IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 17 novembre 2019

'COMMENTARIO' dei precedenti capitoli (3)



















Precedenti capitoli:

Il Sacro Universo (1)  &

L'Universo dissacrato (2)















l'ARTICOLO COMPLETO...


Prosegue con...:













Eugnosto & la Filosofia (4)

& La caduta del Logos (5)













Riproporre il prezioso complesso studio di Schneider ci aiuta - quale metro di paragone e distanza - comune denominatore della Storia, scissa ed unita dal Sacro e ugual Universo celebrato nella diversa essenza e consapevolezza di come manifesto e avvertito nell’urgenza del Dio.

Un Primo o Secondo [Dio] che l’ha pur pensato e Creato [assente, o al contrario, presente nella materia e nel Tempo misura di quanto oggettivato preesistente allo stesso].

Misura e distanza la quale possiamo adottare come valore per poter meglio specificare la Natura pensata pregata e disquisita (compresa l’umana), nonché odierna indistintamente vissuta nei nuovi miti condivisi, per valutare dal punto di vista Filosofico e Teologico, come Eretico, quanto dell’antica pur quotidiana disputa l’odierno vivere cela.

Ossia, non certo un inutile Tempo perso riproporre Frammenti e passi rilevanti di un brillante tomo come quello di Jonas, ma altresì il saperli, oltre che interpretare, rapportarli al vasto odierno dibattito (e non solo storico) ove ugual medesimi ‘attori’ e ‘comparse’, si dimenano ed alternano in ugual palcoscenico interpretando quella ‘pubblica cosa’ da cui la ‘polis greca’ specchio di una civiltà intera.




Ora, codesti attori i quali come un Tempo che pensavamo passato si dimenano su ugual teatro, siano essi rappresentanti di un più vasto contesto, siano essi Frammenti dall’Io assoggettato, se pur libero nel virtuale sociale in cui proiettato, ma quantunque rappresentando similar attori convergenti-divergenti per ciò cui partecipi nella manifestazione pubblica e privata della Natura.

Va da sé che la divisione come nell’època riproposta è di una attualità taciuta oppure sottintesa nell’intesa, appunto, di celare la velata eresia trattata, e lo Gnosticismo se pur apostrofato o dedotto se non addirittura del tutto sconosciuto, in verità e per il vero rappresentare l’odierno in cui ugual Essere uomo (quantunque dalla bestia e natura derivato) riflesso qual specchio dell’Universo, oppure, e all’opposto, completamente estraneo a questo.

Ed anche, come dal Jonas espresso, qual manifesto della polis greca ed agendo di concerto con questa.




E l’Io enunciato divenire “soggetto-oggetto” di una scienza psicologica (e frattura) di vasta portata quale nuova salvezza non ancora del tutto approfondita rapportata all’uomo, e non più, quale rimossa eresia, ma al contrario, qual più profonda conoscenza.

Basta rivolgersi all’ampia opera di Jung per comprenderne e interpretarne la vasta portata, andando a celebrare l’Io nelle varie e successive scissioni assieme alla coscienza studiata, quale ampia scienza ove rilevare e rivelare simmetriche ugual fratture. Quindi non più Eresia rimossa dalla stessa umana natura, semmai una più vasta interpretazione ad uso della stessa (teologica dottrina divenuta scienza) nella propria ed altrui psicologia.

Quindi la portata dello Gnosticismo nell’odierna cultura è di vasta duratura consistenza.




La Psicologia ne è un esempio nuovo se pur derivata dall’interpretazione di ciò che sembra antico ma del tutto atemporale per propria eretica natura. Altrettanto la Fisica quale Divina antica scienza, studiare, e quindi successivamente interpretare, medesima civiltà riflessa nel proprio, non più secolo bensì Universo:

Spirale equiangolare divergere da Sé medesima in ciò che accrescerà o muterà la Terra in nome di Archimede medesima Spirale del progresso.

