CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 5 maggio 2014

DIO RIDE (1)

















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Dio ride (2)













‘No mi sarebbero bastati certo i tuoi anatemi contro il riso, né il poco che ho saputo sulla discussione che avesti con gli altri. Sono stato aiutato da alcuni appunti lasciati da Venanzio. Non capivo a tutta prima cosa volessero dire.
Ma c’erano alcuni riferimenti a una pietra svergognata che rotola per la pianura, alle cicale che canteranno da sotto la terra, ai venerandi fichi. Avevo già letto qualcosa del genere: ho controllato in questi giorni. Sono esempi che il Filosofo faceva già nel primo libro della Poetica, e nella Retorica. Poi mi sono ricordato che Isidoro da Siviglia definisce la commedia come qualcosa che racconta ‘stupra virginum et amores meretricum…’.
Piano piano mi si è disegnato nella mente questo secondo libro come avrebbe dovuto essere. Te lo potrei raccontare quasi tutto, senza leggere le pagine che dovrebbero infettarmi. La commedia nasce nelle komai ovvero nei villaggi dei contadini, come celebrazione giocosa dopo un pasto o una festa. Non racconta degli uomini famosi e potenti, ma di esseri vili e ridicoli, non malvagi, e non termina con la morte dei protagonisti.




Raggiunge l’effetto del ridicolo mostrando degli uomini comuni, i difetti e i vizi. Qui il Filosofo vede la disposizione al riso come una forza buona, che può avere anche un valore conoscitivo, quando attraverso enigmi arguti e metafore, pur dicendoci le cose diverse da ciò che sono, come se mentisse, di fatto ci obbliga a guardarle meglio, e ci fa dire: ecco le cose stanno proprio così, e io lo sapevo.
La verità raggiunta attraverso la rappresentazione degli uomini, e del mondo, peggiori di quello che sono o di quello che li crediamo, peggiori in ogni caso di come i poemi eroici, le tragedie, le vite dei santi ce li hanno mostrati. E’ così?’.
‘Abbastanza. L’hai ricostruito leggendo altri libri?’.
‘Su molti dei quali stava lavorando Venanzio. Credo che Venanzio fosse da tempo alla ricerca di questo libro. Deve aver letto sul catalogo le indicazioni che ho letto anch’io ed essersi convinto che quello era il libro che lui cercava. Ma non sapeva come entrare nel finis Africae. Quando ha udito Berengario parlarne ad Adelmo, allora si è lanciato come un cane sulla pista di una lepre’.
‘E’ stato così, me ne resi conto subito. Capii che era arrivato il momento che avrei dovuto difendere la biblioteca coi denti…’.




‘E hai dato l’unguento… DEVI AVER FATTO FATICA AL BUIO (della tua follia…)’.
‘Ormai vedono più le mie mani sui quei piccoli tasti… che i tuoi occhi. A Severino avevo sotratto anche un pennello. E ho usato anch’io i guanti. E’ stata una bella idea, vero? Ci hai messo molto ad arrivarci…’.
‘Sì. Io pensavo a un congegno più complesso… del tuo veleno fluorescente, a un dente avvelenato o a qualcosa di simile. Devo dire che la tua soluzione è esemplare dal punto di vista storico, non lascia traccia, e fa della vittima il sospetto, sei un cri…. Abbatti la verità proprio nel momento in cui la tua vittima vuol leggere, e poi ti sostituisci ad essa, come il miglior falsario….’.




Mi resi conto, con un brivido, che in quel momento quei due uomini, schierati per una lotta mortale (circa le ragioni ed i motivi della verità, schierati l’un di fronte all’altro da secoli, da millenni, dagli albori della lotta fra il bene ed il male…), si ammiravano a vicenda, come se ciascuno avesse agito solo per ottenere il plauso dell’altro. La mia mente fu attraversata dal pensiero che le arti dispiegate da Berengario per sedurre Adelmo, e i gesti semplici e naturali con cui la fanciulla aveva suscitato la sua passione e il mio desiderio, erano nulla, quanto ad astuzia, e forsennata abilità nel conquistare l’altro, di fronte alla vicenda di seduzione che si svolgeva sotto i mie occhi in quel momento, e che si era dipanata lungo sette giorni, ciascuno dei due interlocutori dando, per così dire, misteriosi convegni all’altro, ciascuno segretamente aspirando all’approvazione dell’altro, che temeva e odiava.
‘Ma ora dimmi’, stava dicendo Guglielmo, ‘perché? Perché hai voluto proteggere quel libro più di tanti altri? Perché nascondevi, ma non a prezzo del delitto, trattati di negromanzia, pagine in cui si bestemmiava, forse, il nome di Dio, ma per queste pagine hai dannato i tuoi fratelli e hai dannato te stesso? Perché oltre la commedia anche la Poetica del Filosofo? Ci sono tanti altri libri che parlano della commedia, tanti altri ancora che contengono l’elogio del riso. Perché questo ti incute tanto spavento ed odio?’.




‘Perché, per l’appunto, è del Filosofo. Ogni libro di quell’uomo ha distrutto una parte della sapienza che la cristianità aveva accumulato lungo i secoli. I padri avevano detto ciò che occorreva sapere sulla potenza del Verbo (ridotto ora, per nostra fortuna, alla potenza palmare della nostra mano, alla singola pressione di un minuscolo dito…), ed è bastato che Boezio commentasse il Filosofo perché il mistero divino del Verbo si trasformasse nella parodia umana delle categorie e del sillogismo.
Il libro della Genesi dice quello che bisogna sapere sulla composizione del cosmo, ed è bastato che si riscoprissero i libri fisici del Filoso (e qualcuno dice anche Imperatore…), perché l’Universo fosse ripensato in termini di materia sorda e viscida, e perché l’arabo Averroè quasi convincesse tutti della eternità del mondo.
Sapevamo tutto sui nomi divini, e il domenicano seppellito da Abbone li ha rinominati seguendo i sentieri orgogliosi della ragione naturale. Così il cosmo, che per l’Aeropagita si manifestava a chi sapesse guardare in alto la cascata luminosa della causa prima esemplare, è diventato una riserva di indizi terrestri dai quali si risale per nominare una astratta efficienza. 
Prima guardavamo al cielo, degnando di uno sguardo corrucciato la melma della materia, ora guardiamo alla..... 

(Prosegue...)
















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