CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

venerdì 9 settembre 2022

C'ERA UNA VOLTA, O UN TEMPO PASSATO (21)

 









Precedenti capitoli:


Negli stessi anni (??) (17/20)  


& il capitolo di "nuovo" 


quasi al completo [22] 


Prosegue con 


l'Arte di... (23)






Prima e dopo ogni cambio di Scena del famoso quanto immancabile burattino marionetta & futuro automa, ecco di nuovo Pinocchio e di lui padre Geppetto, un tempo, infatti, li pensavano e costruivano di legno, quando cioè, i mastri artigiani sognavano il loro pargolo diletto.

 

Ma oggi più di ieri, dato i Tempi mutati e cambiati ad uso di automi disadattati, quantunque da taluni & tutti detti ‘analfabeti’ rinnovati, giacché assemblati su Scala industriale, sempre attuali quanto onnipresenti in maniera inusuale con il proprio altrui Sogno nel divenir d’incanto ‘humani’.




Giacché ‘taluni’ sostengono che con i nuovi accorgimenti tecnici in uso al nuovo mercato (e/o teatro) automatizzato, per poter al meglio (e/o al peggio) intrattenere il “social-popolar-nobil” pubblico hora del tutto asociale e aggravato, da ogni palco e teatro ove inscenare il proprio ed altrui Sogno tecno-automatizzato o delirante ultimo atto, - avendo abdicato ogni Scuola di ordine e grado ad un circuito pre-stampato senza nessun abbecedario -, tutto possibile nel Fine (ove in-scenata l’intera Commedia ma hora divenuta antica Tragedia) ottenuto senza il sano principio per cui ed in cui l’humano nato.

 

La ‘Bestia’ che in verità e per il vero, (?!) havea curato e allevato, sia questa una lupa o un orango, rimpiange e rimembra i lontani tempi di una diversa èra, hora assiso alla sua grotta o taverna preferita, più ubriaco che saggio, più bestia che humano, quando con lei saliva verso la cima dell’albero, come un gatto in compagnia della volpe, in attesa del Padre ché per il vero lo havea forgiato nonché pensato più bambino... che orango…    




Dacché ne deriva e consegue, che difficile pur apostrofandoli in Superiore Rima scorgere qualsivoglia evoluta differenza!

 

E con lei indifferenza e misfatto!

 

Oggi tutti corrono a baloccarsi con Pinocchio lor burattino diletto, e come già detto e purtroppo neppur più di legno!




Ma chi più piacere prova per la Ragione e Conoscenza che al Bel Paese…. (Antonio Stoppani rese… accompagnato da tutte i Geni delle Selve) deriva o dovrebbe (per il bene di tutti i burattini forgiati dai loro padrini), troverebbe motivo e diletto, riscoprire ‘alla perenne ricerca del Tempo passato’, quel Tomo Secondo al burattino di legno, ricomperato in ugual medesimo mercato ove lo havea barattato…

 

Dacché havea pur (di nuovo) venduto il Primo Abbecedario…




Rendo giusto merito, e con lui Memoria dismessa circa questo grande ‘fedele’, il quale immagino simmetrica Foglia allo stesso Ramo (dell’Albero della Conoscenza) quel Reclus certamente esiliato per ovvi motivi (da cui le paradossali Ragioni) di Stato. Anche lui enciclopedico erudito altrettanto noto, dallo stesso Torrente li accolgo come, direbbe il pio e sempre benedetto generale Giulio Cesare Croce, qual impallidito inorridito smunto Eraclito d’un Atto giammai contraddetto (e neppur, se per questo, abbattuto dall’ascia della nuova o falsa conoscenza per ugual medesima Selva), ma quantunque irrimediabilmente perso nei sani Elementi di cui Genio e Intelletto edificarono numerarono (nei Secoli di Storia), dalla galleria alla platea, sino alla più altolocato palchetto con nobile vista, e per sempre applauditi a Scena aperta…




La nuova Geografia è cosa seria!

 

La perduta Natura una Tragedia!




Però ancor ‘Prima della Prima’ di cotal Bel Paese rappresentato e replicato dalla Scala sino al più ricco mercato da fiera, compresa Venezia perenne mascherata a festa; e seppur tormentato da ogni taciuto Impero ancor più astuto dell’Intelletto, quantunque da taluni (o tutti), affogato nella povera minestra senza abbecedario alcuno, ma quantunque sempre ammirato nella sua bellezza non meno dell’ardita eppur sempre scondita Cima, a cui - in questa difficile hora - ogni antico viandante affida la perduta Memoria (non men della credenza o madia antica….) ad un povero piatto di polenta senza Bel Paese alcuno.