L’antropologia di certo anche lei nei numeri posta scavare nella propria altrui coscienza specchio dei trascorsi secoli e millenni riflessi nella crosta (come nelle martoriate ossa) quanto nei Geni dell’Universo intero, riflettere ed altresì amplificare i termini ‘disquisitivi’ fin qui trattati, ricercando e celebrando anelli di congiunzione i quali, nella maniera o modus operandi greco, ci fanno meglio comprendere circa l’Armonia, abdicandoci, però, ‘ereticamente’ all’oscura materia del principio quale univoco rumore di fondo in profondo ascolto, e cioè, qual regola e/o difetto di come il ‘quanto’ quindi ‘la materia’, ed immaginando il Dio creatore di conseguenza, il Primo indiscusso artefice nonché Artista, al di fuori ed immensamente, anzi spropositatamente e sproporzionatamente, distante da questo.




Come possiamo scorgere dall’alba della ‘materia’ nel ‘Tempo’ nata il vasto dibattito dagli Gnostici innescato qual nuova Filosofia con annessa visione circa la Vita, generare una successiva doppia spirale, ed anche se l’odierna si riconosce e divide su quella propria di Archimede, il quale se non erro greco per eccellenza, dobbiamo manifestare la volontà non tanto di interpretare, quindi, assoggettarci da una condizione all’altra avverse, ma come, semmai intendere, l’interpretazione dell’Uno scisso e coniugato nella successiva dualità posta.

Astenendoci - quale specchio della divina natura - di assoggettarci nei limiti della materia detta…

Otto (Rudolph), anche lui un tedesco, si è misurato sulla natura del sacro, così come il Guenon, ed hanno univocamente rivelato delle simmetrie quasi antropologiche sulla natura del Dio - disquisita pregata ricercata e celebrata - da parte di taluni mistici, apparentemente molto distanti tra loro.




L’oggetto e comune denominatore, però, come direbbe il saggio Giamblico, risiede appunto su quell’Uno indistintamente venerato e nel qual tempo mediato nonché devotamente e dovutamente meditato quasi con ugual tratti, se pur (apparentemente) distanti tra loro.

Antropologicamente e scientificamente parlando cosa possiamo e dobbiamo rilevare se non nell’Uno, anche nella successiva dualità manifesta e contesa, si è pur formato l’intero Universo e ‘quanto’ creato. Tutto ciò mi par specchio e riflesso di quella natura greca di cui oggetto circa l’interpretazione e non solo del Dio ma i tanti dei celebrati, così come il sì pur vasto panteon indiano.

Quantunque l’Uno specchio del mondo dal Dio creato comunque da un Caos gradualmente ed evolutivamente perfezionato, nelle varie successive evoluzioni in cui l’uomo qual specchio e riflesso della Natura può costantemente manifestare la propria universale, oppure, eretica distanza e appartenenza.




Di sicuro cosa possiamo e dobbiamo affermare in questo non certo inutile esercizio culturale nonché filosofico, che l’odierno per quanto ai più sfugga dall’antica disquisizione nata e da cui l’intera civiltà compresa l’attuale democrazia evoluta, rappresentare molto di più lo gnosticismo seminato, e per quanto possiamo pensare l’opposto dall’Uno derivato, in verità e per il vero, il mondo vittima di questa successiva celata duale realtà trasfigurata.  
L’eretica condizione come paradossalmente evoluta ed approdata anche nella nostra cultura qual Libro Grande oggetto di eresia e controversia, in questa sede riproposta nella dovuta coniugazione e successivo intendimento di una e più celate realtà rappresentate e da valenti ‘attori’ recitate: ovvero, se nella mitologia l’Uno inteso e trasceso e successivamente decifrato e coniugato qual comune denominatore - comune da un comune cielo vissuto ed interpretato -, la frattura si consuma sull’Io interiore oggetto-soggetto-oggettivato quale rottura interiore e disillusione nonché pessimismo a cui soggetto, per l’appunto, l’uomo, dalla (stessa) natura derivato.

