giuliano

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IL TOMO

giovedì 24 aprile 2014

I COSTRUTTORI (navigare nell'Eretico mare dello 'Straniero') (50)


















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Sono rimasto deluso della Certosa in sé, con la gola di accesso, le montagne e il monaco che ci scortava. Gli edifici erano disegnati mediocremente ed erano raggruppati in modo confuso; la strada che sale fin là non aveva niente di impressionante a differenza della maggior parte delle strade alpine; le montagne intorno erano simili a tanti altri siti banali della Savoia, senza picchi, né cascate, e neanche pendii maestosi coperti dai pini.
E il monaco che ci guidava attraverso i corridoi non aveva un cappuccio degno di essere indossato, non aveva una barba da esibire, non aveva alcuna espressione se non di arroganza superbia saccenza classica dell’ignoranza accompagnata dai modi rozzi e ottusi che denotavano e denotano quanto fosse stanco del posto, più ancora di se stesso, e completamente di mio padre e di me.




Dopo averlo seguito per un po’ attraverso i passaggi dell’articolato edificio – nel quale non c’era niente da mostrare, non un quadro, non una statua, non un frammento di vetro antico, né qualsiasi elemento architettonico realizzato con il minimo ingegno o la minima passione – alla fine ci siamo fermati in quella che supponevo essere una moderna cella certosina; qui, chinandomi davanti al davanzale della finestra, ho detto qualche cosa, nello stile di ‘Modern Painters’, a proposito dell’influenza dello scenario esterno sullo spirito religioso. Al che, arricciando le labbra il monaco ha ribattuto: ‘Noi non veniamo per guardare le montagne’.
Di fronte al rimprovero ho chinato la testa in silenzio, senza però poter evitare di pensare: ‘Ma allora, per quale stupido motivo sei venuto qui?’.




…. Era questo, dunque, il nostro compito?
Ahimè, cosa abbiamo invece combinato!
Abbiamo distrutto il giardino invece di curarlo; abbiamo nutrito i nostri cavalli da guerra con i suoi fiori, e usato i suoi alberi per costruire lance.
E’ forse questa fiamma inestinguibile?
E non è davvero più possibile oltrepassare i cancelli che sbarrano la strada?
O siamo noi che non desideriamo più entrarvi?
Non potremmo riconquistare quel Primo Dio, se solo volessimo?
Diciamo che era un luogo colmo di fiori.
Bene: sempre i fiori cercano di crescere laddove noi lo consentiamo; e più sono belli, più sono vicini.
Può darsi ci sia stata una caduta dei fiori, come la caduta dell’uomo.
Ma, da creature fiduciose quali siamo, non riusciamo a immaginare niente di più bello delle rose e dei gigli, che crescerebbero per noi fianco a fianco, una foglia sull’altra, fino a rivestire la terra di bianco e rosso, se solo volessimo. E in paradiso c’era una piacevole ombra e viali con alberi da frutto. E allora cosa ci impedisce di riempire il mondo di ombra gradevole, fiori puri e buoni frutti?
Chi vieta che le sue valli siano coperte di messi fino a ridere e cantare, che le oscure foreste, spettrali e inabitabili, diventino immensi frutteti, e sulle colline si posino ghirlande di neve bucata da fragili fiori, lontano nella mezza luce dell’orizzonte d’Aprile….




Così come nella nostra definizione della struttura delle montagne mi è parso opportuno adottare una classificazione delle loro forme che, pura basata su una precisione scientifica assoluta, era utile per successive ricerche e consentiva ampiezza di vedute, a maggior ragione nell’affrontare le prime leggi della Vita vegetale sarà necessario seguire un ordinamento facile da ricordare e veritiero….
Un bambino divide le piante in alberi e fiori. Se tuttavia in primavera, dopo che ha raccolto le margherite, lo portassimo dal prato nell’orto e gli chiedessimo come chiamerebbe quelle ghirlande di fiorellini i cui fragili petali gettano la loro spumosa promessa tra lui e il cielo, egli reputerebbe necessario trovare un nome intermedio, e forse li chiamerebbe alberi-fiori.




Se poi lo conducessimo in un bosco di betulle e gli facessimo notare che anche gli amenti e i fiori del ciliegio sono fiori egli potrebbe, con un po’ di aiuto, arrivare a dividere tutti i fiori in due classi: quelli che crescono nella terra e quelli che crescono sugli alberi.
Un botanico sorriderebbe di questa divisione, un artista no….. Per lui, come per il bambino, c’è qualcosa di specifico e caratteristico in quei tronchi ruvidi che sorreggono i fiori più alti. Per lui ciò che maggiormente differenzia una pianta dall’altra è il vederla come una luce sul terreno o come un’ombra nel cielo.

(Prosegue....)
















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