del vuoto di potere seguiti al dopoguerra, ha allargato
la propria influenza.
Vaste zone montane, come le Madonie, sono letteralmente occupate da
bande armate che governano a loro modo decine di villaggi. L'autorità
dello Stato non esiste: le forze dell'ordine devono scendere a patti coi
banditi.



















Briganti leggendari, come i Ferrarello, gli Andaloro, i Dino, i Sacco,
sono più potenti delle autorità. non per niente, il vecchio Ferrarello è
chiamato 'u Prefetto' e Sacco 'u Questore'.
Le bande sono acquartierate nei paesi, emettono ordini, pianificano le
attività criminose, regolano la vita amministrativa.
Il sindaco della cittadina di Gangi, barone Sgadari, ha rifiutato recente-
mente un contributo dello Stato per l'illuminazione pubblica perché i bri-
ganti preferiscono che le strade restino al buio. I briganti amministrano
addirittura una sorta di giustizia: riparano i torti, risolvono le questioni.
E' uso comune rivolgersi a loro anche per ottenere la restituzione dei
beni o del bestiame rubati.
Chiedere l'aiuto della polizia sarebbe inutile e pericoloso, mentre i bri-
ganti restituiscono sempre il maltolto se i derubati accettano di pagare
un riscatto pari al terzo del valore del bottino.


























E' l'istituzionalizzazione della rapina.
I briganti che dominano la campagna hanno anche stretti contatti con
l'alta mafia che risiede nelle città. Ne sono, in un certo senso, l'organo
esecutivo. L'organizzazione ha capi e gregari in ogni ceto sociale, con-
trolla la vita politica ed economica dell'isola, elegge deputati, regola le
fittanze agrarie, impone ai latifondisti i propri 'campieri', svolge azioni
antisciopero, si intromette negli appalti e in ogni altro affare lucroso.
La tutela della mafia risulta dovunque più efficace e più sicura di quella
che può offrire lo Stato.
Per questo, proprietari e commercianti ne cercano la protezione e pa-
gano senza protestare il 'pizzu', una tassa che ha preso il nome da un
colorito modello di dire: 'fari vagnari u pizzu', fare bagnare il becco,
ossia compensare con una piccola offerta un lavoro fatto dagli 'amici'.

















Mussolini ascolta il prefetto borbottando oscure minacce nei confronti
della vecchia Italia e della classe dirigente isolana. La ritiene inquinata
di mafia.
Ma lui non ha la minima intenzione di essere 'il ministro della malavita'.
'L'Italia fascista debellerà la mafia', dichiara.
Spregiudicato com'è, non lo fa per scrupolo, ma solo perché è ben de-
ciso a non dividere il potere con nessuno.
D'altra parte ha già afferrato il nucleo centrale del problema: la mafia
trae la sua forza dai voti che offre ai politici e dalla sicurezza che garan-
tisce ai baroni della terra?
Bene: in futuro non ci sarà più bisogno di voti; e a tenere a bada i con-
tadini ci penseranno i fascisti, non i campieri.
Alcuni anni dopo, il 9 maggio 1924, Mussolini pronuncia ad Agrigento
la sua dichiarazione di guerra all'onorata società:

















Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: mi si è parlato
di strade, di acque, di bonifiche, mi si è detto che bisogna garantire
la proprietà e l'incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene, vi dichia-
ro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini 
dai delitti. 
Non dev'essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi 
soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica
come la vostra.
(A. Petacco, Il Prefetto di ferro)




Prosegue in:

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