giuliano

giuliano
IL TOMO

domenica 6 gennaio 2013

IL CONDANNATO A MORTE















Condannato a morte!
Ebbene, perché no?
Gli uomini, ricordo d'aver letto in chissà quale libro dove non c'era che
questo di buono, gli uomini son tutti condannati a morte con proroghe
...indefinite.
Cosa c'è dunque di tanto cambiato nella mia situazione?
Dall'ora in cui è stata pronunciata la sentenza, quanti sono morti, che
si disponevano a una lunga vita!
Quanti mi hanno preceduto che, giovani liberi, sani, certo contavano d'-
andare un giorno a vedere cadere la mia testa!




E forse, da oggi ad allora, quanti ancora mi precederanno, che cammi-
nano e respirano all'aria aperta, entrano ed escono a loro piacimento!
Ma in fondo, che cos'ha la vita perché io debba tanto rimpiangerla?
Solo un po' di luce fioca, il tozzo di pane nero del carcere, la povera
razione di brodaglia presa dalla marmitta dei galeotti; e venir maltratta-
to dai carcerieri, dagli aguzzini, dai delatori, dagli infami, dalle spie, ...
dai colpevoli...
Proprio io, affinato all'educazione, non vedere mai un essere umano che
mi creda degno di una parola e a cui rispondere, trasalire di continuo per
quello che ho fatto e che mi faranno: son questi, pressappoco, i soli beni
che il boia possa togliermi.
...Ah! non importa, è orribile!




La nera vettura mi condusse qui, nell'infame Bicetre.
Da lontano, l'edificio non manca d'impotenza. Si profila all'orizzonte, sul
fianco d'una collina, e a distanza conserva qualcosa dell'antico splendore,
un'aria di castello reale.
Ma provate ad avvicinarvi, e il palazzo diventerà una stamberga.
I frontoni in rovina offendono lo sguardo, Un che di vergognoso e mise-
rando aleggia sulle regali facciate; i muri paiono affetti da una lebbra.
Non più vetri né ante alle finestre; solo sbarre massicce di ferro incroci-
ate, con la faccia sparuta d'un galeotto o d'un matto che qua e là vi s'incol-
la.




E' la vita vista da vicino, la vita dei pazzi che s'accalcano, recitano, 
piangono, urlano, minacciano, indicano, bevono, ed in ultimo si riti-
rano anche loro.... nella cella....
Appena arrivato, s'impadroniscono di me delle mani di ferro.
Le precauzioni si moltiplicarono (quelle mani vogliono legare così da non
dover più pensare...e continuare a recitare...); non un coltello né una for-
 chetta per il pasto; la camicia di forza, una specie di sacco di tela da vela,
m'imprigionò le braccia; c'era da rispondere della mia vita.
M'ero appellato alla cassazione (ingordi cinghiali in cerca di potere...).
La gravosa faccenda poteva durare sei o sette settimane; per questo era
importante conservarmi vivo (ma poteva durare anche una vita intera, per
questo si conservavano così bene...).




I primi giorni venni trattato con una gentilezza che mi parve ripugnante.
I riguardi d'un secondino puzzano di patibolo.
Per fortuna, dopo pochi giorni prevalse l'abitudine; mi confusero con gli
altri prigionieri nella comune brutalità, e non ebbero più quegli inconsueti
tratti di cortesia che di continuo mi rimettevano davanti agli occhi del boia..
Non fu quello l'unico miglioramento.
La mia giovane età, la mia docilità, gli interessamenti del cappellano della
prigione, e soprattutto qualche parola in latino al guardiano che mai capì,
mi fecero ottenere la passeggiata una volta alla settimana...
Tutte le domeniche, dopo la messa, mi lasciano andare in cortile, all'ora
della ricreazione.....

(Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte)

Prosegue in:

un condannato a morte (1/4)











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