giuliano

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IL TOMO

venerdì 2 giugno 2017

L'ULTIMO TRENO PER YUMA con coincidenza per Los Angeles (17)














































Precedenti capitoli:

Il Nulla degli Ambasciatori (16)














Prosegue in:

Coincidenza per Los Angeles (provenienza 'ultimo treno per Yuma'...) (17)














Avvolsi i miei pennelli in una vecchia camicia e li infilai nella tasca

posteriore dei calzoni. Leggevo una lettera sul pavimento della baracca, 

e di tanto in tanto riflettevo su me stesso…




Sì parto me ne vado sono un Don Chisciotte anch’io… 



E questa giornata è proprio l’ideale per mettersi in viaggio….  Erano circa le tre del pomeriggio. Mi tirai dietro la porta sfasciata e la chiusi alla meglio che potevo. Poi puntai verso ovest e camminai per un po’, attraversando i binari e oltrepassando un magazzino di carbone. Cara vecchia Pampa, sono arrivato qui nel 1926. Mi sono spezzato la schiena per te, ma non ho cavato un ragno dal buco. Da allora sei cresciuta, ti sei estesa oltre i campi. All’inizio eri solo quattro case, un paese di allevatori e contadini, poi col boom del petrolio ti sei ingigantita e nel giro di undici anni hai concluso la tua parabola morendo….




Un camion della birra di tre o quattro tonnellate frenò e l’autista (con una donna grossa con il volto grassoccio) gridò:

‘Per Dio volevo ben dire che fossi tu, Woody! Dove te ne vai di bello? Ad Amarilla? Devi dipingere delle insegne?’…

Il camion si rimise in moto con un salto mentre l’uomo sputava fuori dal finestrino.

‘Vado in California. Ho deciso di farla finita con quest’accidenti di polvere! E poi non lo sai? Ha vinto il commercio noi viandanti della Natura dobbiamo pur recitare una nuova poesia e con lei una canzone non ti pare?...

‘una bella scarpinata, una bella sfida mi sembra! Comunque una partita persa!'…




‘Basta seguire la strada fino in fondo! E non ho intenzione di voltarmi indietro a costo di finire su in cima sino al Teschio!’…

‘Caspita! E non dai neanche un’ultima occhiata a tutta questa meravigliosa Natura?’…

Guardai fuori dal finestrino e la vidi sparire in lontananza. In quella parte della città c’erano solo baracche stanche dall’aria disabitata. Lì non c’era più posto per molti di noi. Le trivelle segnavano su tre lati i confini della città, e c’erano le raffinerie che all’inizio mandavano un buon odore e che invece ora puzzavano: quelle raffinerie nere come il carbone che sputavano fumo e veleno lungo l’orizzonte peggio di dieci vulcani, e la polvere nera e fine si posava sull’erba e sul grano tenero che spuntava appena, accarezzato dal vento di maggio….
Ovunque camioncini e automobili come mandrie di bestiame. Ma il cielo era limpido e luminoso, e mi pareva di lasciare il posto più bello e più brutto del mondo.




‘Ho sentito dire che gli abitanti sono diminuiti di qualcosa come 16.000 unità’, dissi.

‘Già sembra proprio che la polvere si stia portando via anche le persone!’, disse il camionista.

Poi a scossoni attraversammo un altro passaggio a livello e lo sentii aggiungere:

‘Ricordo quando un sacco di gente veniva soltanto per vedere il cinema. Adesso è come se la città si ritirasse a poco a poco!’…

‘Non mi dicono niente di bello quelle nuvole minacciose laggiù verso nord’…

‘E’ un brutto periodo, questo, per quelli che vivono a nord. Certe volte scoppia una tempesta all’improvviso. Hai dei soldi con te?'...




‘No!’….

‘E come pensi di sopravvivere?’…

‘Con le insegne che altro possiamo fare ha vinto il commercio non ti pare?’….

     ‘E com'è che non ti porti appresso la chitarra?’…

     ‘Me la sono impegnata la settimana scorsa’...

