giuliano

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IL TOMO

domenica 27 novembre 2016

INSOLITI VIAGGI ONIRICI: ovvero... racconti della domenica...










































Prosegue in:

Insoliti Viaggi (onirici) (2)














Trentasei ore di ‘diretto’ mi conducono di un fiato da Milano fino a Reggio Calabria….
Scendo, disimballo la bicicletta che avevo difesa per precauzione di quei 1400 km, di ferrovia, e riparto immediatamente.
Sono le 9 del mattino.




I primi venti chilometri corrono presso a poco piani lungo il mare, costeggiando lo stretto di Messina. La Sicilia è a circa tre chilometri di distanza: il canale ha qualche somiglianza col Lago Maggiore. Tre grossi vapori solcano lo specchio azzurro lasciandosi dietro una larga scia divergente. Messina è schierata di fronte, candida nel sole brillante delle Madonie, non tanto alte da nascondere a sinistra il cono nevoso dell’Etna. Lungo la spiaggia innumerevoli imbarcazioni da pesca e di piccolo cabotaggio, reti, argani per trarre le barche in secco, piccoli cantieri per calafati, lavanderie, qualche rudimentale stabilimento di bagni, casotti di finanzieri, frotte di ragazzi e ragazze a gambe nude che fanno il chiasso, pescano colla lenza o raccolgono frutti di mare: una spiaggia formicolante di vita come quella ligure.




La campagna è ridente, simile a quella dei dintorni di Napoli, con una nota di maggior rigoglio. Si è sempre tra aranceti e limonaie in un inebriante acuto profumo di fiori d’arancio, di cedro, di limone, di bergamotto: sono le nozze della natura. Il paese, qui, è industriale: numerose e importanti filande di seta, parecchie con una architettura disadatta di chiese mal riuscite. L’occhio, dalle finestre, vede interni disposti bene, con macchine perfezionate. Molti capitali sono d’inglesi, altri – e furono ritirati con jattura grave - delle banche, massime della Generale. Di tanto in tanto nel mare, tranquillo e senza increspature appare come un filo bianco di spuma, che si allunga, si allunga fino a mezzo chilometro contorcendosi come un serpente, come se un grosso cetaceo corresse colla schiena al filo dell’acqua. E un gorgo, un innocente gorgo di quelli che ai poeti disoccupati dell’antichità suggerirono la fola di Scilla e Cariddi: oggi anche le più fragili barchette vi si avventurano senza pensarci più che tanto.




Incontro verso Villa San Giovanni una bicicletta, l’unica che vedrò fino a Salerno. Messina resta addietro; costeggio di fronte la riviera meravigliosa del Faro: una miriade di casette e di paesi lungo il mare si insegue sino alla punta estrema della Sicilia, che sembra immergersi nelle onde, come digradando. Soltanto la torre del Faro, col cupolino che dai cristalli rimanda i bagliori accecanti del sole, si stacca diritta e affusolata sulle acque azzurre come sentinella avanzata.
 E più avanti, nell’atmosfera infuocata, il gran dosso di un monte solitario emergente dal mare: è lo Stromboli.
Una donna mi saluta e mi dice: – Venite dall’America?
Evidentemente il mio aspetto da viaggio, che del resto nulla ha di straordinario, le pare oltremarino.




Corro in mezzo a siepi magnifiche di frangola, di rovi in fiore, di ginestre tutte gialle, di lunghi cespugli di gaggie odoranti. In quell’istante il dolcissimo ritmo di Lola sembra sprigionarsi da ogni fiore, da mare, dal cielo rovente, dai profumi acuti: Fior di gaggiolo di angeli belli è pieno il cielo….., e lo scintillante volar delle ruote sulla strada bianca si accorda così bene coll’ambiente, che la mia non è una corsa, è…. una poesia biciclettata. Di mezzo in mezzo chilometro, davanti alla spiaggia, a quattro o cinquecento metri da terra sta ferma una barca, come avamposto in vedetta. Nella barca due o tre rematori pronti a vogare, sulla prua, ritto, un fiociniere in attitudine di gladiatore che lancia il giavellotto; nel mezzo della barca è inflitto un palo alto tre metri, alla cui estremità poggiando i piedi su due denti di legno sta attaccato un uomo che spia. E’ tutto l’attiraglio per la pesca del pesce spada, che la spia vede in distanza, che i rematori rincorrono, che il fiociniere trapassa. 
(Luigi Vittorio Bertarelli)




Ormai solo 250 km. circa mi separavano  da Gellivar, la nebulosa meta cui anelava da tanto tempo….
Dopo qualche ora di riposo mi rimettevo in cammino da Lules con un’ansia febbrile; abbandonai il Golfo di Botnia per dirigermi a nord-ovest. La strada assai stretta e poco buona è frequentata solo nell’estate da qualche stolkjaerre e da kariol, un piccolo sentiero discreto però lo si trova sempre per la bicicletta; si risale il corso della Lulea dapprima sulla riva sinistra sino a Edefors, quindi si passa sulla destra. Dopo Storbacken al confluente della Stora Lule e della Lule Ille elf la strada si dirige ad ovest, finché circa 10 km. dopo Kosekats varcai finalmente il Circolo Polare in bicicletta!
Lo scopo del viaggio era ormai raggiunto!