E nel ‘nulla’ motivato come la parola nata (e da ugual natura nata)!




Quindi la costante volontà di migliorarla, ed in qual tempo, visto l’imperfetta imperfezione se non addirittura sbaglio a cui soggetto, ricrearla, escludendola subordinandola se non addirittura rimuovendola dal dovuto dibattito evolutivo specchio della costante materia celebrata nonché interpretata, qual, seppur condizione necessaria e sufficiente funzione primaria a cui l’uomo si deve rimodellare nella costante equazione in cui ricostruire quanto approssimato e nella Gnosi evoluto.

Rimuovendo (abusando del progresso) l’imperfezione di quanto fin qui Creato!   

Va da sé che il saper o il dover coniugare la Gnosi anche di Princeton, con la rigida determinazione di ugual scienza degli Elementi che per sempre hanno e governano la Terra, è condizione non più ortodossa e pagana, ma oggetto di un più vasto e profondo dibattito non certo del tutto affiorato.

Ma quantunque sull’uomo ricaduto anche se volutamente ignorato!

Eresia significa innanzitutto interpretare tanto l’Uno, del greco non men del pagano, e saperlo rapportare alla conseguente scissione e frattura del successivo Due (derivato).




Disquisire oppure interpretare un Cosmo avverso non significa una bestemmia, ma una errata interpretazione dell’armonia, giacché se pur i pianeti in apparente statico equilibrio da cui l’antica interpretazione, in realtà se visti con l’occhio dello scienziato dimostrano tutti i limiti della suddetta creazione.

Da qui l’antica disquisizione divenire odierna, giacché nell’Uno qual ‘regola o (unica) eccezione’ il Dio si è pur in qualche modo manifestato (e manifesta per ogni Elemento rinnegato nella pura propria originaria essenza e consistenza), compresa tutta quella Natura a cui mi rivolgo, e se pur Eretico da codesto nuovo movimento Gnostico mi distanzio, e qual Eretico nell’Eresia posto rettifico e completo quanto fin qui interpretato (come altresì esposto nell’odierno antico Eretico Viaggio).

Andando semmai a constatare quanto sia prevalso (dell’eretico erroneamente interpretato e pubblicamente divenuto) nell’odierno argomento apparentemente taciuto, se pur in pubblico ampiamente celebrato. Con tutte le dovute divergenze in cui l’uomo tende  precipitare, basti vedere come l’interpretazione della cosa pubblica di cui singolo frammento pubblicamente vilipesa segnalandoci altresì come cotal eresia e non più dottrina sia costantemente celebrata.




Quindi il saper dovutamente leggere ed interpretare, non più l’Io conteso e vilipeso, ma quantunque, quanto e come ambedue le dottrine appartengano alla genesi (e coscienza) dell’uomo.

Da qui successivo dilemma:

ossia la Natura così cara agli antichi come agli odierni moderni quale ruolo gioca nella nuova antica prospettiva e contesa?

Cosa prevale; l’antica se pur non rilevata eresia, oppure l’antica dottrina dimenticata se pur ampiamente celebrata?

Di certo questa una ulteriore frattura, giacché, come dicevo, in pubblico pur manifesta una volontà specchio dell’antica dottrina, in verità nell’Io e non solo privata coscienza ampiamente disillusa, in quanto quotidianamente constatiamo una avversione per l’intero creato.

Si!

Certo!




Scendiamo in piazza soprattutto in quest’ultimo quarto di secolo, però sappiamo che costretti dalla coscienza collettiva ‘ereticamente’ costruita oppure rimossa; ‘ereticamente’ non significa in questo caso, per chi sceso in piazza rapportando la verità oggettiva dei fatti, ma all’opposto per tutti coloro che in questa eresia pur ampiamente manifesta e seminata non trovano i termini filosofici quanto umani di come interpretata, oppure e ancor peggio, gnosticamente ricreata.