 

Raccogliendo motivo e risentimento da Zermatt fino ad Asiago (stagionato) - non lontano da Gorgonzola -, della sua quanto nostra comune Arte circa la Natura oggi troppo spesso violentata come divorata, ma quantunque ancor più saporita ed accompagnata al Padano, ovvero, l’industrioso humano artigiano grattugiato, sempre in astuta concorrenza con il proprio Bel Paese affogato nel Torrente della minestra d’ogni sera…




Certo il Bel Paese ne soffrirà molto!

 

E donde dal suo Genio deriva la corretta pronunzia nonché la nuova e più ricca saporita ricetta, dipende molto dai punti di vista ad ugual medesima mensa servita, e donde e non per ultimo, l’amore per la retta e più saggia Conoscenza circa la vera grammatica - in cui e per cui, scritta o grattugiata, e di cui l’uomo destinato e non più votato a rinnovarla…

 

…E da cui deriva ancora, sano appetito o digiuno assoluto!




Il mercato aspira al Bel Paese, ma il Grano Padano sbarcato da ogni stiva dalla lontana Russia fino al papero della più lontana America, compone l’artifizio della nutrita concorrenza.

 

Sottratta ad ogni Menu - o antico e più ricco abbecedario - con cui si colma e ricompone il verso o l’incompreso accento, alla lingua dell’antico sfamato  palato!   

 

Dipende molto il modo con cui ognun Nessun escluso, sazia il proprio appetito in ugual medesimo verso a voi servito…




Con il ‘voto’ oggi (ri)scriveranno una brutta pagina di Storia a cui - nostro malgrado - destinai gloria ed elmo - del sofferto Bel Paese abdicato ad un nero regno del padano grattugiato, senza più gloria circa sano e duraturo Intelletto in cui sancita la libertà di ammirarlo così come il gradirlo…, e quando di nuovo richiesto il Bel Paese sarà servito ovviamente per ultimo, se ancora farà parte del Menu di più nobile sorte a cui destinato il nuovo antico appetito riverito…   

 

(L’editore)

 

 



 Presi dunque una scranna e cominciai.

 

‘Voi volete dunque sapere che cosa sia il Club alpino....’

 

‘È l’apostolo?’

 

…gridò Giorgino.

 

‘Zitto: si può parlar d’apostoli, prima di spiegarne il vangelo?’.




Il nome stesso di Club alpino già vi dice che c’entra qualcosa di inglese. È impossibile che non abbiate letto o sentito parlar quanto basta per sapere che ci sono degli uomini di tempra così ferrigna che mettono ogni lor gusto nell’inerpicarsi su pei dirupi, come gli orsi e i camosci, e credono d’aver raggiunto lo scopo della loro vita, quando possono mettersi sotto i piedi la cima d’un monte tenuta per inaccessibile prima di loro.

 

Questa fatta di uomini, che ricorda in qualche modo gli antichi Ciclopi, si è tanto moltiplicata in questi ultimi anni, che ormai non vi è forse una cima nelle Alpi che possa dirsi intatta; e se andiamo innanzi di questo passo, l’epiteto d’inaccessibile andrà cancellato, quanto ai monti, dal dizionario.




Se mi domandate a qual nazione appartengano questi Nembrotti - o gagliardi eroi - vi dirò che non v’ha forse nazione la quale non ne vanti alcuno; ma credo che vadano distinti sopra tutti, per numero e per valore, gli Svizzeri e gl’Inglesismi Gl’Inglesi hanno sopra gli Svizzeri il vanto dell’entusiasmo, di quell’entusiasmo, che si accende al pensiero della difficoltà e del pericolo.

 

Vedete quell’uomo dai capelli biondi, dal mento raso e liscio come tosse di marmo, dalla pelle bianchissima, silenzioso, serio, stecchito, che interrogato vi risponde con certi monosillabi fra il sibilo ed il rantolo?

 

Quello è un Inglese.




Voi lo direste la negazione dell’entusiasmo, della poesia, dell’ardimento.

 

Eppure non è così.

