giuliano

giuliano
IL TOMO

mercoledì 14 dicembre 2016

A CACCIA DI NOI 'LUPI' (3)









































Prosegue in:

A caccia di noi 'Lupi' (4)

Precedenti capitoli:

Dietro le scene...





















Mentre le 'parabole' appartengono... in verità e per il vero... al vasto regno del cielo.....


















Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo,verso le tre dopo mezzogiorno, un concorso
straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si rappresentava ‘Le sette meraviglie del mondo’.
La ressa era tale che s'eran dovute mettere due guardie municipali ai due lati della porta per
impedire che seguissero disgrazie.
La gente formava sulla piccola scalinata esteriore un monte di teste, a cui sovrastavano i visi
ansiosi dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, piangendo per il timore di non poter entra-
re, tendevano le braccia verso lo sportello del bullettinaio con un atto d'invocazione suppliche-
vole, che metteva pietà e faceva ridere.
La strada era per un buon tratto affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie numero-
se strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange di governanti, di balie, di ser-
vitori, soldati di fanteria e bersaglieri, gente di campagna, donne del popolo. Alcune di queste,
tenevano in mano il programma dello spettacolo: Un ‘piccolo teatro celebre’,e io leggevano
forte, compitando, masticando quelle misteriose parole: Il mausoleo d'Arlemisia , gli orti pen-
sili di Babilonia, con un viso di divote che sentissero nominare un miracoloso santuario scono-
sciuto.




Intesi un operaio, dire in accento di trionfo ai vicini, mostrando un suo ragazzetto con la meda-
glia delle scuole municipali: 'Questo non paga. I premiati hanno diritto. Ah, quei Lupi, che uo-
mini!  Da ogni parte, girando fra la folla, sentivo commentare il programma, predir maraviglie
della rappresentazione e decantar la compagnia.
C'erano ragazzi che saltavano dalla gioia, che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano
fra le gambe alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e n'arrivavano altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie, ansanti e col viso rosso; e al veder la por-
ta affollata qualcuno si batteva il pugno sulla fronte in atto di disperazione. A un certo punto ar-
rivarono i musicanti che, dopo aver tentato invano dì aprirsi il passo, ritornando indietro per en-
trar dalla piazza Carlina, si soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e cappello alla
calabrese, fermo a una cantonata.
In quel punto un ragazzo accanto a me, accennando con la mano quel signore, esclamò con ac-
cento appassionato d'ammirazione e dì riverenza: — È lui !... Luigi Lupìl —
Fu quell'esclamazione che mi diede l' ultima spinta a scriver queste pagine.




Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò in qualità di garzone o,
come sì dice in linguaggio teatrale, di personaggio d'un marionettista rinomato, il quale girava
per le città del Piemonte e veniva ogni anno a  far la stagione di carnevale a Torino.
Vennero per molti anni al Teatro Paesana, nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della Conso-
lata; poi il Lupi mise su teatro da sé, e seguitando a girare come il suo maestro, continuò a veni-
re a Torino l' inverno, non più al Paesana, al San Martiniano, dove gli succedette il figliuolo En-
rico.
Era un piccolo teatro senza facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia To-
rino, e così sì chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu abbattuta quando s'aprì
la nuova via PietroMicca. Ricordo che vent'anni fa, abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi
la musica del ballo e qualche volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè non ci
attirano le marionette se non quando ci danno una immagine del mondo che non si conosce an-
cora o quando ci rappresentano la caricatura della vita di cui s'è fatto esperienza.




Quel nome del compagno di martìrio di San Processo fece per trent'anni battere il cuore di tutti
i ragazzi torinesi d'ogni condizione: non credo che ci sia un mio concittadino della mia generazio-
ne a cui esso non desti un ricordo confuso dì vivi desideri e di vivi piaceri, e che, passando da-
vanti a quella casa e dando uno sguardo a quella porta, sormontata ora da un'insegna di tappez-
ziere, non ci veda riflessa come in uno specchio la sua immagine di fanciullo.
In quel teatrino, che vide più volte nei suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti
celebri, dove recitò un prologo col capo nelle "nuvole „  Leopoldo Marenco, e di cui furono
frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita e il duca di Genova, vennero su i
due figliuoli di Enrico Lupi, ora proprietari e direttori ; i quali, prevedendo che quella casa sa-
rebbe caduta prima o poi sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono nel 1884, e,
comperato il D'Angennes, un tempo primo teatro della commedia dopo il Carignatio andaro-
no a installare il Gianduja e Giacometta dove avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide
Ristori.
Ebbero per un pezzo un rivale formidabile nel Teatro Gianduja, fondato e diretto da un mario-
nettista argutissimo, Giambattista Sales, che fu il primo a metter sulla scena la maschera di quel
nome, e con questo sostennero una lotta accanita, tirando a superarlo nella varietà e nella ric-
chezza degli spettacoli; ma con la morte del Sales il Gianduja decadde e, dopo aver tentato inu-
tilmente di rialzarsi con la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve.
D'allora in poi, ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino, e poiché nessuna
delle altre buone "compagnie,, italiane, essendo tutte girovaghe, può disporre di un copioso e
vario materiale di scena com'è quello che essi possedono, si può dire che non hanno più emuli
neppure in Italia.




Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo diede il padre Enrico, che fu
uomo singolare per vivacità d'ingegno e vigore di volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ric-
co di cognizioni d'ogni ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie di libri, studiando gli uo-
mini e la vita in tutte le classi sociali, intervenendo, anche vecchio, a conferenze, a riunioni pubbli-
che, a lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti, artisti, professori, con lo spirito sempre inteso
all'osservazione e pronto a trar partito d'ogni cosa.
I suoi due fìgliuoli ereditarono tutte lo sue facoltà. Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I
e Luigi II, come due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i fratelli Gonco-
urt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui esiste un accordo perfetto. Ciascuno, peraltro, ha
attribuzioni sue proprie.
Il maggiore cerca ì soggetti, compone, traduce, riduce, dirige l'andamento del teatro; l'altro prov-
vede alla messa in scena, alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari della
rappresentazione.
Il primo, che ha passato la cinquantina, è il più originale della coppia.
Uno dei caratteri più notevoli della sua originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nel-
l'ufficio di polizia del municipio di Torino.
È un uomo d'alta statura, dì testa grossa e di membra robuste, che, visto una volta, non si dimen-
tica più: la fronte ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e risoluti d'un uomo im-
maginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati dall'esercizio della recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti e i modi d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio scolpito e colorito, e corretta-
mente italiano, come il suo modo di scrivere; ma attraente più che altro per la passione che lo
scalda quand'egli discorre delle cose sue.




A sentirlo parlare delle vicende corse dalla sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo,
a Buenos Aires, delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello di Moncalieri
per il piccolo principe Oddone e per la principessa Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a
Parigi, a Chicago, a Vienna, a Berlino, in Danimarca per studiare i progressi della sua arte e osser-
vare le grandi Esposizioni che voleva riprodurre sul suo teatro; ma sopra tutto a udirlo giudicare,
dal lato dell'opportunità e dell'adattamento alle sue scene, le grandi opere drammatiche e liriche e
gli avvenimenti politici e guerreschi d'ogni i paese, ai quali egli tien dietro con attenzione assidua
spiando ai quattro canti dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione " teatrabile „ pare d'-
aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una grande compagnia di prosa, di
canto e di ballo, che pensi e lavori per il gran pubblico; e si rimane poi maravigliati, girando lo s-
guardo intorno, di veder appesi alle pareti degli artisti di legno.
E non si può disconoscere che nel cogliere i punti culminanti d'un periodo storico o della vita d'-
un uomo avventuroso e famoso, nell’intrecciare a qualunque soggetto i piccoli casi della sua
marionetta protagonista, nella scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri finali, ed anche nel-
la condotta dei dialoghi appassionati ed arguti, e in special modo nelle 'riviste' egli dia prova di
facoltà teatrali singolarissime; fra le quali primeggia una immaginazione ardente, temeraria, diabolica, ma sempre corretta, — su questo participio si può congiungere a quegli aggettivi, — da un
buon senso raro, che anche nelle sue corse più stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a
un sano intento morale e a un severo rispetto della decenza.




Domanderete di che si componga il suo repertorio.......
É una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume. È un repertorio che,
fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e fantasie, abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va
dal diluvio universale all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia patria e la cronaca
cittadina, si stende dalla China alla California, dalla Cafreria alla Groenlandia, dalle regioni dell'e-
tere agli abissi dell'oceano, dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno.
C'entrano le vecchie commedie dell'arte, drammi raffazzonati di tutte le letterature, i balli del Pra-
tesi e del Manzotti, le opere del Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla bat-
taglia di Coito alla occupazione di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le epidemie, le inondazioni,
le incoronazioni, le esposizioni, le grandi scoperte che si succedettero sulla faccia dei due continen-
ti negli ultimi cinquant'anni. Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti e generali ed eroi , tutti gli italia-
ni celebri in qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni, passarono su quel
palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro effigie, scolpiti apposta, con rassomiglianza mi-
rabile, vestiti come vestivano, riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti e nella voce, pre-
sentati negli atti più importanti della loro vita pubblica e nei particolari più noti della loro vita privata.
II teatro dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra nuova vita nazionale.
Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era libera, sfidò le polizie, preconizzò la rivo-
luzione, congiurò, fu tribuno, soffiò negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse
sulle sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia dei governi e dei popoli. Con un tal
repertorio, pensate al cumulo dei copioni che debbono dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano
al migliaio.




E per rappresentare tutta questa roba immaginate quello che deve aver visto quel palco di ve-
stiari di tutte le fogge, d'armi di tutte le forme, d'edifizì mobili di tutte le architetture, di onde e di
rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni , di animali da tiro, da corsa e da soma domestici e
selvatici, asiatici ed europei, immaginari e reali, dall'asino al bue di Betlemme ai cammelli della
colonia Eritrea, dal Cerbero della Divina Commedia ai draghi del Celeste Impero; figuratevi le
sacca di polvere da schioppo e di Bengala, di licopodio e di magnesio che vi debbono essere
state bruciate, e i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser passati in sambian-
za umana.
Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (né io l'immaginavo) che le teste degli attori di
legno possano dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che non ne diano ai capocomici le teste
degli attori in carne ed ossa. Ed è così, poiché essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle
teste dei personaggi illustri , morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una corrisponden-
za rigorosa della fìsonomia col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una tale
esigenza attenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica teatrale, sen-
za spinger neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta.

(Prosegue.....)

















Nessun commento:

Posta un commento