Leggere l’imperfezione significa ammettere ed anche sottintendere la volontà della stessa scienza, di ‘volerli’ in qualche modo migliorare (oppure peggiorare tutte le volte che urlano e professano una diversa ortodossa antica sacra appartenenza), compreso tutto ciò di cui compreso e decifrato nel limite; il limite, cioè, della stessa creazione, la quale però, secondo l’Uno nato e nell’Uno creata, ha perfezionato il caos da cui derivata compresa suddetta scienza andando a formare una eccezione oppure regola.

Il dilemma come già espresso frantumato nella coscienza e nell’Io posta, di cui agli gnostici riconosciamo un grande intuito psicologico ed introspettivo all’origine non solo di un nuovo mito, ma come intendere lo stesso nell’arco temporale da cui l’uomo, ed il suo ed altrui dilemma, con lui creato.

Ora se questo dilemma facente parte della genetica ed in cui scritto l’intero arco temporale in cui letto, oppure, se al di fuori di questa, dobbiamo e possiamo postulare una superiore originaria condizione in cui l’Anima quanto lo Spirito specchio del Dio straniero oppure ortodosso.

Si può riconoscere quindi esplicitare una più profonda lettura e non solo genetica, non appartenere né alla gnosi ne all’ortodossia, ma dai fatti in cui l’Essere - qualsiasi Essere - può e deve essere interpretato, compresi tutti quei Frammenti in cui per quanto ereticamente o ortodossamente dedotto, esulare o limitare il campo non solo interpretativo, ma come Dio - il dio oggettivato - possa manifestare nel creato nella natura e nell’uomo il più alto significato-significante seppur indistintamente contrastato, sia da quella ortodossia ad uso di eretici mascherati da ortodossi, sia da eretici ortodossi per la volontà di univoca appartenenza e nella finalità di ogni sacra dottrina celebrata.

(Giuliano; Inverno 2019; dedicato a mio fratello)











lunedì 11 novembre 2019

UN TERAPEUTA (30)













































Precedenti capitoli:

Il mistico silente silenzio del Tempo (28)  &  (29)

Prosegue con un...:
























Eretico (31)













[Il mio diario] è come una foglia che pende sopra la mia testa sul sentiero…

Piego il ramoscello e scrivo su di essa la mia preghiera; poi, nel lasciarla andare, il ramo spedisce lo scarabocchio fino in cielo. Come se, invece di restare chiuso nella mia scrivania, fosse un foglio pubblico come qualsiasi cosa in natura.




È papiro sulla riva del fiume; è cartapecora nei pascoli; è pergamena sulle colline. Lo trovo ovunque, libero come le foglie che sfilano lungo i viottoli in autunno.

Il corvo, l’oca, l’aquila portano la mia penna, e il vento spinge le pagine tanto lontano quanto me. Oppure, se la mia fantasia non vola ma va a tentoni tra poltiglia e fango, scriverò con una canna.




Il grillo, il gorgoglio del ruscello, il fruscio del vento fra gli alberi mi parlano tutti in modo sobrio ma incoraggiante del continuo progresso dell’universo. Mi salta il cuore in gola al suono del vento nel bosco.

Io, che solo ieri avevo una vita così dispersiva e superficiale, ritrovo all’improvviso il mio spirito, la mia spiritualità, attraverso l’udito. Vedo un cardellino che attraversa cinguettando la giornata ferma e cupa, e mi vengono in mente gli stormi pigolanti che presto annunceranno la stagione contemplativa.




Ah, se potessi vivere in modo che non vi fosse alcun momento dispersivo in tutta la mia vita! Che nella stagione della frivolezza, quando i piccoli frutti sono maturi, possano essere maturi anche i miei frutti. Che io possa sempre far corrispondere alla natura i miei stati d’animo! Che in ogni stagione in cui una parte della natura è particolarmente prospera, allora una corrispondente parte di me possa riuscire a prosperare.




