giuliano

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IL TOMO

sabato 21 febbraio 2015

IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE: 'Solo' nella ricerca della verità (9)


















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Nel 1255 le opere di Aristotele entrarono ufficialmente alla facoltà delle Arti di Parigi: poco dopo, lo studio dei commenti dell’arabo Averroè innestò nella tematica della filosofia cristiana un processo e sospetto ai più. Ciò avveniva principalmente per due motivi: la trasformazione delle Arti da facoltà preparatoria dove si insegnava il metodo dialettico in facoltà di fatto autonoma, mirata alla ricerca filosofica; il carattere del sistema averroista, che appariva estraneo alla tradizione cristiana di discendenza agostiniana. E’ proprio all’interno di questo sistema che si trovarono gli stimoli a disegnare una nuova figura di intellettuale il profilo teorico e la cui funzione nella prassi dell’insegnamento contrastavano vivamente con l’immagine tradizionale del maestro.
In che consiste la differenza più notevole?
Credo sia in un singolare momento di autocoscienza professionale: Sigieri di Brabante, Boezio di Dacia tentano di far coincidere per la prima volta il progetto ideale del filosofo con la professione quotidiana alla facoltà delle Arti. Sigieri scive: ‘compito del filosofo è di esporre l’insegnamento di Aristotele (o altri filosofi la cui verità assommata all’esperienza è vera), non correggere o nascondere il suo pensiero, anche quando è contrario alla verità (teologica). Questa semplice affermazione distingue nel modo più chiaro i differenti ambiti professionali e di ricerca. Una concezione questa che non poteva essere accertata da chi condivideva con la tradizione l’idea della cultura cristiana come unità globale. Il contenuto diverrà evidente nella condanna del 1277, dove molte tesi uscite dalle Arti e congeniali all’insegnamento aristotelico-averroista furono censurate dal vescovo Tempier. Veniva colpito un indirizzo che aveva connivenze anche alla facoltà di Teologia: persino Tommaso d’Aquino era coinvolto. Ma tutto ciò apparterebbe più alla storia delle idee che a quella dell’intellettuale se non ritrovassimo fra le tesi condannate proposizioni come queste: ‘non c’è condizione di vita più eccellente del dedicarsi alla filosofia’ o ‘sapienti, a questo mondo, sono solo i filosofi’.




Non ebbi peraltro il tempo di osservare il loro lavoro, perché ci venne incontro il bibliotecario, che già  sapevamo essere Malachia da Hildesheim. Il bibliotecario ci presentò a molti dei monaci che stavano in quel momento al lavoro. Di ciascuno Malachia ci disse anche il lavoro che stava compiendo e di tutti ammirai la profonda devozione al sapere e allo studio della parola divina. Conobbi così Vananzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall’arabo, devoto di quell’Aristotele che certamente fu il più saggio di tutti gli uomini. Bencio da Upsala, un giovane monaco scandinavo che si occupava di retorica. Berengario da Arundel, l’aiuto del bibliotecario. Aymaro da Alessandria, che stava ricopiando opere che solo per pochi mesi sarebbero state in prestito alla biblioteca, e poi un gruppo di miniatori di vari paesi, Patrizio da Clonmacnois, Rabano da Toledo, Magnus da Iona, Waldo da Hereford.




Il resto è vista di un mondo che ci è proibito vedere, ammirare, contemplare. E’ solo l’immagine di quel Dio, di cui i nostri occhi debbono celebrare in eterno la sua venuta, la sua figura, il suo martirio. Gli occhi  di quel Dio riflessi nella sua sostanza, nell’ icona e sacrificati per sempre alla sua opera creata. Ma con il tempo l’opera creata ha mosso i nostri animi, i nostri spiriti, la segreta volontà non del tutto assopita di conoscenza. Nella rigida regola del nostro Eremo, ci è concesso celebrare il – Verbo – incarnato in diversa maniera . In questo fratello – Eraclio -, ci ha sempre stimolato, insegnato, e poi comandato. Nella regola del nostro vivere , del nostro tempo, oltre alle tre funzioni giornaliere, abbiamo la possibilità di prestare la nostra ignoranza alla – Sacra – conoscenza. La biblioteca diviene spesso il nostro rifugio.  Diviene la fuga, lo sguardo, la vista. La voglia di vivere dinnanzi ad una non manifesta cecità.  In quanto pur cechi, tutti noi, almeno quando prestiamo attenzione alle scritture, sembriamo vedere.  Ma dalla cecità, in realtà troppo spesso passiamo solo ad una forte miopia. Raramente ci è concessa la vista.  Quando io, ed altri miei fratelli vi riusciamo, cerchiamo di nascosto a fratello – Eraclio – di coniugare la luce interiore con quella esteriore.  Così imparammo, in nome di una più segreta verità, dei meschini rimedi. Dei segreti modi per riuscire in ciò che l’istinto non era ingannato, o del tutto assopito e rassegnato.  Fu l’istinto in cerca della ragione che dalla cornice di un quadro una mattina ci portò al perimetro del nostro giardino, per rubare un po’ di luce …. ed in segreto camminare in cerchio.  Osservati  dalla prima sostanza, dalla prima luce di fratello – Eraclio -. Visti senza poter vedere, perché l’occhio di fratello – Eraclio- è solo la vista dell’Altissimo a cui tutti noi aspiriamo. Ma nel nostro lento deambulare, come ogni giorno la regola ci insegna e comanda, abbiamo imparato in essa la segreta essenza  dell’inganno, abbiamo meditato in noi stessi l’essenza  di questo principio, ed in ultimo in tacito assenso siamo convenuti, io, ed i miei umili e pochi confratelli, che mentre fratello – Eraclio- ci spiava con gli occhi, gli occhi dell’ – Onnipotente – si intende, noi  cercavamo la stessa immutabile sostanza per altri – dove- .  La misura dell’ – Invisibile – iniziava così a prendere forma e misura. Non solo la misura delle proporzioni che costantemente cercavamo, studiavamo e paragonavamo, ma la misura di una più probabile verità contro un – Dio – che non riuscivamo più a vedere ne sentire.



Nasce, fondata sulla meditazione dell’Etica a Nicomaco di Aristotele, una nuova figura di uomo: ‘il suo piacere consiste nella speculazione, ed esso è tanto maggiore quanto più nobili sono gli oggetti dell’intelletto. Perciò il filosofo conduce una vita colma di piacere’. Il filosofo è il vero nobile: ‘secondo la perfezione della natura umana i filosofi che contemplano la verità sono più nobili dei re e dei principi’. La pressione dei tradizionalisti e della maggioranza contro questo nuovo tipo di professore che ‘nella conoscenza del vero trovava una vera fonte di gioia’ fu forte. Uomini di tal genere apparivano strani e pericolosi. C’è amarezza nelle parole di Giacomo di Douai: ‘Molti credono che i filosofi, che si danno allo studio e alla contemplazione filosofica, siano uomini malvagi, increduli e non sottomessi alle leggi, e che pertanto vadano legittimamente espulsi dalla comunità – così dicono; e a causa di ciò ‘tutti quanti si danno allo studio e alla contemplazione filosofica sono DIFFAMATI E SOSPETTI’.

(J.Le Goff, L'uomo medievale; U. Eco, Il nome della rosa; G. Lazzari, Dialoghi con Pietro Autier) 
















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