CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 4 settembre 2012

QUALE SARA' LA VIA MIGLIORE?














 Precedenti capitoli:

Lupi di montagna (1) &

Lupi di montagna (2)














Sedevo sul colmo d'un alto cono di blocchi di neve e di tronchi di roccia,
solo in questo angoscioso calderone di solitudine (qual sarà la via migliore?).
La corda dal mio corpo s'andava perdendo giù nella neve. Ora soltanto la
febbre nervosa mi scosse, afferrai la corda, seguendone il corso, scostai
qualche po' di di neve ed ecco sporgente un viso cadaverico, verdastro e
sanguinante.
Del sangue scorreva da una grossa enfiatura sopra l'occhio, sangue gor-
gogliante dalla bocca. Poiché due nodi scorsoi s'erano attorcigliati intorno
al collo, cavai di tasca il coltello e li tagliai, invece di scioglierli. Poi gli ta-
gliai via anche il sacco da montagna, come se questo potesse riportarlo
in vita.
Quindi lo scossi, lo chiamai con parole balbettanti: il mio compagno si sve-
gliò e prese subito ad imprecare contro quei cani maledetti di guide, che lo
volevano trascinare per forza in una osteria.
































Mi rivolsi a lui con preghiere, feci per sollevarlo, egli urlava tuttavia di do-
lore e ricadde, un occhio era chiuso, col pugno batteva verso di me.
La nostra posizione era ancora estremamente pericolosa: avevamo volato
sopra le due crepacci terminali, e perduto nel tragitto cappelli, piccozze e
occhiali da neve.
Sedevamo ora al sommo d'un cumulo immane di sassi e di valanghe.
Vittorio Sella lo fotografò due giorni dopo.
Con furia inesauribile i sassi fischiavano intorno e sopra di noi.
Io sanguinavo da numerose ferite alle mani, specialmente le nocche di
mezzo delle dita erano sbucciate per intero, la parte carnosa era molto le-
sa; era evidente che i pugni avevano stretto spasmodicamente la piccozza
il più a lungo possibile.








































L'osso nasale era spezzato, alle reni avevo un punto doloroso, il mio piede
destro era gravamente danneggiato al malleolo. Di minuto in minuto riusci-
vo a reggermi con sempre maggiore difficoltà. Dovevamo ad ogni costo di-
scendere più presto che si poteva. Gli legai di nuovo attorno la corda taglia-
ta e scivolando un po' ciampiconi per la valanga, lo trascinai vigorosamente
con me.
Egli gridava e con le mani si aggrappava ai blocchi di neve, tuttavia lo rimor-
chiai fuori sul ghiaccio pianeggiante fino all'ultimo grande blocco di pietra.
Qui lo assestai più comodo che potevo. Le mie forze non erano sufficienti
a trainarlo; tirai sopra la sua la mia grossa giacca di loden, gli tagliai le mani
in calze di lana asciutta, e gli misi il mio sacco da montagna sotto i piedi.

































Erano circa le diciotto di sera.
Uno strano vagabondo scendeva balzelloni e zoppettando per il nevaio di
Tiefenmatten: senza cappello, giacca, panciotto, senza occhiali, piccozza e
sacco mi sforzavo di scendere più presto che potevo da questo deserto di
ghiaccio d'una bellezza spietata. 
M'avvicinai parecchio alla Dent d'Hérens, poiché ancor prima di cadere,
avevo veduto meno crepacci da quella parte.
....Erano già le venti e la valle e gli aiuti erano ancora lontani.
Io agii in senso pienamente adeguato allo scopo e tuttavia come in una neb-
bia dello spirito, press'a poco poco come reagisce il tuo fegato secondo le
sue funzioni o il viticcio della vite selvatica.
Perciò giù senza tregua per la lunga lingua gelata del ghiacciaio dello Zmutt!




























Presto il piede ferito si rifiutò d'andare o meglio di zoppicare. Poi mi toccò
strisciare carponi come un bruco. Ero così intontito e sfinito, che spesso non
evitavo affatto le pozze d'acqua, ma mi cacciavo semplicemente in mezzo.
Fra le colline moreniche a destra perdetti naturalmente la strada, che a giorno
chiaro è già difficile trovare e per qualche ora andai gattoni su e giù; invece
che alle mani doloranti e scorticate mi appoggiavo ai gomiti. Una volta caddi
all'indietro in uno stato d'incoscienza, forse svenuto. Ma di nuovo mi afferrò
un'oscura necessità e mi trascinai innanzi verso est.
Giunto finalmente verso mezzanotte sopra un crinale molto alto di detriti, non
riuscii più a proseguire per la stanchezza. L'uomo abbandonato senza aiuto
si gettò supino, restò con la faccia pesta e insanguinata, fissando Deneb las-
sù allo zenith, la stella dolce e verdina, e la notte mite, piena di bellezza.

O Cervino, crudele e magnifico, tu sei percorso dall'oro fluido della luna,
tutto all'intorno irradia pallida luce, per me solo tu getti ombra e mi togli
la vista e la via!
Eppure, o monte crudele, che ci hai vinti, o natura matrigna, o Divinità
arcigna, io vi amo in tutta la vostra bellezza che nega favori, nella vostra
granitica indifferenza.
Io, indistruttibile, sono simile a voi.
Una volta nel Gethsemani disse Uno che sudava sangue:

Non sia fatta la mia volontà, ma la tua... 

Alla fine del delirio di dolore e estasi quando trovai conforto in un rifugio,
la spedizione di soccorso da me sollecitata, trovò Lorria, nel delirio si era
quasi svestito e rotolato nella neve, tuttavia la sua natura riuscì a superare
il bivacco di quattordici ore e l'agitazione dei nervi.
.....Rimase soltanto storpiato del piede sinistro.........
(E. G. Lammer, Fontana di giovinezza)














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