Ah, camminerei, mi sederei e dormirei con devozione naturale. E se sapessi recitare ad alta voce o a me stesso, nel costeggiare le rive del torrente, un’allegra preghiera come gli uccelli! Per la gioia potrei abbracciare la terra; mi darà diletto esservi sepolto.

Ti ringrazio, Dio. Io non merito nulla.




Non sono degno della minima considerazione, eppure mi è dato motivo di giubilo. Sono impuro e indegno, eppure il mondo viene indorato per il mio diletto, giorni festosi sono preparati per me, e il mio cammino è cosparso di fiori.

Perché ci danno piacere le vaste distese innevate, il crepuscolo del bosco incurvato e quasi sepolto?




Non è forse tutto ciò consono a virtù, giustizia, purezza, coraggio, magnanimità?

Forse che non ci rallegra quella vista?

E tutto ciò non corrisponde forse alle tracce di una vita più elevata di quella della lontra, una vita che non è soltanto passata lasciando un’impronta, ma esiste con la sua bellezza, la sua musica, il suo profumo, la sua dolcezza, per invigorirci e rinnovarci?




Dove c’è un perfetto governo del mondo secondo le leggi più elevate, forse non c’è traccia d’intelligenza laggiù, che sia nella neve o sulla terra, o in noi stessi?

Nessun’altra pista che un cane non sappia odorare?

Non ve n’è alcuna che un angelo possa distinguere e seguire?

Alcuna per guidare un uomo nel suo pellegrinaggio, che l’acqua non nasconda?

Non c’è odore di santità che si possa percepire?

Forse la pista è troppo vecchia, e i mortali hanno perso l’usta?

Se uno potesse decifrare il significato della neve, non sarebbe forse sulla scia di una qualche vita più elevata che è stata in circolo durante la notte?

Non ci sono cacciatori che cerchino qualcosa di più elevato delle volpi, con una capacità di giudizio più acuta dei sensi dei segugi, che si radunino a una musica più nobile di quella del corno da caccia?




Quando desidero rinnovarmi, vado in cerca del bosco più buio, della palude più densa e interminabile e, per l’uomo civile, più tetra. Entro in una palude come in un luogo sacro – un sancta sanctorum. Là è la forza, il midollo della Natura.

Il bosco selvatico copre il terriccio vergine – e lo stesso suolo è buono per uomini e animali.

La salvezza di una città non è dovuta agli uomini retti che la abitano più che ai boschi e alle paludi che la circondano.




Una comunità sopra la quale svetta una foresta primitiva, mentre un’altra foresta primitiva marcisce al di sotto, tale città è atta a far crescere non solo granturco e patate, ma poeti e filosofi nelle epoche a venire. Su un suolo siffatto sono nati Omero, Confucio e gli altri, e da quella landa deserta viene il riformatore che si nutre di locuste e miele selvatico.

Queste foglie hanno ancora una specie di vita.

Sono straordinariamente belle nel loro stato appassito.

Se resistono, è come la perseveranza dei santi.

Hanno colori integri e forme più perfette che mai.




Ora che la folla e il trambusto dell’estate sono passati, ho modo di ammirarle a piacimento. Le loro sagome non mi stancano mai l’occhio. […] Che colori piacevoli e armoniosi all’interno e all’esterno, sopra e sotto. La superficie superiore liscia, delicatamente tinta di marrone, color ghianda, quella inferiore innervata e chiarissima (a volte argentea o cinerea).

Con quanta poesia rendono l’anima, come santi o creature innocenti e benefiche!

Sono spirituali: sebbene abbiano perduto la linfa, non hanno in realtà reso l’anima. Raramente toccate da vermi o insetti, sono più belle che mai.




Alcuni arbusti sono completamente nudi di foglie, sparpagliate color cuoio sul terreno. Si tratta di una pianta molto interessante: è figlia di ottobre e novembre, eppure mi fa pensare all’inizio della primavera.

