CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

giovedì 27 settembre 2012

L' UOMO CHE CADDE SULLA TERRA

































Dall'inviato del Corriere della Sera: Dino Buzzati 27 Settembre 2 Ottobre 1948......








Ai primi del luglio 1945 la guida alpina Gabriele Franceschini, salito da solo
nell'alta Val Canali (Pale di San Martino di Castrozza) per studiare una via
nuova sulla parete della Cima del Coro, scorse a oltre 100 metri dalla base
delle rocce, una cosa bianca appesa a una gobba strapiombante.
Guardato bene, capì che era un paracadute e si ricordò come nel gennaio
un quadrimotore americano di ritorno dall'Austria fosse precipitato da quel-
le parti: sette otto degli aviatori erano calati incolumi presso Gosaldo.
Altri due, portati via dal vento, erano stati visti scendere dietro le creste nel
gruppo della Croda Grande e non se n'era più saputo nulla.
Sotto lo strapiombo si vedevano dei fili bianchi che dondolavano sostenen-
do una piccola cosa nera: una borsa per le provviste di emergenza?
O il cadavere stesso dell'aviatore così ridotto dal sole, dai corvi, dalle bur-
rasche?
























La parete in quel punto era rapidissima, però non molto difficile, circa un
'terzo grado'. In breve Franceschini raggiunse il posto, costatò che la cosa
nera era l'intrico delle cinghie che aveva sostenuto l'aviatore e che erano
state tagliate nette con un coltello.
Trasse giù il paracadute.
In un terrazzino più sotto vide un oggetto rosso vivo: era un giubetto di
gomma doppia con due curiose leve metalliche; lui ne mosse una e con un
sibilo il giubetto si gonfiò d'ria in un istante. Sopra c'era scritto: Lt. F.P.
Muller, Philadelphia (Pa).
Più sotto ancora Franceschini trovò un caricatore di pistola con le cartuc-
ce tutte sparate, e in fondo, nel buco di fusione tra la roccia e la neve che
riempiva il canalone, una sciarpa di flanella color verde. Inoltre: una pic-
cola baionetta con l'estrema punta spezzata.
Dell'uomo non una traccia.





















(Per primo si era lanciato Franklin Gogger, lui immediatamente dopo.
E gli altri? Già il suo ombrello si era aperto e gli altri non si erano anco-
ra gettati. Gogger sarà stato una cinquantina di metri più in basso. Il
rombo dei motori si spegneva nelle orecchie, pareva di sprofondare
nell'ovatta.
Si accorse che il vento li spingeva, man mano che scendevano, fuori
dalla valle, verso le montagne cariche di neve. A vista d'occhio esse 
si radrizzavano: irte di punte strane, spaccate da valloni in ombra, e
in fondo l'azzurro di neve.
- Gogger, Gogger!
chiamò, ma all'improvviso tra lui e il compagno si levò una muraglia
che gli veniva incontro. Era una parete a picco, gialla e grigia. A
un tratto gli si avventò addosso. Lui tese le mani per smorzare l'urto.)



















Sceso in valle, Franceschini avvertì il più vicino comando americano.
Tornò lassù dodici giorni dopo; nel frattempo molta neve si era sciol-
ta. Ma cercò a lungo inutilmente. Stava per ridiscendere quando sul
lato destro del vallone vide il morto mezzo fuori della neve. Era pres-
soché intatto, solo i globi degli occhi erano spariti; e una tremenda
ferita alla sommità della testa, una fossa rotonda e larga come una
ciotola.
Un giovane sui 24 anni, bruno, alto di statura. Già qualche mosca
girava intorno.





















(Batté contro la roccia, fu un colpo meno tremendo del previsto.
Non riuscì ad afferrarsi; si trovò, come di rimbalzo, sospeso ancora.
Ma fermo, Il paracadute si era impigliato su una specie di minuscolo
torrione sporgente in fuori. Lui pendeva così nel vuoto.Intorno rupi
assurde, frastagliate, vecchissime, non si capiva come potessero sta-
re in equilibrio. Il sole le illuminava. Ma lui guardò il fondo del vallo-
ne, quella bianca pista liscia ed affettuosa. Gli venne in mente di es-
sere ridicolo, così sospeso come un burattino. Una guglia sghemba
assomiglia a un monaco, proprio di fronte, lo fissava; però senza  
partecipazione. Troppo silenzio. Si tolse il casco, sperava di udire
qualche suono umano, sia pur remoto. Niente. Non un grido, uno
sparo, campana, rombo di autocarro. Urlò a tutta voce: 'Gogger!
Gogger!. 'Gogger, Gogger, Gogger! Gog!....Gog!.....
ripeterono gli echi: freddi, matematici, e pareva volessero dire 
non ci siamo che noi, rocce, ed è inutile che tu chiami.)


















Informato il comando americano, salirono col Franceschini una deci-
na di uomini al comando di un tenente. Con grande fatica, nuovi alla
montagna, giunsero sul posto.
Guida e ufficiale si intendevano in francese alquanto problematico.
Il cadavere fu messo in un sacco e cominciarono a discendere il ripi-
do canalone pieno di neve. A un certo punto però il vallone è interrot-
to da un salto di rocce. Qui il tenente ordinò l'alt e si fermarono.
Franceschini ne approfittò per guardare la 'sua' parete, esaminando
un certo camino. Con la coda dell'occhio allora vide una cosa muover-
si. Il sacco con la salma precipitava a balzi giù per la rocce. France-
scini guardò il tenente ma questi era impassibile.


















(Un metro e mezzo sotto i suoi piedi correva una brevissima cornice,
con sopra, a tratti, qualche cuscino di neve. L'unica, tentare. Tagliò
le cinghie che lo trattenevano. Tenendosi sospeso con le mani alle fu-
nicelle si lasciò spenzolare fin che toccò coi piedi. Fu sulla cengia.
Ma, di sotto, la parete precipitava. Sporgendosi, egli non riusciva a
vedere dove finisse. Le montagne! Mai le aveva viste da vicino; era-
no straniere, esageratamente belle, tutte sbagliate. Come le odiava.
Pure, bisognava uscirne. Avesse potuto utilizzare le cordicelle del 
paracadute. Ma quelle ormai penzolavano sopra di lui; come arram-
picarsi a prenderle?
Un abbassamento della luce perché il sole se ne stava andando gli
diede la paura. Faceva freddo. 'Aooh!' chiamò con una specie di fu-
rore. 'Aooaaoooh!' ripeterono sette otto volte le montagne, anche 
dall'altra parte della valle. Allora gli venne una speranza. Trasse la
rivoltella e tendendo il braccio in alto, quasi che lo potessero udir
meglio, sparò, scanditi, tutti i colpi. Gli echi ripeterono. Silenzio.
Mai aveva visto cose tanto immobili come le montagne, neanche le
case erano capaci di stare così ferme. La tenuta di volo non basta-
va, il giovane sbatté le braccia per scaldarsi. Provò una sigaretta,
non ebbe sollievo. Quando si sarebbero decisi ad arrivare, per far-
lo prigioniero, QUEI PORCI DI TEDESCHI?....)
(Dino Buzzati, I fuorilegge della montagna, Notte d'inverno 
a Filadelfia)




Prosegue in:


http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/09/27/notte-d-inverno.html


http://paginedistoria.myblog.it/archive/2012/09/27/a-filadelfia.html











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