     ‘Mi chiedo come farai a dipingere insegne in qualche maledetto paesino del Nord, con la temperatura che oscilla intorno allo zero. Ecco:...ti devo lasciare qui’…

‘Mi hai già risparmiato un bel pezzo di strada. Grazie tante…’…




Chiusi la portiera e mi tirai indietro, restando a guardare il camion che deviava dalla strada principale; rimbalzando per una strada di campagna. Il camionista non mi aveva salutato, né aggiunto altro. Strano pensai. Che brutte nuvole. Ad ogni modo sono già a sette chilometri dalla città e non è il caso di tornare indietro.
Ma che diavolo ho nella tasca della camicia?
Che mi venga un accidente: un biglietto da un dollaro.. Ecco perché non ha detto una parola. C’erano due case, una da una parte e una dall’altra, e io rimasi per un attimo in dubbio su quale delle due fosse quella del pastore. Trovata la casa bussai per cinque minuti ma nessuno si svegliò; così quasi vergognandomi, me ne andai camminando in punta di piedi sul marciapiede accidentato, e girai l’angolo.
 Arrivai in una strada di affari. I negozi si stiracchiavano completamente svegli. Gironzolai pian piano, guardando nelle vetrine i vestiti belli caldi ma troppo costosi, e i dolci ancora fragranti e profumati di zucchero,ammonticchiati e pronti per le consegne.
Un grosso poliziotto mi seguì per una cinquantina di metri tenendomi d’occhio, controllando ogni movimento che facevo. Mi voltai e lui sorrise. Disse:




 ‘Buongiorno’.

Contraccambiai il saluto…

‘Sta andando a lavorare?’…

‘No, veramente sto cercando lavoro. Vorrei trovare qualcosa e fermarmi in città, dipingo insegne’…

Guardò la strada oltre la mia testa, dove un automobilista mattiniero non aveva rispettato uno stop e disse:

‘Di questi tempi, da queste parti lavoro non se ne trova’…

‘Di solito sono abbastanza fortunato. So fare l’impiegato, il commesso, il cameriere, e anche dipingere cartelli’…  

La sua voce risuonò chiara nell’aria rarefatta:

‘Qui morirai di fame. O te la vedrai brutta!’.




     ‘Brutta?’…

  ‘Ho detto proprio brutta'...

   ‘Vuol dire che mi metterò nei guai?’…

    Annuì. Sì, intendeva proprio guai.

    ‘Che tipo di guai? Sono abbastanza bravo a tenermene alla larga’…

‘Sta’ a sentire, ragazzo. In questa città per essere nei guai basta non avere un lavoro. Capisci? E di lavoro non ce n’è. Perciò nei guai ci sei già’…

Poi aggiunse con un sogghigno come un macigno da energumeno:

‘ ...Noi, cani rognosi come te non ne vogliamo in questa città ...hai capito bene ...figliolo!’…

Non trovai lavoro come ben ricordate per chi conosce la storia anche se parlano e parlano lavoro per tutti e di tutti i gusti sembra una pubblicità di cui sto dipingendo l’insegna, così mi avviai verso la ferrovia i treni fischiavano a squarciagola, e c’era già una lunga fila di vagoni organizzati e pronti a partire. Centodieci vagoni significava quasi sicuramente che si trattava di uno di quelli veloci, e con diritto di precedenza.




Un ragazzo negro dall’aria esausta si affrettava sui binari, alla ricerca di un vagone frigorifero per calarcisi dentro. Ma ad un certo punto decise che non aveva più tanta fretta e si fermò accanto a me.

‘Prendi anche tu questo treno’, gli chiesi.

‘Già sono appena arrivato e subito devo ripartire. Non ho neanche avuto il tempo di rimediare un boccone. Vorrà dire che mangerò quando arrivo!’…

I suoi sbiaditi abiti da lavoro color cachi erano inzuppati di sudore. Era tutto impiastricciato di fumo, fuliggine e polvere. Fece una corsa verso una pozza d’acqua pulita e stendendosi supino cominciò a succhiare tutta l’acqua che poteva. Poi tirò un bel respiro e ritornò, pulendosi con un fazzoletto a scacchi sporco come la strada; quindi, visto che adesso il fazzoletto era bagnato e fresco, se lo legò intorno alla fronte fissandolo con un grosso nodo sulla nuca. Poi mi guardò dal basso in alto e disse scuotendo la testa:

‘E’ per non far colare il sudore’…




Era un vecchio trucco dei vagabondi. Lo conoscevo anch’io, ma non possedevo un fazzoletto. Il caldo si faceva sempre più insopportabile. Gli chiesi:

‘Quando è stata l’ultima volta che hai mangiato?’…

‘A El Paso. Un paio di giorni fa’…

La mia mano non mi consultò prima di muoversi, anche se comunque io non avrei fatto obiezioni: tirai fuori dal maglione il sacchetto e glielo porsi. Era ancora caldo, e sapevo esattamente cosa si doveva provare a mettere le mani su quella cosa calda ed appetitosa. Affondò i denti nel panino e si sfamò…
…Man mano che il treno acquistava velocità ed il vento aumentava, sventolavamo i cappelli salutando le macchine di passaggio.

