giuliano

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IL TOMO

sabato 21 febbraio 2015

IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE: 'Solo' nella ricerca della verità (7)






































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Mentre salivamo vidi che il mio maestro osservava le finestre che davano luce alla scala. Stavo probabilmente diventando abile come lui, perché mi avvidi subito che la loro disposizione difficilmente avrebbe consentito a qualcuno di raggiungerle. D’altra parte neppure le finestre che si aprivano nel refettorio parevano facilmente raggiungibili, dato che sotto di esse non vi erano mobili di sorta.
Arrivati al sommo della scala entrammo, per il torrione orientale, allo scriptorium e quivi non potei trattenere un grido di ammirazione. Il secondo piano non era bipartito come quello inferiore e si offriva quindi ai miei sguardi in tutta la sua spaziosa immensità. Le volte, curve e non troppo alte, sostenute da robusti pilastri, racchiudevano uno spazio soffuso di bellissima luce, perché tre enormi finestre si aprivano su ciascun lato maggiore, mentre cinque finestre minori traforavano ciascuno dei cinque lati esterni di ciascun torrione; otto finestre alte e strette, infine, lasciavano che la luce entrasse anche dal pozzo ottogonale interno….
… Vidi altre volte e in altri luoghi molti scriptoria, ma nessuno in cui così luminosamente rifulgesse, nelle colate di luce fisica che facevano risplendere l’ambiente, lo stesso principio spirituale che la luce incarna, la claritas, fonte di ogni bellezza e sapienza, attributo inscindibile di quella proporzione che la sala manifestava…. Quale apparve ai miei occhi, in quell’ora meridiana, esso mi sembrò un gioioso opificio di sapienza…..




Nelle pagine di Bonaventura e Tommaso è implicito, pur nella cautela delle dichiarazioni, il senso della distanza che separa le due attività umane. Nella realtà sappiamo che si trattava però di due gruppi di uomini, coloro che lavoravano e coloro che studiavano. La separazione veniva sottolineata dagli eruditi: non c’è da scegliere entro una vasta gamma di atteggiamenti. Si va dal più esplicito e sprezzante come quello di Guglielmo Conches che già nel secolo XII bollava con l’epiteto di ‘cuoco’ chi non aveva capacità di studiare, ad Alberto Magno che chiamava ‘bruto’ chi non capiva, a Ruggero Bacone che parlava di ‘ventosa plebs’, alla condiscendenza bonaria di Bartolomeo Anglico che affermava di scrivere anche per i ‘rudes ac simplices’. La convinzione di fondo è quella espressa con scherzosa brutalità dagli studenti nei ‘Carmina Burana’: ‘L’illeterato è come il bruto, essendo all’arte sordo e muto’.



  
…. Vidi poi in seguito a San Gallo uno scriptorium di simili proporzioni, separato dalla biblioteca, ma non come questo bellamente disposto. Antiquarii, librarii, rubricatori e studiosi stavano seduti ciascuno al proprio tavolo, un tavolo sotto ciascuna delle finestre. E siccome le finestre erano quaranta, quaranta monaci avrebbero potuto lavorare all’unisono, anche se in quel momento erano appena una trentina. Severino ci spiegò che i monaci che lavoravano allo scriptorium erano dispensati dagli uffici di terza, sesta e nona per non dover interrompere il loro lavoro nelle ore di luce, e arrestavano le loro attività solo al tramonto, per il vespro.
I posti  più luminosi erano riservati agli antiquari, gli alluminatori più esperti, ai rubricatori e ai copisti. Ogni tavolo aveva tutto quanto servisse per miniare e copiare: corni da inchiostro, penne fini che alcuni monaci stavano affinando con un coltello sottile, pietrapomice per rendere liscia la pergamena, regoli per tracciare le linee su cui si sarebbe distesa la scrittura. Accanto ad ogni scriba, o al culmine del piano inclinato di ogni tavolo, stava un leggìo, su cui posava il codice da copiare, la pagina coperta da mascherine che inquadravano la linea che in quel momento veniva trascritta. E alcuni avevano inchiostro d’oro e di altri colori. Altri invece stavano solo leggendo libri, e trascrivevano appunti su loro privati quaderni o tavolette.





Nel lento camminare del giardino chino ammiro la vita della foglia che trasuda la sua umidità invernale. Prego lei, fra la sua e la mia litania. In questo girare in tondo, qualche libro abbiamo foderato nel segreto della biblioteca e abbiamo nascosto agli sguardi attenti dei fratelli. Così ora anche di giorno, riesco a leggere qualcosa della radice della pianta, mia sola compagna, mia sola amica, mia sola anima, di questo Inverno che si preannuncia severo.  Ma i primi freddi alle ossa sono il nulla di fronte ai brividi della caverna che scende, fino alle volte insperate di panorami di altri secoli.  Quello di cui io ora sono testimone, e di cui spero mai mortificare il mio umile spirito dentro queste carni già sofferenti , è la costanza dell’Assoluto, divenuto parola attraverso il mio confratello -  Eraclio - .  Nel lento deambulare e girare attorno noi stessi, abbiamo imparato che la sua parola è più della nostra vita, che il suo dire è più della luce che riusciamo a vedere ogni mattina, che il suo pensare è un conversare con Dio, a cui  noi ancora non ci è ….. e mai sarà concesso. Il tramite del nostro parlare con la.....












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