I suoi fiori sanno di primavera, come gli amenti del salice; per il colore oltre che per la fragranza appartengono all’alba dell’anno col suo color zafferano, suggerendo così fra tutti questi segni dell’autunno – foglie cadute e brina – che la vita della Natura, in virtù della quale essa prospera eternamente, è intatta.




Si erge qui all’ombra sul fianco della collina, mentre il sole che spunta dalla cima accende i ciuffi e i fiori gialli più alti. La composizione dei suoi fiori, così snodata e angolare, non si può confondere con nessun’altra.

Mi stendo con gioia, supino sotto i suoi rami.

Mentre le sue foglie cadono, sgorgano i fiori.

L’autunno, allora, è in realtà una primavera.

Tutto l’anno è una primavera.

Vedo due merli alti sopra di me, diretti a sud, ma io nei miei pensieri vado a nord con questi fiori di amamelide. È un luogo incantato.

Questa è una parte dell’immortalità dell’anima!




L’altro giorno, dopo aver camminato un paio d’ore per i boschi, sono arrivato alla base di un alto pioppo tremulo, che non ricordo di aver visto prima, erto in mezzo ai boschi del paese vicino, ancora fitto di foglie mutate in un giallo verdastro.

È forse il più grande della sua specie che io conosca.

È stato per puro caso che mi ci sono imbattuto, e se fossi stato mandato a trovarlo mi sarebbe sembrato, come si dice, di cercare un ago in un pagliaio.




Mi è rimasto nascosto tutta l’estate, e probabilmente per tanti anni, ma ora, salendo in una direzione diversa sulla stessa collina da cui ho visto le querce scarlatte, e guardandomi in giro appena prima del tramonto, quando tutti gli altri alberi visibili per miglia sono rossastri o verdi, distinguo il mio nuovo amico dal suo colore giallo.

Ha raggiunto la fama, finalmente, e la ricompensa per aver vissuto in tale solitudine e oscurità. È l’albero che si distingue di più in tutto il panorama, e agli occhi di tutti sarebbe il centro dell’attenzione.

Così ricopre il suo ruolo nel coro.




È come se anche lui mi avesse riconosciuto, e con piacere, venendomi incontro a metà strada, e ora l’amicizia nata in modo così propizio sarà, io credo, perenne.

Il mio occhio vaga al di là della vallata fino ai boschi di pini che bordano il versante opposto, e nel loro aspetto trova qualcosa che si rivolge alla mia natura. Può darsi che nel mio stato d’animo io stessi chiedendo alla Natura stessa di darmi un segno. Non so cosa sia stato ad attirare il mio sguardo. Ho provato una contentezza passeggera, in ogni caso, per qualcosa che ho visto. Sono certo che l’occhio si sia posato con piacere sui pini bianchi, che ora riflettono una luce argentea, con i piani infiniti dei loro rami, strato su strato, una specie di struttura basaltica, un polveroso dirupo di pino stratificato in orizzontale.

Questo in ogni caso ho ricavato dalla mia passeggiata pomeridiana: un cenno di riconoscimento dal bosco, una specie di saluto.

(H.D. Thoreau)











sabato 9 novembre 2019

QUANDO L'ANIMA ERA PURA (26)












































Precedenti capitoli:

L'imbarbarimento del sapere  (23)...

A detta di un barbone  (24)  &  (25)

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Quando l'Anima era pura (27)














Dal punto di vista della vita selvatica il Tibet nel quale sono cresciuto era un paradiso. I viaggiatori che si sono spinti fin lì prima della metà del secolo, ne hanno tutti reso testimonianza.

Gli animali venivano cacciati solo di rado, se non nelle aree più remote e inadatte alla coltivazione. Ogni anno, il governo emanava un proclama a protezione della vita animale:

‘Nessuno, nobile o umile che sia, nuocerà o userà violenza alle creature della terra e dell’acqua’,

decretava.