‘Arrivederci! Tanti saluti! Che Dio vi benedica!’…

Poi osservai i due coperchi delle buche frigorifere della mia carrozza: erano chiusi così bene che non sarei riuscito ad aprirli neanche con l’aiuto di una coppia di cavalli e da queste parti cavalli e muli non mancano di certo, e non passò molto tempo che altri due viaggiatori misero la testa dentro al buco, strillando:

‘C’è nessuno?’…

Rispondemmo urlando:

‘Siamo in due! Ma c’è posto per altri…’….




….D’un tratto tutti si zittirono! Abbassammo la testa, e voltandoci bisbigliai:

‘Sparpagliatevi! State giù! Ehi, butta via quella cicca e tu il libro e tu quella Poesia, e tu non parlare in Rima, tu in fondo non fiatare con la Luna e non dialogare con la Natura, e tu cerca di non sognare è arrivato quell’uomo grasso e grosso come e più di un fagotto… E’ uno strano tizio mascherato ma tutti noi lo conosciamo come il peggiore aguzzino ed in vero è ora accompagnato da tre uomini con le pesanti uniformi delle ferrovie, ci raggiunsero in meno che non si dica a loro poco e nulla sfugge circa questa ed altra vita… Solamente ora siamo in questo treno e presto arriveremo'…

…Loro con le lanterne abbaglianti e le torce puntate strillarono ed urlarono e il più grosso di tutti dalle sembianze di un fagotto era il più agitato scaricava pesanti e ingombranti casse di legno e per il vero nei secoli tutti indistintamente dal negro all’orientale lo ricordano… Non ha un volto non ha un nome compare puntuale su questa ed ogni altro vagone con la quale attraversiamo i binari morti di questa Poesia… di questa Canzone…
A vederlo è un enorme fagotto che scarica il letame del suo ed altrui peso! A guardarlo è solo uno schiavo, abbiamo pensato io ed il mio amico che ha appena cambiato colore... Uno schiavo con un padrone ma ad osservarlo è solo un enorme fagotto ed un inutile contorno con tanto troppo rumore…
Un fagotto della innominata Compagnia!
Del resto che pretendiamo viaggiamo su un vagone merci della sua linea…




‘Dove siete diretti e che pensate di pensare clandestini?’…

Ancora silenzio giacché il fagotto ancora non ha mosso il proprio peso…

‘Che vi succede? Siete tutti sordomuti non avete udito Contener il mio amico? Non c’è nessuno che sappia rispondere?'...

Da quel che potevamo vedere i tre custodi della linea portavano la pistola bene in vista, non si poteva fare a meno di notarla. Tenevano una mano appoggiata sul calcio, e fagotto, anzi scusate, ora che conosco il suo nome, Contener, teneva una mano appoggiata sul calcio e con l’altra la torcia illuminata almeno da questa distanza pare una torcia: si accende e spegne e tutti indistintamente abbiamo notato che i due tappi sulle tempie o forse sulle orecchie: non vedo bene anch’io un po’ di paura, il nero invece è quasi sbiancato…
Alcuni riuscirono a scappare, disubbidendo all’alta delle guardie. I pochi rimasti furono sottoposti ad un breve interrogatorio… Sotto l’occhio vigile di Contener si intende!

‘Dove sei diretto!’

‘A Yuma’…




Cercai anch’io di entrare nel giro visto che da pittore degradato ad imbianchino delle insegne del progresso in nome e per conto del commercio… ciò è sottointeso…

Per farla breve ci circondarono!

E ragazzi non è certo un bel Viaggio credetemi accompagnato da questa porto e comandato per di più da Contener…

‘Sì lo ammetto stiamo sul binario morto per Yuma o forse “l’ultimo treno per Yuma”, insomma anche noi non certo commedianti per non arrecare torto al Don della stazione precedente… ma con noi non alberga di sicuro la morte ci dev’essere uno strano costume in questa scena ed impone che pur se Poeti dobbiamo anche un po’ recitare altrimenti Contener ci degrada all’ultimo convoglio e poi direttamente alla stiva e da questa fino alla baleniera dove ancora cerca la sua ed altrui vendetta...

Il nero non ricorda la scena e continua nella preghiera…

Sì! Siamo qui per Yuma e penso che non abbiamo neppure sbagliato coincidenza…
…Non vedete siamo tanti e tutti ben relegati anche se la comparsa per questa scena non si addice alla nostra statura. E’ questione di immagine.
E’ questione di fantasia.
E’ questione di effetti che da ciò ne deriva…
Il nostro è miracolo nel sogno della vita il vostro uno strano artifizio che ruba il sogno e ci butta giù dal vagone dell’infinita linea…
Un sogno recitato di fretta per quest’ultimo treno per Yuma come le dicevo caro Contener… abbia pietà della nostra sfortuna ci faccia arrivare fino a Yuma…























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