In breve arrivai quindi a Iokkomokk, ma una grave disilusione mi attendeva. In una carta comperata a Stockolma, di recente pubblicazione, era segnata la continuazione di quella piccola strada sino a Gellivar; la strada invece da parecchio tempo progettata non è ancora stata compiuta ma prosegue solo per nove km. sino ad Ostanzid sul lago Vackyisure, a 66,38° di latitudine.
Dopo aver percorso 4235 km. mi vedevo arrestato a soli 90 km. dalla meta. Per quanto il passaggio del Circolo Polare in bicicletta fosse un fatto ormai compiuto, pure non mi bastava; partendo da Milano il mio obiettivo era Gellivar ed a qualunque costo ci dovevo arrivare. D’altra parte avevo cognizione certa di una strada possibile in bicicletta, che da Gellivar per Hakkas e Nandsum scende a Neder Kelix ed Haparanda.
Con molta fatica per la difficoltà della lingua, trovai due finni che parlavano anche il lappone, smontai la mia ‘Triumph’ e la chiusi in un sacco, in un altro ho posto il mio bagaglio e ieri mattina stessa mi misi in cammino colle due guide per compiere la traversata a piedi. Varcate alcune colline, dopo 4 ore di marcia, abbiamo raggiunto i primi campi lapponi sulle rive del lago Anaisure, nel piano compreso fra il torrente Anajokki e il monte Addojegge. 




Si contava di arrivare a Gelliver in due giorni circa, ma alcuni lapponi incontrati ieri presso Ligga ci avvertirono che, a settentrione, da una settimana il tempo è pessimo, la neve ha già fatto la sua comparsa: a soli sei giorni di cammino da noi una mandria di renne è già stata assalita da qualche lupo. Abbiamo quindi affrettato: arrivammo ieri sera alle imponenti cascate di Niommelsaska, che la Stora Lule forma uscendo dal gran lago di Lule; la foresta vergine che la circonda e la vista ell’Ananasvare formano un quadro magnifico!
Più oltre i pini vanno facendosi sempre più rari, finché nella vasta landa sorgono qua e là folti cespugli di betulla nana. Passammo la notte in una capanna lappone alle falde del Vousmaape, fu per me un’emozione grandissima indimenticabile! 
Il sole è tramontato alle 20,45, ma alle 22 ancora alcune nuvolette a ponente presentavano una leggiera tinta porporina; è stato un crepuscolo continuo, finché stamane alle 3, quando ci siamo messi n cammino, il cielo cominciava già ad indorarsi. In seguito però ad un vento gelido di settentrione l’orizzonte è andato man mano offuscandosi, tanto che quando raggiungemmo la vetta del Dundret, che sorge a sud-ovest di Gellivar, cominciava già a cadere qualche fiocco di neve.
 (R. Gatti)




….Wilkye non si era ingannato  sulla scelta della macchina, per procedere prontamente e con piena sicurezza  verso quel misterioso polo australe, che fino allora aveva opposto le sue immense barriere di ghiaccio agli arditi tentativi delle navi di tanti esploratori…
Si poteva dire, quasi con certezza, che egli stava per sciogliere felicemente la secolare questione sui mezzi meglio adatti per poter raggiungere quel punto, fino allora mai veduto da alcun essere umano. Se le navi avevano fatto cattiva prova, se le spedizioni pedestri erano terminate quasi tutte con un completo disastro, quella macchina leggiera ma solida, che poteva filare sopra gli immensi campi di ghiaccio con una velocità superiore a quella dei più agili od ai più rapidi steamers moderni, poteva riuscire nell’ardua impresa e trionfare pienamente sulla spedizione inglese che non disponeva che dei mezzi ordinari e assolutamente insufficienti in quelle regioni del freddo.




Era bensì vero che gli esploratori americani avevano appena allora cominciato il viaggio e che forse gravi pericoli li attendevano sull’immenso continente polare, il quale poteva preparare a loro delle tremende sorprese, ma pel momento dovevano essere soddisfatti ed anche sperare nella buona riuscita della spedizione. Infatti il velocipede funzionava perfettamente bene e divorava la via procedendo senza scosse e senza slittamenti, quantunque rimontasse la costa che era erta assai.
Le gomme dentellate pareva che si aggrappassero alla liscia superficie dei ghiacciai e guadagnavano terreno con tale velocità, che in pochi minuti i tre esploratori si trovarono sulla cima delle colline. Volsero gli sguardi verso la costa e scorsero, fermi dinanzi alla capanna, Bisby ed i sei marinai, che li salutarono per l’ultima volta agitando i loro berretti. - Addio amici! gridò Wilkye.
Un hurrà fragoroso fu la risposta, poi quei sette uomini scomparvero.




Il velocipede superata la cima, scendeva l’opposto versante, seguendo un burrone ricoperto di ghiaccio, muovendo diritto verso le immense pianure che si estendevano verso il sud, fino ai piedi della lontana catena di montagne scorta il giorno innanzi. In tre velocipedisti, mettendo in opera i freni per impedire qualche pericoloso scivolamento che poteva produrre dei guasti al motore, giunsero felicemente nella pianura, la quale scintillava sotto i raggi dell’astro diurno, come un immenso specchio. La temperatura non era più rigida come sula costa: oscillava fra i 3° ed i 5° centigradi sotto lo zero, accennando a rialzarsi allo zero, e qua e là si vedevano le tracce d’un imminente sgelo. Infatti dalle alture cominciavano già a scendere dei piccoli torrentelli che andavano a perdersi nella pianura e sotto al crostone di ghiaccio che copriva la terra, si udivano di quando in quando dei muggiti, che parevano prodotti dallo scorrere dei grossi torrenti. Qua e là s’aprivano poi delle fessure, dei lunghi crepacci che dovevano però rinchiudersi durante la brevissima notte, e dovunque si udivano crepitii e detonazioni. 




















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