 

Tra noi e lui, tra la nostra poesia e la sua, c’è questa differenza: che noi ci mettiamo in orgasmo per nulla, mentr’egli, per commuoversi, ha bisogno di forti stimoli; la nostra poesia è un pochino arcadica, la sua procellosa.

 

Pendere dallo spigolo ghiacciato d’una rupe, sopra un abisso di mille metri, stare a tu per tu colla tempesta in mezzo all’oceano le mille miglia lontano da ogni terra; sentirsi preso come una paglia tra montagne di ghiaccio danzanti nell’immensa notte dei poli; ecco le impressioni a cui agogna, come noi desideriamo di assiderci sopra un tappeto d’erbe e di fiori, di cullarci in barchetta sul placido lago, di starcene sdraiati al rezzo d’una pianta quando fiammeggia il sole di luglio.  




Perciò appunto gl’Inglesi s’invaghirono tanto delle Alpi e delle salite alpine, che, essendo abituati ad associarsi per ogni menomo intento, istituirono un’apposita società anche per le salite sulle Alpi. Questa società si chiama Alpiner club, che vuol dire Associazione per le Alpi. I soci si chiamarono alpinisti, ed in mezzo a loro avrebbe dovuto arrossire chiunque non potesse raccontare pericolose avventure, né avrebbe potuto aspirare al grado di presidente (se mi fu detto il vero) chi non avesse piantato la bandiera del Club sopra una vetta non ancor tocca.

 

‘Ma a che pro?’.

 

 …interruppe una delle mamme, già paurosa che i figli s’invaghissero di tali spedizioni.




Per ora la storia; le riflessioni, se vi piace, le faremo poi. Il costituirsi in società, ossia il riunire ad un solo intento il senno, l’esperienza e tutti i mezzi di molti, per ripartirli di nuovo, più completi ed efficaci, sopra ciascuno, agevola a tutti la via di raggiungere lo scopo comune.

 

Infatti, dopo l’istituzione del Club alpino inglese, le corse sulle Alpi si fecero cosi frequenti e con esiti così felici, che in breve nessuna valle rimase inesplorata, nessuna cima inaccessa. Il Monte Bianco, che fino ai giorni nostri serbò non disputato il vanto di segnare il punto pili culminante d’Europa, è ormai ridotto così domestico che il salirlo è per gli alpinisti una partita di piacere. Il fiero Jungfrau  non è più da lungo tempo la vergine intemerata, che suona il suo nome. Il Monte Rosa, che s’imporpora al primo raggio d’oriente, vide improntato orme umane il suo candido cappuccio; e non poté alla lunga sottrarsi all’ardimento degli alpinisti nemmeno il Cervino, che rizza ignudo il suo corno dai campi delle nevi eterne come le piramidi dalle sconfinate arène del deserto.  




È singolare davvero che dalle isole dell’oceano dovessero le Alpi attendersi i pili caldi innamorati; ma è più singolare ancora che gli ultimi e i più pigri ad unirsi a quegli alpinisti fossimo noi, fortunati abitatori del bei paese che il mar circonda e l’Alpe.

 

Era una vergogna, n’è vero?

 

E la sentirono profondamente i pochi fra noi che s’invogliarono delle Alpi.




Quintino Sella fu il primo a levare il grido della riscossa, e riuscì a fondare il Club alpino italiano  che gli valse l’onore degli scarponi ferrati di cui lo vedete calzato sempre nei nostri giornali di caricature. Il Club alpino italiano ha la sua sede a Torino, o le secondarie in Aosta, Varallo, Domodossola, Agordo, e stupite! a Firenze ed a Napoli. Vanta a quest’ora valorosi proseliti, emuli dei più arditi Inglesi….

 

Ma... non posso tacerlo; marcate pure le ciglia, spalancate pure la bocca; la cosa è così l’apostolo del Club alpino Italiano è un Inglese. Scommetto che appunto per questo vi pizzica ancor più forte hi curiosità di conoscerlo e di ascoltare un pochino del suo Vangelo, non più da Budden, ma semmai ravvivarlo da un simmetrico Maestro; così a codesto punto di svolta, o cambio di Scena, simmetricamente ne ravviviamo la Memoria, lodiamo la sua Opera, perché mai fu èra ed è ancora, un Bodden da trofeo, semmai Artista d’un diverso Ingegno… 


(così parlò il Bel Paese)









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