Quando ero giovane, non appena lasciavo Lhasa incontravo un gran numero di animali di specie diverse. Questa presenza costante della vita animale è anche il ricordo più importante che conservo del mio viaggio di tre mesi attraverso il Tibet, da Taktser, la mia città natale, a Lhasa, dove sono stato ufficialmente proclamato Dalai Lama all’età di quattro anni. Mandrie sterminate di kiang, asini selvatici, e drong, yak, pascolavano liberamente nelle pianure. Schiere di gowa, la timida gazzella tibetana, di wa, il cervo dalle labbra bianche, o di tso, la nostra maestosa antilope, fuggivano all’avvicinarsi della nostra carovana.




Ricordo anche di essere rimasto affascinato dalle piccole chibi, o pika, una specie di marmotte che popolavano le zone erbose. Erano così carine. E mi piaceva osservare gli uccelli, il nobile gho, l’aquila con la barba che planava sopra i monasteri arroccati sulle montagne, le anatre, nangbar, che volavano in stormi, e il wookpa, il gufo, il cui verso ne rivelava la presenza di notte.

Anche a Lhasa non ci si sentiva minimamente separati dalla natura.




Nel mio appartamento in cima al Potala, il palazzo d’inverno dei Dalai Lama, da fanciullo ho trascorso ore e ore a studiare il comportamento dei khyungkar dal becco rosso, che nidificavano negli interstizi del muro. Nelle paludi dietro il Norbulingka, il palazzo d’estate, vedevo spesso coppie di gru giapponesi dal collo nero, uccelli simbolo dell’eleganza e della grazia. Per non parlare dell’autentica gloria della fauna tibetana, l’orso e la volpe di montagna, il lupo, il leopardo delle nevi, la lince, terrore dei contadini nomadi, o il panda maggiore, originario della regione di frontiera tra Tibet e Cina.




 Purtroppo questo tripudio di vita selvatica non esiste più. Tutti i tibetani con cui ho parlato, gente che è tornata nel paese a trenta o quarant’anni di distanza, sono stati colpiti dall’assenza di vita animale. Un tempo le bestie selvatiche si spingevano vicino alle case, oggi non se ne vedono quasi da nessuna parte.

Le problematiche ambientali sono nuove per me.

In Tibet, pensavamo che la natura fosse pura.




Di fronte a un fiume, non ci si poneva la questione se fosse sicuro o meno berne l’acqua. Ma dai tempi dell’esilio in India la situazione è cambiata, anche in altri paesi. È così che, poco alla volta, i tibetani hanno imparato e si sono resi conto che certe cose sono inutilizzabili. In realtà, quando abbiamo stabilito i nostri insediamenti in India, molti di noi si sono ammalati di stomaco perché avevano bevuto acqua contaminata.

È grazie all’esperienza e all’incontro con gli esperti che ci siamo fatti una cultura sulle questioni ambientali. Il Tibet è un grande paese con un vasto territorio di alta quota, dal clima freddo e secco. Queste condizioni possono aver creato una forma di protezione naturale per l’ambiente, mantenendolo pulito e fresco. Nei pascoli settentrionali, nelle zone minerarie, nelle foreste e nelle valli fluviali vivevano un tempo molti animali selvatici, pesci e uccelli. A tal proposito, ecco un aneddoto curioso.




I cinesi stabilitisi in Tibet dopo il 1959 erano agricoltori che costruivano strade e amavano molto la carne. Avevano l’abitudine di andare a caccia di anatre, stretti nell’uniforme dell’esercito o in abiti cinesi che mettevano in allarme gli uccelli e li facevano volare via. Alla fine i suddetti cacciatori hanno risolto indossando abiti tibetani.

È una storia vera!

Succedevano cose del genere, in particolare negli anni Settanta e Ottanta, quando ancora di uccelli ce n’erano tantissimi. Recentemente, diverse migliaia di tibetani hanno fatto ritorno al loro luogo di nascita.




