giuliano

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IL TOMO

martedì 10 settembre 2013

ABITANTI DI GOVERNI E MONDI SCONOSCIUTI (59)














Precedente capitolo:

Un Eretico risponde ad un Papa (58)

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Frate Girolamo vescovo di 'Carafa' (60)











Il cuore agitato da mille angosce, dopo la scena della notte (non meno del
teatro del giorno), mi levai la mattina del quinto giorno che già suonava la
prima, quando Guglielmo mi scosse rudemente avvertendomi che tra poco
si sarebbe riunite le due legazioni.
Guardai fuori dalla finestra della cella e non vidi nulla. La nebbia del giorno
prima era diventata una coltre lattiginosa che dominava incontrastata il pia-
noro.
Appena uscito vidi l'abbazia come non l'avevo ancora vista prima di allora;
solo alcune costruzioni maggiori, la chiesa, l'Edificio, la sala capitolare si
stagliavano anche a distanze, sia pure imprecise, ombre tra le ombre, ma
il resto dei casamenti era invisibile solo a pochi passi. Pareva che le forme,
delle cose e degli animali, sorgessero all'improvviso dal nulla; le persone
sembravano emergere dalla bruma dapprima grigie come fantasmi, poi via
via e a fatica riconoscibili.




Nato nei paesi nordici non ero nuovo a quell'elemento, che in altri momen-
ti mi avrebbe ricordato con qualche dolcezza la pianura e il castello della
mia nascita.
Ma quella mattina le condizioni dell'aria mi parvero dolorosamente affini
alle condizioni dell'anima mia, e l'impressione di tristezza con cui mi ero
svegliato si accrebbe a mano a mano che mi appressavo alla sala capito-
lare.
A pochi passi dalla costruzione vidi Bernardo Gui che si accomiatava da
un'altra persona (in prima fila una faccia nota alla storia...) che a tutta
prima non riconobbi o non volli riconoscere. Come poi mi passò accanto,
mi accorsi che era Malachia.
Si guardava intorno come chi non voglia essere scorto mentre commette
un delitto: ma ho già detto che l'espressione di quest'uomo era per natu-
ra quella di chi celi o tenti di celare, un inconfessato segreto.




Non mi riconobbe, e si allontanò.
Io, mosso dalla curiosità, seguii Bernardo e vidi che stava scorrendo con
l'occhio delle carte (per questo per tutta la durata del suo 'intervento' tut-
ti gli dicevano ... Letta?.... Letta?.... Letta?....), che forse Malachia gli a-
veva consegnato.
Sulla soglia del capitolo chiamò con un gesto il capo degli arcieri, che sta-
va nei pressi, e gli mormorò alcune parole. Poi entrò. Io gli tenni dietro.
Era la prima volta che ponevo piede in quel luogo, che al di fuori era di
modeste dimensioni e sobrie fattezze; mi avvidi che era stato ricostruito
in tempi recenti sulle spoglie di una primitiva chiesa abbaziale, forse di-
strutta in parte da un incendio.




Entrando da fuori si passava sotto un portale alla moda nuova, dall'arco
a sesto acuto, senza decorazioni e sovrastato da un rosone. Ma, all'inter-
no, ci si trovava un atrio, rifatto sulle vestigia di un vecchio nartece.
Di fronte si parava un altro portale, con l'arco alla moda antica, il timpa-
no a mezzaluna mirabilmente scolpito. Doveva essere il portale della chie-
sa scomparsa.
Le sculture del timpano erano altrettanto belle ma meno inquietanti di quel-
le della chiesa attuale. Anche qui il timpano era dominato da un Cristo in
trono; ma accanto a lui, in varie pose e con vari oggetti tra le mani, stava-
no i dodici apostoli che da lui avevano ricevuto il mandato di andare per il
mondo a evangelizzare le genti.




Sopra la testa del Cristo, in un arco diviso in dodici pannelli, e sotto i pie-
di del Cristo, in una processione ininterrotta di figure, erano rappresentati
i popoli del mondo, destinati a ricevere la buona novella.
Riconobbi dai loro costumi gli ebrei, gli arabi, gli indiani, i frigi, i bizantini,
gli armeni, gli sciiti, i romani.
Ma, frammisti a loro, in trenta tondi che si disponevano ad arco sopra l'-
arco dei dodici pannelli, stavano gli abitanti dei mondi sconosciuti, di cui
appena ci parlano il 'Fisiologo' e i discorsi dei viaggiatori.




Molti di loro mi risultarono ignoti, altri ne riconobbi: a esempio i bruti con
sei dita per mano (e dodici borse da viaggio), i fauni che nascono dai ver-
mi (esseri senza forma né anima...) che dicesi formarsi tra la corteccia e
la polpa degli alberi, le sirene (esseri multiformi dalle multiformi posizioni
anche in atti osceni in luoghi sacri alla democrazia...) con la coda squamo-
sa (dal sole estivo...), che seducono i marinai della (folle) nave, gli etiopi
dal corpo tutto nero (neri anche nelle intenzioni...), che si difendono dal-
la vampa del sole scavando caverne sotterranee, gli onocentauri, uomini
sino agli zoccoli delle loro zoccole e asini di sotto, i ciclopi con un occhio




solo (che guardano e scrutano tutto...) della grandezza di ogni scudo ru-
bato, Scilla con la testa e il petto di bambina e il resto da uomo adulto, il
ventre di lupa e la coda da delfino (ogni quattro gradini monta un politi-
co), gli uomini pelosi dell'India che vivono nelle paludi e sul fiume Epig-
maride, i cinecefali che non possono dir parola senza interrompersi e ab-
biare (a loro il Leone d'oro è grato per il futuro trono..), gli sciapodi,
che corrono velocissimi sulla loro unica gamba e quando si vogliono ri-
parare dal sole si sdraiano e rizzano il gran piede come un ombrello, gli
astromati della Grecia privi di bocca (cacciati dai più fieri Germani...),
respirano dalle narici e vivono solo d'aria (dei già detti Germani Reali.),




le donne barbute d'Armenia (estinte) e quelle di Turchia molto richieste
nelle grotte del centro di Roma, hanno la bocca nel ventre (ben volumi-
noso) e gli occhi sulle spalle (si guardano la borsa frutto del loro ultimo
guadagno..), le donne mostruose del mar Rosso, alte dodici piedi, coi
capelli che arrivano al calcagno, una coda bovina in fondo alla schiena
e zoccoli di cammello (sono accompagnate sempre da un boccale di bir-
ra...).....

Questi e atri prodigi erano scolpiti su quel portale.........
(Prosegue....)

(U. Eco, Il nome della rosa)








 

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