giuliano

giuliano
IL TOMO

martedì 13 maggio 2014

VIAGGI ONIRICI (fra una pagina e l'altra di Storia: Drolerie) (2)
















Dello stesso autore:

Un altro Universo

Prosegue in:

Viaggi onirici (3)
















Introduzione


(maggio 1920… 1640…)



… Camminavo, o meglio mi trascinavo, attraverso quella che sembrava una palude interminabile e priva di alberi, sotto un cielo di piombo.
Mio compagno era un uomo talmente vecchio da spaventarmi, sebbene sentissi che lo conoscevo, o che per lo meno lo avevo conosciuto. I capelli bianchi gli scendevano lungo le spalle, e la barba arrivava quasi sino in terra. Nonostante l’età, era più forte di me, perché seguiva senza sforzo un sentiero che mi affaticava.
Improvvisamente innanzi a noi apparve una casa solitaria. Era molto antica, simile alle fattorie del New England costruite dal 1640 al 1680, con un tetto a mansarda esageratamente obliquo, ricoperto di tegole di legno. Mentre ci avvicinammo alla casa, il vecchio disse, rivolto a me: ‘Non è cambiata’. Io non risposi, e il vecchio aggiunse: ‘In duecento anni, non è cambiata’.
Ancora rimasi silenzioso, e lui disse: ‘Sei stato un folle ad aspettare di rinascere; io sono più saggio, e ho vissuto per tutto questo tempo’. Non appena ebbe detto questo, mi parve di ricordarmi di lui. Era vestito di stracci così scoloriti e informi che era impossibile immaginarne la provenienza: avrebbero anche potuto esser pezzi di sacco cuciti insieme. Ma come lo ricordavo io era giovane, vestito di un soprabito rosso e alti stivaloni, con una grande parrucca nera e il cappello a tre punte.
La sua faccia, in questo vago ricordo, era liscia, ma scura per le radici di una barba prodigiosamente fitta. Allora dissi anch’io: ‘Non è cambiata’. Ci avvicinammo alla casa ed entrammo, trovando all’interno uno strato di intonaco caduto, e una generale rovina. Cominciammo a salire una scala pericolante. Il vecchio disse: ‘La troveremo proprio come prima’.
Io aggiunsi: ‘Dopo due secoli, la cosa sarà sempre la stessa, la troveremo di sopra’. Ancora salivamo. L’edificio aveva due soli piani, ma la fine dell’antica scala sembrava non arrivasse mai. Su, su, su,… finché le pareti intorno a noi si confusero con la nebbia e le nubi turbinanti… e sempre salivano….
‘La troveremo come prima; non è cambiata’….
Ancora più su, più su… finché non finì (o iniziò…)  il sogno….  










La città senza nome


Quando mi avvicinai alla città senza nome, capii che era maledetta. Viaggiavo in una vallata riarsa e terribile sotto la luna e, da lontano, la vidi sporgere stranamente al di sopra della sabbia così come parti di un cadavere sporgono da una tomba mal ricoperta…
La paura parlava delle pietre consunte di quell’antica sopravvivenza del diluvio, di quell’antenata della piramide più antica; e un’aurea invisibile mi respinse e mi ordinò di allontanarmi da quei segreti antichi e sinistri che nessun uomo dovrebbe mai vedere, e che nessun altro uomo aveva mai osato vedere.
Remota, nel deserto dell’Arabia, si stende la Città senza Nome, sgretolata e diruta, le basse mura seminascoste dalla sabbia di innumerevoli ère. Doveva essere così prima che fossero gettate le fondamenta di Memphis, e quando i mattoni di Babilonia ancora non erano cotti. Non esiste nessuna leggenda tanto antica da darle un nome, o da ricordarla viva. Ma se ne sussurra intorno ai fuochi degli accampamenti, e le vecchie ne mormorano nelle tende degli sceicchi, cosicché tutte le tribù la evitano senza sapere assolutamente perché.
Fu di quella città che Abdul Alhazred, il poeta pazzo, sognò la notte prima di creare il suo inspiegabile distico:

Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire.




… Vagai tra le informi fondamenta delle case, senza trovare né una scultura né un’iscrizione che parlasse di quegli uomini, se uomini erano, che costruirono quella città e vi dimorarono ère prima….
L’antichità del posto era malsana, e desiderai ardentemente di incontrare qualche segno del fatto che la città fosse stata veramente edificata dal genere umano. Le rovine avevano proporzioni e dimensioni che non mi piacquero. Avevo con me parecchi attrezzi, e scavai molto all’interno delle mura degli edifici distrutti; ma procedevo lentamente, e non scoprii nulla di significativo.
Quando la notte e la luna tornarono, sentii un vento gelido che portò una nuova paura, cosicché non osai restare nella città. E, quando uscii dalle vetuste mura per andare a dormire, una piccola tempesta di sabbia si raccolse alle mie spalle: gemeva e soffiava sulle pietre grigie, sebbene la luna fosse luminosa e la maggior parte del deserto immobile.
Mi svegliai all’alba da sogni orribili…




D’improvviso mi imbattei in un luogo dove il fondo roccioso si alzava ripido dalla sabbia a formare un basso dirupo; e lì vidi con gioia un’apparente promessa di altre tracce di quel popolo antidiluviano…. Tagliate rozzamente sulla parete del dirupo, c’erano le inconfondibili facciate di parecchi piccoli edifici o templi di forma tozza. Al loro interno potevano essere conservati molti segreti di ère troppo remote per essere calcolate, sebbene le tempeste di sabbia avessero già da lungo tempo cancellato ogni incisione che fosse stata all’esterno….
Vicino a me, molto in basso e coperte di sabbia, c’erano delle buie aperture, ma io ne liberai una con la vanga e strisciai all’interno, portando una torcia per illuminare qualsiasi mistero vi fosse celato. Quando fui dentro, vidi che la caverna era veramente un tempio, e scorsi chiari segni della razza che vi aveva vissuto e celebrato riti prima che il deserto fosse un deserto….
Vi erano altari primitivi, colonne e nicchie, tutti stranamente bassi; e, sebbene non vedessi né sculture né affreschi, c’erano molte pietre singolari che erano state scolpite con mezzi artificiali per rappresentare dei simboli…., poi nella luce del crepuscolo sgomberai un’altra apertura e, con una nuova torcia, strisciai all’interno; trovai altre pietre e simboli vaghi, sebbene nulla di più definito del contenuto dell’altro tempio….

(Prosegue....)
















Nessun commento:

Posta un commento