Tutti riferiscono che, quaranta o cinquant’anni fa, quegli stessi posti erano ammantati da immense foreste. Oggi le montagne sono calve come teste di monaci. Non ci sono più grandi alberi e, a volte, persino le radici sono state strappate e rimosse. Questa è la situazione attuale. In passato era facile incontrare grosse mandrie di animali selvatici, ma oggi non ne rimane più quasi nessuna.

Quando ero un fanciullo che studiava il buddhismo, mi venne insegnato che bisogna prendersi cura della natura, perché la pratica della non violenza non si applica soltanto agli esseri umani, ma a tutti gli esseri senzienti.




Tutto ciò che è animato possiede una consapevolezza. E là dove vi è consapevolezza, vi sono sentimenti quali il dolore, il piacere e la gioia.

Nessun essere senziente vuole soffrire.

Tutti, invece, cercano la felicità.

A noi praticanti buddhisti l’idea della non violenza e il proposito di porre fine a ogni sofferenza sono così familiari che prestiamo attenzione a non danneggiare o distruggere la vita nemmeno in modo inconsapevole. Ovviamente, non crediamo che gli alberi o i fiori abbiano un’anima, tuttavia li trattiamo con rispetto. Sviluppiamo quindi un senso di responsabilità universale nei riguardi dell’umanità e della natura.




Allo scopo di mantenere il delicato equilibrio di tutte le esistenze, il decimo mese dell’anno lunare un decreto, o Tsatsig, veniva promulgato per conto del governo centrale dei Dalai Lama a protezione di piante e animali.

A differenza delle società occidentali, che non hanno mai smesso di sottomettere la vita naturale al loro progetto di civiltà, i tibetani si sono sempre sforzati di vivere in armonia con i loro spazi aperti, traboccanti di fauna e flora selvatiche.

Hanno investito di un’aura divina la manifestazione di tutti gli esseri, animati e no.

Nel mondo che accoglie gli uomini, le energie invisibili non umane conferivano le loro forme singolari al paesaggio e ai suoi elementi. Le montagne imponenti, le vaste foreste, le rocce di forma insolita erano ritenute dimore degli spiriti e, come tali, erano oggetto di venerazione.




La presenza umana non vi era tollerata, e ai bambini era proibito giocarci.

Allo stesso modo, erano considerati sacri anche i fiumi, i corsi d’acqua e i ruscelli, regni dei Naga, spiriti dell’acqua dal volto umano e il corpo di un drago. Gli abitanti del posto tributavano loro il rispetto che si deve ai luoghi di culto, evitando d’immergervi le mani, di farci il bagno o di lavarci i vestiti. Per non contaminarli, si accontentavano di prendere la quantità di acqua di cui avevano bisogno per poi attendere alle proprie faccende da un’altra parte.

Queste credenze sono state denigrate dalla propaganda cinese e qualificate come ‘retrograde’ in nome della modernizzazione a tappe forzate imposta al Tibet dalla Repubblica popolare. A scuola, i bambini sono stati costretti a sterminare mosche, zanzare, topi e uccelli, animali che i funzionari, incaricati d’indottrinare la popolazione, avevano battezzato ‘i quattro parassiti’, paragonandoli ai ricchi proprietari che un tempo approfittavano del lavoro del popolo.




Queste misure sono state colpi mirati all’anima dei tibetani, con l’intento di sconvolgerne lo stile di vita così come la coscienza. I sentimenti di noi tibetani verso la natura sono frutto dei nostri costumi in generale e non soltanto del buddhismo. Nel caso del buddhismo giapponese o di quello thailandese, di ambienti cioè diversi dal nostro, emergeranno un’altra cultura, altri comportamenti.


La nostra natura, unica nel suo genere, ci ha fortemente influenzati. Noi non viviamo su una piccola isola sovrappopolata. Storicamente il nostro vasto territorio, così poco abitato, non è stato per noi motivo di inquietudine, né lo sono stati i nostri remoti confinanti. Noi non abbiamo maturato un sentimento di oppressione, come molte altre comunità.